di Erika Noschese
Non è solo una questione di scaffali vuoti o di molecole introvabili. Dietro la carenza cronica di farmaci salvavita che sta colpendo la Campania e l’intero territorio nazionale, si nasconde un’emergenza clinica e assistenziale che si riversa quotidianamente sugli studi dei medici di famiglia. Se la rete delle farmacie fotografa il dato numerico dell’assenza di prodotti chiave come il Ventolin per l’asma o il Depakin per l’epilessia, sono i Medici di Medicina Generale a dover gestire l’impatto reale sulla salute dei cittadini, tra l’ansia dei pazienti e la necessità di rimodulare terapie delicate. Una situazione complessa che nella provincia di Salerno, per la sua vasta e variegata conformazione geografica, rischia di amplificare i disagi soprattutto nelle aree interne e più distanti dai grandi centri. Per comprendere come la medicina del territorio stia affrontando questa prolungata criticità e quali siano i rischi reali per la continuità terapeutica dei pazienti più vulnerabili, abbiamo rivolto sette domande al dottor Elio Giusto, Segretario Generale Provinciale della FIMMG di Salerno. Per la carenza di Cardirene 75 mg è stato suggerito che si potesse sopperire prendendo mezza bustina della formulazione da 160 mg o passando alla Cardioaspirina. Da un punto di vista clinico, questa frammentazione empirica può diventare una prassi sicura? «No, la “mezza bustina” da 160 mg non può diventare una prassi considerata tranquilla o standardizzata. Può sembrare una soluzione semplice dal punto di vista matematico, ma non rappresenta una soluzione clinica ottimale. Nella pratica quotidiana della medicina generale bisogna sempre considerare che il farmaco non è soltanto una quantità di principio attivo, ma anche una modalità di assunzione che deve garantire precisione, continuità e sicurezza. Nei pazienti anziani, fragili o sottoposti a politerapia, la frammentazione empirica del dosaggio aumenta il rischio di errore, rende più difficile la corretta assunzione e può compromettere l’aderenza terapeutica. Molti pazienti assumono già numerosi farmaci durante la giornata e aggiungere procedure non standardizzate significa aumentare la probabilità di confusione e di utilizzo scorretto. Quando possibile, il passaggio verso formulazioni equivalenti o verso alternative terapeutiche deve essere valutato e deciso dal medico curante sulla base delle caratteristiche del singolo paziente. Non può diventare una scelta improvvisata al domicilio o una soluzione affidata esclusivamente all’iniziativa del paziente o dei familiari. L’obiettivo deve essere sempre quello di garantire continuità terapeutica senza introdurre ulteriori elementi di rischio». In una provincia vasta come quella di Salerno, quanto pesa questo fenomeno sul carico di lavoro quotidiano dei medici di famiglia e sulla gestione dell’ansia dei pazienti cronici? «Il peso di queste carenze sui medici di famiglia è enorme e spesso sottovalutato. La mancanza di un farmaco non genera soltanto una nuova prescrizione, ma attiva una serie di attività aggiuntive che impegnano quotidianamente gli studi medici. Si moltiplicano le telefonate, aumentano gli accessi impropri, crescono le richieste urgenti e si rende necessario verificare continuamente disponibilità e possibili alternative. A tutto questo si aggiunge la comprensibile preoccupazione dei pazienti e delle loro famiglie, soprattutto quando si tratta di persone affette da patologie croniche o che assumono farmaci considerati essenziali per il mantenimento dell’equilibrio clinico. In una provincia ampia e articolata come quella di Salerno, caratterizzata da realtà territoriali molto diverse tra loro, dalle aree interne alle zone costiere, il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti. Il lavoro necessario per individuare soluzioni diventa un’attività quotidiana spesso invisibile ai cittadini ma molto impegnativa per i professionisti. Il nostro compito è rassicurare i pazienti, spiegare le possibili alternative e garantire la continuità delle cure. Al tempo stesso dobbiamo evitare sostituzioni casuali o non adeguatamente valutate, soprattutto nei pazienti epilettici, asmatici, cardiopatici e nefropatici, per i quali ogni modifica terapeutica richiede attenzione e monitoraggio». La carenza del Depakin in bustine colpisce soggetti fragili. Quali criticità state riscontrando nel Salernitano per chi non può passare facilmente alle compresse? «La criticità principale riguarda il fatto che la formulazione in bustine non rappresenta un semplice dettaglio commerciale. Per alcuni pazienti costituisce la modalità concreta e spesso unica attraverso cui il farmaco può essere assunto correttamente. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha segnalato la carenza di alcune formulazioni di Depakin granulato a rilascio modificato in bustine e ha previsto anche procedure di importazione dall’estero per specifiche confezioni. Questo dato evidenzia come il problema sia stato riconosciuto a livello nazionale e richieda particolare attenzione. Nel territorio salernitano le maggiori difficoltà riguardano i pazienti con disfagia, i pazienti pediatrici, quelli affetti da disturbi psichiatrici o comunque soggetti che presentano limitazioni nella collaborazione terapeutica. In queste situazioni il passaggio a compresse o gocce non è sempre semplice e non può essere considerato automatico. Ogni eventuale modifica deve essere accompagnata da una valutazione clinica accurata, da un confronto con il neurologo quando necessario e da un monitoraggio dell’efficacia terapeutica. Il rischio da evitare è quello di compromettere un equilibrio clinico raggiunto spesso dopo anni di trattamento». Il Kayexalate per l’iperpotassiemia è stato definito un farmaco “di nicchia”. C’è il rischio di sottovalutare i bisogni dei pazienti nefropatici e cardiopatici sul territorio? «Definire il Kayexalate un farmaco “di nicchia” rischia di essere fuorviante. Nella medicina generale il paziente nefropatico o cardiopatico fragile rappresenta una realtà frequente e quotidiana. La gestione dell’iperpotassiemia è un tema concreto e rilevante, soprattutto nei soggetti che assumono terapie complesse. Per questo motivo è importante che esista una rete efficace tra medici di medicina generale, farmacie, specialisti e aziende sanitarie. Quando una carenza coinvolge farmaci destinati a pazienti particolarmente vulnerabili, la tempestività delle informazioni può fare la differenza. Oggi molte segnalazioni passano ancora attraverso contatti personali, telefonate e rapporti costruiti nel tempo tra professionisti. Questo sistema, pur dimostrando grande disponibilità e spirito di collaborazione, non può essere l’unica risposta. Occorre un modello organizzativo più strutturato e istituzionalizzato che consenta di individuare rapidamente le criticità e attivare percorsi condivisi». I software medici vi avvisano in tempo reale della carenza di un farmaco o lo scoprite quando il paziente viene respinto in farmacia? Cosa chiedete alla Regione Campania? «Uno dei problemi principali è che il medico spesso scopre la carenza soltanto quando il paziente ritorna dalla farmacia senza essere riuscito a reperire il medicinale prescritto. Questo genera inevitabili ritardi e ulteriore lavoro amministrativo e clinico. AIFA pubblica regolarmente l’elenco dei medicinali carenti, indicando anche le possibili alternative, la data di inizio della carenza e quella presunta di conclusione. Tuttavia, queste informazioni non sempre arrivano in modo tempestivo e integrato negli strumenti utilizzati quotidianamente dai medici. La richiesta che rivolgiamo alla Regione Campania riguarda soprattutto l’interoperabilità dei sistemi informatici. Sarebbe utile disporre di alert prescrittivi in tempo reale, aggiornamenti automatici, indicazioni validate sulle alternative terapeutiche disponibili e un canale unico di comunicazione tra medici di famiglia, farmacie e ASL. Una gestione moderna delle carenze non può prescindere da una piena integrazione tecnologica che permetta di anticipare i problemi invece di rincorrerli».
4 La prescrizione per principio attivo può risolvere il problema o rischia di destabilizzare pazienti complessi come quelli epilettici o asmatici? «La prescrizione per principio attivo rappresenta certamente uno strumento utile, ma non può essere considerata la soluzione a tutte le criticità. Il principio generale di equivalenza tra farmaci è riconosciuto e condiviso, ma la pratica clinica richiede spesso valutazioni più articolate. Lo stesso quadro normativo prevede che il medico possa indicare la non sostituibilità quando esistono motivazioni cliniche specifiche. Questo aspetto assume particolare importanza in ambiti delicati come l’epilessia e le patologie respiratorie. Nel caso degli antiepilettici, il mantenimento della stabilità terapeutica rappresenta un obiettivo prioritario. Analogamente, per gli inalatori utilizzati nei pazienti asmatici o affetti da broncopneumopatie croniche, il dispositivo non è un semplice contenitore del farmaco ma parte integrante della terapia. Un cambiamento improvviso può richiedere nuovo addestramento e compromettere l’efficacia del trattamento. La disponibilità del farmaco è fondamentale, ma non deve tradursi in sostituzioni frettolose che rischiano di destabilizzare pazienti clinicamente compensati». Se le cause della carenza sono globali, sul piano locale cosa propone la FIMMG Salerno per limitare i disagi ai cittadini? «Le cause delle carenze sono spesso nazionali o addirittura globali e dipendono da fattori produttivi, logistici e commerciali che sfuggono alle competenze del territorio. Tuttavia sul piano organizzativo le istituzioni locali possono svolgere un ruolo importante. FIMMG Salerno ritiene utile l’istituzione di un tavolo tecnico permanente che coinvolga ASL Salerno, Federfarma Salerno, Ordine dei Medici, specialisti ospedalieri e territoriali e rappresentanti delle associazioni dei pazienti. L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire un sistema di risposta rapido e coordinato, capace di monitorare costantemente le criticità presenti sul territorio, individuare tempestivamente le alternative terapeutiche condivise e organizzare percorsi dedicati nei casi più complessi. Sarebbe inoltre utile predisporre comunicazioni rapide e uniformi agli studi medici e alle farmacie, riducendo le differenze informative tra professionisti e garantendo ai cittadini indicazioni chiare e coerenti. Le cause delle carenze possono essere globali, ma la risposta organizzativa deve necessariamente essere locale, tempestiva e coordinata. Solo attraverso una collaborazione strutturata tra tutti gli attori del sistema sanitario sarà possibile ridurre l’impatto di queste criticità sui pazienti e sui professionisti che ogni giorno operano sul territorio».





