di Nicola Russomando
A settant’anni esatti dalla morte, la Badia di Cava commemora con una solenne celebrazione oggi alle ore 11,00 la figura dell’abate D. Mauro De Caro, che guidò la comunità monastica cavense dal 1946 al 1956, succedendo ad Ildefonso Rea, il ricostruttore di Montecassino. D. Mauro De Caro rappresenta un’icona del monaco benedettino secondo un modello formativo e di governo tipico di stagioni passate del monachesimo italiano e cassinese in particolare. Nato nel 1902 a Cetraro nell’attuale diocesi di S. Marco Argentano – Scalea, il cui attuale vescovo, mons. Stefano Rega presiederà la celebrazione, D. Mauro ha percorso tutti i gradi di un “cursus honorum” prestigiosissimo. Addottoratosi in Sacra Teologia presso il pontificio Istituto S. Anselmo, consegue altresì con il massimo dei voti la laurea in lettere classiche presso la Sapienza di Roma, frequentando in pari tempo i corsi di diplomatica greca presso l’Archivio segreto vaticano. Una formazione di questo tipo lo candidava, naturalmente, a ricoprire incarichi di prestigio in quella cittadella che era all’epoca la Badia di Cava. Di fatto, fu docente di latino e greco presso quel liceo, rettore del collegio e, quindi, eletto abate dai monaci e confermato dalla S. Sede. La benedizione abbaziale gli fu impartita dal cardinale arcivescovo di Milano il beato Ildefonso Schuster, che gli era stato maestro negli anni di formazione a S. Paolo fuori le Mura. Tuttavia, al di là del prestigio formale, la figura di D. Mauro si staglia ancora oggi per le sue caratteristiche di una “santità feriale”, aliena da fatti clamorosi, il cui segno più evidente è la vita spesa interamente nel conformarsi alla volontà di Dio. Specie come Ordinario di quella che è stata la diocesi abbaziale, D. Mauro ha dato costante prova di sollecitudine per il popolo e il clero che gli erano stati affidati, promuovendo un sinodo diocesano in un’epoca non segnata dall’attuale sinodalità – formula oggi di rito più che di sostanza – con attività edilizie a favore delle parrocchie, con la sua frequente presenza nei territori diocesani a contatto diretto con i fedeli. La sua breve esistenza, di soli cinquantaquattro anni, si è consumata tutta nella dimensione del servizio, innanzitutto ai monaci di cui fu padre e maestro, quindi ai fedeli, ai sacerdoti, e, non ultimi, agli studenti che ebbero il privilegio di averlo come docente, alcuni dei quali, a distanza di molti anni, ancora ne ricordavano commossi l’umanità e la dolcezza nel rapporto di insegnante. Quando il 18 maggio del 1956 l’esistenza terrena di D. Mauro si concluse stroncata da un male incurabile che, a distanza di anni dalla sua comparsa, si rivelò alla fine implacabile, la morte fu preceduta e accompagnata dalla serenità di un cristiano consapevole del compiersi in ciò della volontà d Dio. Richiese il viatico che gli fu amministrato dal priore accompagnato processionalmente da tutti i monaci con indosso l’abito corale e nella mano destra una candela accesa a testimoniare la luce di Cristo che già si manifestava all’agonizzante. Per chi conosce gli ambienti della Badia, è facile immaginare questa compatta teoria di monaci che percorrono il lungo corridoio abbaziale, salmodiando, per raggiungere il capezzale del loro padre ed assistere al compimento degli estremi atti sacramentali. Rimasto sempre cosciente fino alla fine, quale ultimo atto richiese al suo segretario la lettura del Salmo 22, “Il Signore è il mio pastore”, e “La Pentecoste” degli Inni sacri di Manzoni. La composizione manzoniana invoca l’effusione dello Spirito Santo nei vari momenti della vita umana. Per la sua fine recita “Spira nel guardo errante di chi sperando muor”. Di sicuro questa consolante certezza, che mette al riparo da quell’abisso di non comprensione che è la morte, ha accompagnato gli ultimi istanti della vita terrena di D. Mauro De Caro, giustificando nel 1979 l’avvio del suo processo di beatificazione, per cui oggi è riconosciuto come “Servo di Dio”.





