Bicchielli: Forza Italia abbia coraggio di cambiare - Le Cronache Ultimora
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Bicchielli: Forza Italia abbia coraggio di cambiare

Bicchielli: Forza Italia abbia coraggio di cambiare

«Forza Italia abbia il coraggio di cambiare. L’unità non si proclama, si costruisce». A dirlo è il deputato salernitano di Forza Italia, Pino Bicchielli che pone l’accento anche sul congresso regionale, in programma il prossimo 9 settembre.

Onorevole Bicchielli, il centrodestra celebra il Governo più longevo della storia repubblicana. È la dimostrazione che l’attuale sistema elettorale garantisce stabilità?

«È la dimostrazione esattamente del contrario: la governabilità non nasce dalle tecnicalità elettorali, ma dalla politica. Nessuna formula può garantire stabilità in un sistema che non sia presidenziale. Se oggi abbiamo il Governo più longevo della storia repubblicana è perché Giorgia Meloni ha saputo tenere insieme la coalizione, assumendosi responsabilità e costruendo una linea politica. Possiamo inventare qualsiasi legge elettorale ma se manca una coalizione coesa non esiste ingegneria istituzionale capace di sostituirla. L’unico modello sul quale aprirei una discussione seria è il doppio turno, perché consente ai cittadini di scegliere definitivamente tra due proposte e determina una maggioranza chiaramente vincente. Il resto rischia di essere sartoria elettorale».

Quale ruolo deve avere Forza Italia in questo centrodestra?

«Forza Italia non deve inseguire nessuno. Deve essere il motore liberale, riformatore, garantista ed europeista della coalizione. Come hanno ricordato in queste settimane tanti autorevoli dirigenti nazionali abbiamo bisogno di meno autorizzazioni preventive e più controlli successivi; meno tasse, ma riduzioni che cittadini e imprese possano realmente percepire. Dobbiamo stare dalla parte dei cittadini, non delle corporazioni. Essere liberali significa anche assumere decisioni inizialmente difficili quando si è convinti che siano giuste.».

C’è chi considera questi temi troppo elitari per un partito che vuole crescere.

«È una lettura profondamente sbagliata. La libertà economica riguarda l’artigiano soffocato dagli adempimenti, il giovane che vuole creare un’impresa, la famiglia che attende mesi per un’autorizzazione e l’azienda che rinuncia a investire. Anche il diritto a fallire e ripartire è una battaglia popolare: in altri Paesi chi tenta e non riesce ha una seconda possibilità, mentre in Italia viene spesso condannato a una sorta di ergastolo finanziario. Dobbiamo premiare il merito e il futuro, non soltanto l’anzianità. Se non parliamo ai giovani con il loro linguaggio, saremo percepiti come la fotografia ingiallita di una grande stagione. Io voglio invece che Forza Italia ne apra una nuova».

Questo vale anche per i diritti civili?

«Certamente. Un grande partito liberale non può avere paura dei diritti. Fine vita, libertà individuali, tutela della persona e nuovi modelli familiari non possono essere affrontati seguendo i sondaggi del giorno o lasciando che ogni Regione costruisca una disciplina diversa. Servono rispetto per tutte le sensibilità etiche e religiose, equilibrio e coraggio parlamentare. Alcune battaglie non si misurano soltanto con i voti che possono portare nell’immediato, ma con il profilo politico e culturale che costruiscono».

Come si allarga concretamente il partito?

«Aprendo porte e finestre. Nel civismo, che è una risorsa enorme per la politica, esistono amministratori, professionisti e realtà associative che ogni giorno risolvono problemi concreti. È soprattutto a questo mondo che Forza Italia deve rivolgersi. Abbiamo bisogno di aggiungere, non di mettere paletti. Non bisogna avere paura della novità e recuperare le  persone  e gli elettori che hanno abbandonato il partito. Se una classe dirigente pensa di restare al potere chiudendo gli accessi, forse potrà conservare qualche incarico, ma certamente ridurrà il partito».

In Campania, però, Forza Italia rivendica risultati elettorali importanti.

«I risultati vanno analizzati con serietà, senza trasformare ogni percentuale in una medaglia. Il consenso è concentrato in alcuni Comuni ed è spesso legato alla forza di singoli candidati e amministratori. In troppi territori Forza Italia resta sotto il 3 per cento. Questo significa che possediamo personalità capaci di raccogliere voti, ma non ancora una presenza politica capillare né un voto d’opinione sufficientemente diffuso. Il vero obiettivo non è costruire il partito dove oggi quasi non esiste. Il consenso personale è prezioso; diventa politicamente duraturo soltanto quando si trasforma in comunità».

Pasquale Aliberti e Tonia Lanzetta hanno lamentato, a questo riguardo, che gli organismi provinciali del partito non vengono convocati. È un problema reale?

«Sì, ed è una mancanza grave. Un partito senza luoghi di confronto finisce per non essere più una comunità politica. I problemi non scompaiono perché non si convocano le riunioni: si accumulano, le distanze aumentano e le divisioni si acuiscono. Se non si riesce neppure a organizzare il dialogo tra persone appartenenti allo stesso partito, è difficile poi presentarsi come modello di organizzazione. L’uomo solo al comando può essere il titolo di un film; non è un modello per un partito liberale».

Il congresso regionale, allora, può ricomporre queste fratture?

«Dovrebbe farlo, ma la tensione prodotta in queste settimane mi preoccupa. Siamo in un passaggio delicato per il Paese e cruciale per il futuro di Forza Italia: non possiamo consumare energie in una guerra interna fatta di comunicati, post autocelebrativi, conteggi e dichiarazioni di fedeltà. L’unità vera non si proclama ogni mattina: si costruisce riconoscendo dignità a tutte le sensibilità. Ricordiamoci che il nostro avversario politico è fuori, non dentro. Il congresso deve parlare di sanità, infrastrutture, lavoro, aree interne, giovani e sviluppo, non limitarsi alla conta di “chi sta con chi”. Quando l’unico argomento diventa il numero delle persone schierate, la politica ha perso ed è già stata sostituita dalla contabilità».

Eppure i congressi sono sempre stati anche un’occasione per favorire la partecipazione e avvicinare nuove persone ai partiti. In questo caso, però, persino la scelta della data ha suscitato perplessità.

«È proprio questo il punto. Le fasi congressuali sono sempre servite ad allargare il consenso, coinvolgere la base e avvicinare ai partiti persone nuove. Un congresso dovrebbe spalancare le porte, non restringere gli spazi di partecipazione. In Campania, invece, è stato convocato improvvisamente alla fine di luglio, in pieno periodo estivo, ed è stato fissato per un mercoledì pomeriggio. È la prima volta che vedo celebrare un congresso regionale in un giorno e in un orario simili: i parlamentari saranno impegnati nelle Aule e moltissimi iscritti che lavorano non potranno partecipare né portare il proprio contributo. Non a caso, tradizionalmente, i congressi si tengono il sabato o la domenica, proprio per permettere al maggior numero possibile di persone di dedicare il proprio tempo alla politica. Se vogliamo davvero allargare il partito, dobbiamo cominciare consentendo alle persone di esserci. Altrimenti rischiamo il paradosso di invocare la partecipazione e organizzare il congresso nel momento meno adatto a favorirla».

Lei non cita mai il segretario uscente. È una scelta?

«Non personalizzo una questione che considero politica. Non mi interessa combattere contro qualcuno, soprattutto se appartiene al mio partito, ma discutere quale partito vogliamo costruire. Chi guida ha certamente meriti, ma deve anche avere la capacità di ascoltare e il coraggio di aprire una fase nuova. E se davvero si dispone di una forza così smisurata come viene raccontato quotidianamente, non si dovrebbe temere una candidatura alternativa: la si dovrebbe quasi ringraziare, perché rende il congresso credibile. Una leadership autorevole non ha bisogno di ripetere ogni giorno di essere fortissima. Di solito lo dimostra consentendo agli altri di misurarsi».

Il caso di Alessandro Carrazza è diventato il simbolo di questa fase.

«Carrazza è diventato un piccolo eroe della democrazia interna. È capogruppo di Forza Italia nel suo Comune e ha un incarico di coordinamento di area vasta nel partito: come sappiamo, non si attribuiscono incarichi di partito a chi è estraneo al partito. Nessuno aveva mai contestato la sua iscrizione nel 2025: questo mi lascia perplesso. Esiste ora un confronto amministrativo sulla documentazione e sui pagamenti? Lo si verifichi con rigore. Ma io gli avrei consentito dal primo giorno di raccogliere le firme. Alla scadenza prevista, qualora fosse risultato privo dei requisiti, la candidatura sarebbe decaduta. Impedirgli preventivamente persino di provarci è incomprensibile. Se fossi stato chiamato a decidere, sarei stato io stesso a sollecitare una deroga, nell’interesse del pluralismo e della credibilità del congresso. Abbiamo bisogno di persone disposte a partecipare, non di un percorso a ostacoli per scoraggiarle».

Nel frattempo è emersa anche la candidatura di Giuseppe Conte, omonimo dell’ex presidente del Consiglio. Anche a lui non sarebbe stata consentita la raccolta delle firme.

«Purtroppo sì. E quando gli episodi diventano due, è difficile continuare a considerarli semplici incidenti burocratici. Giuseppe Conte ha atteso sette giorni prima di ricevere una risposta e gli è stato poi comunicato che non risulterebbe iscritto nel 2024. Il regolamento, però, parla di due anni consecutivi in corso di validità e lui risulta iscritto nel 2025 e nel 2026.

Anche Conte, quindi, ha presentato ricorso e saranno gli organi competenti a valutarlo. Io non entro nel merito amministrativo, ma pongo una questione politica. Sembra che, in questo congresso, la prova più difficile non sia ottenere il consenso degli iscritti, ma riuscire semplicemente a partecipare. È un paradosso singolare per un partito che si definisce liberale: abbiamo più candidati costretti a presentare ricorsi che candidati messi nelle condizioni di presentare programmi. A questo punto, prima ancora di scegliere chi debba vincere, dovremmo assicurarci che qualcuno possa almeno concorrere».

L’eccesso di burocrazia congressuale non è paradossale per Forza Italia?

«È quasi surreale. Combattiamo giustamente l’iperburocrazia dello Stato e poi rischiamo di riprodurla dentro casa nostra, con richieste senza risposta, numeri discordanti, uffici chiusi durante le scadenze e regole che sembrano comprensibili soltanto agli iniziati. Un partito liberale dovrebbe rendere semplice la partecipazione, non trasformarla in una prova di resistenza amministrativa. Su questo possiamo persino sorridere, ma il problema è serio: in gioco non c’è il destino di una candidatura, bensì l’affidabilità dell’intero partito».

Alle ultime comunali di Salerno sono stati commessi errori?

«Sì, la linea del centrodestra doveva essere seguita dal primo giorno come alcuni di noi sostenevano.

L’adesione alla alleanza naturale del centrodestra avvenuta solo nelle ultime ore prima della presentazione delle liste è stato un errore politico organizzativo e il risultato ne ha risentito. Tuttavia abbiamo eletto due consiglieri di qualità come Gabriele Casaburi e Sarel Malan, che già nei primi mesi hanno dimostrato competenza, concretezza e capacità di stare sui problemi della città. Sono tra le figure sulle quali può crescere la Forza Italia di domani. Il rinnovamento non è uno slogan: significa dare spazio e responsabilità a persone così».

In città sta suscitando grande attenzione la lettera pubblicata sul nostro giornale dal procuratore Raffaele Cantone.

«Cantone merita un grande apprezzamento per il lavoro e per l’attenzione che sta dedicando al territorio. Il suo valore non deve certamente essere dimostrato oggi: è testimoniato da tutta la sua storia istituzionale. Su alcuni dei temi richiamati nel dibattito pubblico sono intervenuto personalmente con interrogazioni parlamentari. La sua precisazione conferma che sono in corso doverosi accertamenti giudiziari e che saranno svolti con rigore, nel rispetto delle persone coinvolte e delle esigenze di riservatezza.

L’ho incontrato nelle scorse settimane e ho avuto la netta impressione di un uomo con idee molto chiare su ciò che sta accadendo. Salerno deve essere soddisfatta di avere alla guida della Procura una figura del suo livello».

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico da lei presieduta convocherà il presidente Fico. Di cosa discuterete?

«La convocazione era stata programmata da tempo e stiamo concordando la sua presenza in Commissione nel mese di settembre.

Il tema principale sarà il fiume Sarno, sul quale abbiamo svolto un lavoro approfondito e rispetto al quale servono responsabilità definite, tempi certi e risultati verificabili. Ma la Commissione si è occupata più volte anche dei Campi Flegrei: è quindi naturale che chiederemo conto delle ultime decisioni, compresa la vicenda dello stato di emergenza.

Non cerchiamo polemiche istituzionali, ma risposte. La prevenzione del rischio idrogeologico e sismico non può dipendere dall’emozione provocata dall’ultima emergenza: richiede programmazione, coordinamento e continuità».

Quale messaggio vorrebbe arrivasse dal congresso campano?

«Che nessuno ha vinto se, alla fine, metà del partito resta fuori dalla porta. L’unità non è silenzio, uniformità o obbedienza: nasce dal confronto e dal rispetto. È ancora possibile fermare questa spirale e ritrovarsi intorno alla politica. Farlo non sarebbe un segno di debolezza, ma la prima autentica dimostrazione di forza».