Un autore di notevole complessità e struggente bellezza, che non ha mai tradito la propria indole libera. Il carisma di Alfonso Gatto rivivrà nell’appuntamento di oggi, presso la Galleria Il Catalogo, in accordo con la Fondazione a lui intitolata, e, nello stesso luogo, domani, alla presenza del poeta Franco Buffoni, con l’edizione 2026 del Premio dedicato all’illustre salernitano, in collaborazione con il Centro di Ricerca Interdipartimentale Alfonso Gatto-Unisa. Abbiamo raggiunto al telefono Filippo Trotta, presidente della Fondazione Alfonso Gatto.
Come sarà strutturata l’iniziativa ?
“Ho cercato di immaginare un omaggio nel modo più semplice possibile, con l’intento di cercare testimonianze e piccoli atti d’amore nei confronti del poeta. La scelta della Galleria Il catalogo, ovviamente, non è casuale: il gruppo di giovani intellettuali con cui si è relazionato nel tempo ha fatto sì che diventasse davvero ai suoi occhi una seconda famiglia. Possiamo tranquillamente affermare che la galleria di Lelio Schiavone, purtroppo venuto recentemente a mancare, è l’ultimo luogo gattiano della città, un circolo culturale di rara raffinatezza in cui tante, pregevoli iniziative sono state patrocinate da Gatto stesso. Si è fatta quindi strada l’idea di un omaggio non accademico, informale, aperto a giornalisti, amici, professori, persone comuni disposti a leggere una poesia, uno stralcio di prosa per affrontare il ricordo come una materia viva. È importante pensare a questo grande artista generoso come se fosse ancora in mezzo a noi”.
Ha un ricordo particolare di Gatto che le piacerebbe condividere con i nostri lettori?
“Quando è venuto a mancare ero molto piccolo, però rammento vividamente il momento in cui ci fu comunicata la notizia della sua morte. Eravamo per caso tutti riuniti e il sentimento di grande tristezza che ci avvolse tutti fu palpabile, tangibile. Fu, come è facile immaginare, un giorno davvero cupo”.
Se lei volesse sintetizzare l’idea di cultura difesa da Gatto, cosa ci direbbe?
“È una domanda che si apre a vari sbocchi interpretativi. La stessa parola cultura rischia di essere riduttiva, soprattutto se l’intreccio tra arte e vita è indissolubile. Aveva un’idea molto lineare e seria dell’idea di poesia, che per lui non era esercizio di stile o contemplazione del reale, specchio più o meno fedele di ciò che è intercettato dall’esperienza, ma strumento di avanguardia e militanza. Aveva un profondissimo senso di responsabilità morale riguardo al ruolo di intellettuale, che si potrebbe definire una vera e propria guida per il contesto sociale. Amava ricordare che non aveva commesso viltà grazie al potente mezzo della letteratura: l’aspetto più forte della sua scrittura. Per dirla con Rimbaud, la poesia non ammette commissioni di alcun tipo. Chi accetta un committente non è riconoscibile come poeta, visto che abbraccia le proprie catene. La scrittura poetica, al contrario, è l’unica vera forma di libertà e questo spirito ha rappresentato la grandezza di mio nonno nel quotidiano come in scelte decisamente più impegnative. Una su tutte, l’antifascismo. Mentre molti intellettuali hanno sostenuto il regime fascista per poi, magari, ripudiarlo, Gatto ha pagato con il carcere la sua coscienza civile e questo fa una grandissima differenza. Non ha ceduto alla meschinità, alla pochezza, alla vigliaccheria di chi non vede che se stesso. Se, dunque, ha dimostrato rigore nel suo ruolo di intellettuale, lo ha anche vissuto con meravigliosa leggerezza, senza mai disprezzare la semplicità popolare, l’accostarsi all’umiltà senza filtri o supponenza. Altri hanno vestiti panni intellettuali in cui non si riconoscevano affatto, ma lui era distante anni luce da questo tipo di ipocrisia”.
Sono in programma altre iniziative in accordo con Il Catalogo?
“Non al momento, anche se non escludo nulla, dato il legame di salda e profonda amicizia. Sto però lavorando alla possibilità di ospitare, presso Palazzo D’Avossa, una poetessa e un poeta palestinesi in due giorni di incontri”.
Cosa vorrebbe che restasse di Gatto alle nuove generazioni ?
“Vorrei che i giovani comprendessero appieno l’urgenza, la necessità di non commettere alcun atto vile né verso se stessi, né verso gli altri. È importante ricordare quanto sia vitale l’etica. Siamo in un’epoca di compromessi personali. È fin troppo facile acconsentire e piegarsi pur di avere un posto al sole, ma Gatto ricordò che non esiste progresso laddove campeggi il solo io e non un noi in cui una collettività sappia davvero riconoscersi. Il cammino verso un’evoluzione deve essere condiviso senza particolarismi”. Gemma Criscuoli





