“Votare Sì con consapevolezza. Non è un voto contro qualcuno, ma per qualcosa: per una giustizia più giusta, più credibile, più vicina ai cittadini”. È l’appello al voto lanciato dal deputato di Forza Italia Pino Bicchielli, vice responsabile nazionale Enti Locali, nel corso dell’ultimo appuntamento di campagna elettorale per il sì al referendum, tenutosi ieri sera a Scafati.
Bicchielli: “Il Sì è una scelta di civiltà giuridica: separare i ruoli per garantire davvero i diritti”
“Dopo settimane di campagna referendaria in tutta Italia, tra territori, amministratori locali e confronti pubblici e televisivi, l’onorevole Pino Bicchielli, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico e vice responsabile nazionale Enti Locali di Forza Italia, analizza i contenuti del referendum del 22 e 23 marzo e le ragioni di una scelta che definisce “di responsabilità istituzionale prima ancora che politica”.
Onorevole, che clima ha trovato nel Paese durante questa campagna referendaria?
“Ho trovato un clima più attento di quanto si possa immaginare. All’inizio c’era distanza, perché la giustizia viene spesso percepita come una materia tecnica, lontana dalla vita quotidiana. Ma quando si entra nel merito e si spiegano i contenuti con chiarezza, i cittadini comprendono subito il punto centrale: il bisogno di equilibrio e di fiducia. E sono due parole chiave, perché senza equilibrio e senza fiducia non può esistere un sistema giustizia credibile”.
Equilibrio tra quali elementi?
“Tra accusa, difesa e giudice. Il processo deve funzionare come una partita regolata da un arbitro imparziale. È una metafora semplice, ma rende bene l’idea. Se l’arbitro non è percepito come terzo, il risultato della partita viene inevitabilmente messo in discussione. Ecco, oggi il problema è esattamente questo: la necessità di rafforzare la terzietà del giudice, che è un principio già scritto nella nostra Costituzione ma che va reso pienamente effettivo”.
E oggi questo equilibrio non è pienamente garantito?
“Oggi esiste una contiguità tra chi accusa e chi giudica che non è più sostenibile. Non è una questione personale, ma strutturale. Pubblici ministeri e giudici appartengono allo stesso ordine, condividono formazione, percorsi e, in alcuni casi, anche dinamiche di carriera. Questo può generare un’asimmetria nel processo, o comunque una percezione di squilibrio. Separare le carriere significa riconoscere fino in fondo la diversità delle funzioni e rendere il sistema più trasparente e più comprensibile per i cittadini”.
Molti autorevoli giuristi parlano di un passaggio necessario.
“Ed è così. Non stiamo parlando di una riforma improvvisata o contingente. È un tema che attraversa decenni di dibattito giuridico e istituzionale. È una riflessione che riguarda il modello di processo e la qualità delle garanzie. Il referendum rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo, che oggi chiede di essere completato con una scelta chiara”.
Un altro nodo centrale è quello delle correnti nella magistratura.
“Le correnti nascono con una funzione positiva, di confronto culturale e professionale. Ma nel tempo si sono trasformate in centri di potere organizzato. Oggi incidono su nomine, carriere e assetti interni. Questo ha prodotto una perdita di credibilità che non possiamo ignorare. Lo dimostrano vicende che hanno riguardato il Consiglio superiore della magistratura e che hanno colpito profondamente la fiducia dei cittadini”.
Il referendum come interviene su questo punto?
“Introduce strumenti per ridurre il peso delle appartenenze e rafforzare il principio del merito. Il tema del sorteggio, ad esempio, va letto in questa chiave: non è una scelta casuale, ma un meccanismo per evitare che gli equilibri interni siano determinati da logiche di gruppo. È un modo per restituire imparzialità e trasparenza”.
C’è chi teme che il sorteggio possa abbassare la qualità.
“È un’obiezione che non condivido. I magistrati restano selezionati attraverso concorsi estremamente rigorosi, quindi parliamo comunque di professionalità elevate. Il sorteggio interviene su un sistema già qualificato, con l’obiettivo di garantire equilibrio e indipendenza. Non sostituisce il merito, ma lo protegge da condizionamenti esterni”.
Veniamo al tema più delicato: gli errori giudiziari.
“È il punto che più colpisce l’opinione pubblica, e giustamente. Dietro ogni errore giudiziario c’è una persona, una famiglia, una vita che viene segnata in modo irreversibile. Non possiamo considerarlo un tema marginale. Il referendum introduce un principio di maggiore responsabilità e rafforza i meccanismi di controllo. Non è una riforma contro la magistratura, ma una riforma a tutela dei cittadini e della credibilità dell’intero sistema”.
Si parla molto anche di fiducia nella giustizia.
“La fiducia è il vero nodo. Oggi una parte significativa dei cittadini percepisce la giustizia come distante o autoreferenziale. Questo è un problema enorme, perché mina il rapporto tra istituzioni e società. La riforma serve proprio a colmare questa distanza, rendendo il sistema più trasparente, più leggibile e più equilibrato”.
Nel dibattito è emersa anche l’accusa di politicizzazione.
“È un tema serio, che non va sottovalutato. Quando si ha anche solo il dubbio che possano esistere influenze, appartenenze o dinamiche interne che incidono sulle decisioni, la fiducia si indebolisce. Il referendum va nella direzione opposta: ridurre queste zone grigie e rafforzare l’autonomia e l’indipendenza reale della magistratura”.
Lei insiste molto sulla “giustizia dei cittadini”.
“Perché è il punto di partenza. La giustizia non è un sistema chiuso, non è un mondo autoreferenziale. È un servizio pubblico essenziale che deve garantire diritti. Ogni riforma deve essere valutata da questo punto di vista: quanto migliora la vita dei cittadini? Quanto rafforza le loro garanzie?”.
In questa campagna cosa le chiedono le persone?
“Chiedono chiarezza, tempi certi, equilibrio. Ma soprattutto chiedono di potersi fidare. È una richiesta semplice, ma profondissima. E credo che la politica abbia il dovere di dare una risposta concreta”.
C’è anche un tema di credibilità internazionale?
“Assolutamente sì. Un sistema giudiziario percepito come poco equilibrato incide sulla capacità del Paese di attrarre investimenti e di garantire certezza del diritto. È un fattore decisivo per la competitività e per lo sviluppo. Anche per questo la riforma non riguarda solo la giustizia, ma il futuro complessivo del Paese”.
Come risponde a chi definisce questa riforma ideologica?
“Rispondo che è l’esatto contrario. È una riforma che attua principi già presenti nella Costituzione: il giusto processo, la terzietà del giudice, l’equilibrio tra le parti. Non introduce elementi estranei, ma rende concreti valori già condivisi”.
Il suo appello finale agli elettori?
“Andare a votare, innanzitutto. E poi votare Sì con consapevolezza. Non è un voto contro qualcuno, ma per qualcosa: per una giustizia più giusta, più credibile, più vicina ai cittadini. È una scelta di responsabilità che riguarda il futuro del Paese e la qualità della nostra democrazia”.





