Daniela Novi (Giovanni XXIII): Giovani e lavoro, distanze da ridurre - Le Cronache Salerno
Salerno

Daniela Novi (Giovanni XXIII): Giovani e lavoro, distanze da ridurre

Daniela Novi (Giovanni XXIII): Giovani e lavoro, distanze da ridurre
di Matteo Gallo
«Da quando Salerno vive il mare come sua autentica vocazione la nostra scuola viene guardata con occhi diversi e maggiore attenzione». La soddisfazione di Daniela Novi, dirigente dell’istituto di istruzione superiore Giovanni XXIII, non è certamente poca ma per nulla superiore all’impegno per il conseguimento di sempre nuovi e importanti traguardi nell’interesse delle giovani generazioni. Docente di materie letterarie di lungo corso, dal duemilaquindici guida con dedizione e visione la comunità educante di via Moscati, a Torrione, nella zona orientale della città: più di seicento studenti per tre differenti indirizzi di studio, tra cui trasporti e logistica in ambito marittimo. «La scuola» sostiene la preside salernitana «è fondamentale per la formazione e la crescita dei ragazzi. Una straordinaria palestra di vita. Il nostro dovere è dare il massimo tutti i giorni».
Dirigente Novi, la sua opera professionale al servizio dell’istituzione scolastica parte da lontano e comincia con il rapporto d’aula. Qual è secondo lei, alla luce di questa lunga ‘militanza’ sul campo, lo stato di salute attuale della scuola pubblica italiana?
«Esiste un’emergenza sociale che si riflette gioco forza anche sull’istituzione scolastica. La crisi della famiglia, quella culturale e dei riferimenti valoriali producono disorientamento nelle giovani generazioni.Tuttavia la scuola riesce sempre a trovare dentro di sé, attraverso il confronto con quel nuovo che è anche motivo di stimolo, le risorse necessarie per le sfide del futuro».
Cosa potrebbe -e dovrebbe- fare di più la politica per il mondo della scuola?
«Innanzitutto elaborare una politica della scuola capace di consentire interventi tempestivi e concreti in materia di agibilità e sicurezza degli istituti. Le risorse del Pnrr sono importanti ma non utilizzabili per questa specifica emergenza. Naturalmente tra i problemi strutturali della scuola vi è anche la cronica mancanza di spazi, specie quelli per le attività di laboratorio. Bisognerebbe occuparsene in maniera seria».
In che modo?
«Evitando la logica delle scuole ‘spezzatino’, con le cosiddette sedi distaccate, ma immaginando e realizzando ‘Poli scolastici’ con spazi degni di una formazione d’eccellenza».
Qual è, da questo punto di vista, la situazione nella città di Salerno?
«Anche nella nostra città manca una politica scolastica volta a dare agli istituti che ne hanno bisogno gli spazi necessari per accogliere le istanze che provengono dallo stesso territorio. La scuola che dirigo, ad esempio, proprio per recuperare spazi laboratoriali da destinare alla crescente richiesta di formazione marittima, ha attivato una serie di protocolli d’intesa con le aziende del porto».
L’Italia investe troppo poco sulla scuola?
«In Italia la scuola viene vista come l’anello debole del ciclo di produttività. Naturalmente non è così. Tutte le economie emergenti dimostrano infatti, e con estrema chiarezza, che investimenti non adeguati sulla formazione determinano fragilità educativa e didattica nonché una minore capacità produttiva e competitiva».
Dal suo osservatorio – senza dubbio privilegiato – le giovani generazioni di oggi in cosa sono più fragili rispetto a quelle che le hanno precedute?
«La fragilità affettiva ed emotiva è tratto comune di questa generazione. I ragazzi ricevono tantissimi input da parte della società e il ruolo dell’adulto, chiamato a operare una continua e maggiore attività di discernimento attraverso l’azione educativa, è in grande difficoltà».
La scuola cosa può fare di più o di altro in questo senso?
«A scuola andrebbe attivata la didattica del desiderio. Una didattica cioè capace di riprendersi la sua autorevolezza coniugando l’attenzione per l’emotività e per l’affettività degli allievi con il linguaggio delle discipline e della interdisciplinarietà. In questo modo lo strumento della conoscenza si rivelerebbe una mappa fondamentale per orientarsi nella società e per la lettura dei segni dei tempi».
Scuola e giovani: il dialogo resta la strada maestra.
«Assolutamente sì. La didattica non deve sclerotizzarsi nell’ambito dell’ora disciplinare ma trovare nuovi contesti per affermarsi e svilupparsi oltre la semplice lezione. Penso ai grandi maestri di sapienza del passato che insegnavano passeggiando nei giardini. Un dialogare così inteso farebbe percepire il suono della campanella come un’interruzione fastidiosa anziché un’attesa divagazione».
L’alleanza educativa scuola-famiglia è in crisi?
«Le famiglie vanno aiutate a essere famiglie perché quando il tessuto sociale – come accade oggi – risulta piuttosto sfilacciato, gli effetti negativi si riverberano non solo sul mondo della scuola. Le famiglie, però, devono riscoprire quella fiducia autentica nell’istituzione scolastica che è fondamentale per una proficua interlocuzione nell’interesse dei ragazzi».
Cosa ne pensa della riforma degli istituti tecnici e professionali proposta dal governo, in particolare della riduzione del percorso di studi a quattro anni?
«Il nostro istituto non ha aderito alla riforma del “4+2” perché giunta in ritardo rispetto all’avvio dell’attività di orientamento. Personalmente, considerando la scuola un fondamentale segmento di formazione e di crescita dell’individuo prima ancora che del lavoratore, ritengo che occorra rispettare innanzitutto la tempistica dell’individuo in relazione ai processi di maturazione e sedimentazione degli insegnamenti».
Il rispetto dei tempi dell’individuo come si concilia con l’attuale esigenza di ridurre la distanza tra mondo della scuola e mondo del lavoro?
«E’ una distanza da attraversare con forme di collaborazione che prevedano momenti interni di formazione affidati ad esperti e momenti esterni di formazione da realizzare attraverso seminari e stage. Sicuramente occorre dialogare di più e meglio con le aziende, specie al Sud ma in generale in tutta Italia, fatta eccezione per Lombardia e Triveneto, perché esiste una grande richiesta di figure professionali specializzate che non va dispersa ma intercettata».
Dimensionamento scolastico: un errore o una necessità?
«E’ inevitabile che la politica, anche per ragioni economiche, prenda posizione rispetto a istituzioni scolastiche con un ridotto numero di studenti. Allo stesso tempo bisogna tutelare quei territori nei quali le stesse istituzioni scolastiche rappresentano gli unici presidi di vigilanza democratica e civile. Mi auguro che il dimensionamento scolastico non risponda mai a logiche politiche di custodia di interessi specifici».
Intelligenza artificiale e digitalizzazione: anche la scuola è chiamata ad “abitare” un tempo nuovo. Una vera e propria sfida dell’innovazione per dare agli studenti le chiavi di lettura del futuro. Un processo governato o subito?
«La scuola sta recependo tutti gli elementi di una innovazione digitale estremamente spinta, compresa l’intelligenza artificiale che è già entrata all’interno della gestione dei programmi e della stessa formazione metodologica dei docenti, interrogandosi e formandosi proprio per governare questo processo. Da questo punto di vista diventa sempre più decisivo il ruolo dell’insegnante quale guida dei processi educativi, organizzatore e coordinatore delle risorse ed elemento imprescindibile dell’attività didattica».