L'eredità di Tommaso Biamonte - Le Cronache Ultimora
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L’eredità di Tommaso Biamonte

L’eredità di Tommaso Biamonte

di Olga Chieffi

Oggi abbiamo di fronte una generazione che rischia di vivere nell’insicurezza, nell’assenza di certezza, e che è costretta a fare del precariato la sua unica forma di impegno lavorativo. Il lavoro è infatti spesso vissuto, quando c’è, come una forma di sfruttamento che genera insoddisfazione e precarietà. Ciò è vero soprattutto per le nuove generazioni, che sperimentano in prima persona e drammaticamente i fenomeni della disoccupazione e dell’inattività, della precarietà o del sotto-inquadramento, scoraggiando, così, i lavoratori più istruiti, che dovrebbero essere, invece, l’elemento su cui costruire processi virtuosi di promozione dell’innovazione e della competitività. Ci troviamo di fronte ad una generazione che rischia di vivere nell’insicurezza lavorativa ed esistenziale, che non riesce, in mancanza di un elemento essenziale quale un reddito sicuro su cui fare affidamento, a programmare, a volte anche a immaginare, il suo futuro, vittime della mediocrazia e della governance, nel senso più dispregiativo del termine, che li attanaglia. All’indomani degli scioperi, dei blocchi contro il carovita, delle occupazioni delle scuole, ridotte ad una inutile corsa al creditello e al vuoto titolicchio, attraverso i vari progetti, bandi, strapagati e il più delle volte vacui, è il caso, oggi, di guardare un po’ indietro, ovvero all’abnegazione di un tenace catalizzatore dell’idea comunista e del sindacato salernitano quale fu l’onorevole Tommaso Biamonte. Il ricordo di tutti vola, naturalmente alla sua “lunga marcia”, compiuta nelle fila del Partito Comunista, sin da giovanissimo. Calabrese di ferro, nato quel 15 novembre del 1921, tra i monti di Gimigliano, nello stesso anno della scissione di Livorno, che dette vita al Partito Comunista Italiano per mano di Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, Tommaso partecipò alla Resistenza, membro della gloriosa “Brigata Garibaldi”, per poi trasferirsi a Salerno e legare il suo nome a quello della famiglia Chieffi, sposando nell’aprile del ’48 Franca, la secondogenita di Italo e sorella di Mary, primo consigliere comunale donna nel 1946, anche lui in quel di Livorno a fianco di Bordiga, animatore delle lotte contadine del primo dopoguerra nella Piana del Sele, perseguitato dal fascismo e membro della giunta esarchica nel 1944. Qualche amico sorrideva con Tommaso chiedendogli se fosse entrato nella famiglia Chieffi perché era comunista o se fosse diventato comunista poiché era entrato nella famiglia Chieffi, ma il compagno Tommaso sostenuto dalla famiglia Amendola , in particolare da Giorgio e Pietro, bruciò le tappe, divenendo consigliere comunale, sotto il regno di Don Alfonso Menna, il Sindaco-patriarca. “In comune erano lotte ferocissime – ricordava – ma ci stimavamo come avversari e alla fine si lavorava per il bene della cittadinanza”, di lì nel 1968 varcò per la prima volta la soglia della Camera dei Deputati, con a fianco Gaetano “Ninì” Di Marino. Ma la carriera di Tommaso non si è mai chiusa nelle due camere di governo, da Deputato, ancora, e da Senatore, nonché da primo cittadino di Amalfi, è stato sempre vicino alla gente, di tutte le correnti politiche, poiché “il partito comunista è un partito popolare, grande, unito”. Migliorista e meridionalista, è stato a fianco di Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, uomini chiave della cosiddetta “nebulosa berlingueriana”, prodotti della covata di Amendola, sostenitori del rigore economico e di una politica dalle larghe intese, indirizzati maggiormente verso un sano pragmatismo, più che divenire baluardi degli ultimi residui ideologici. Una vita, la sua, trascorsa quale difensore dei diritti della gente, dei più umili, sino a chiudere la sua carriera quale esponente Senior della CGIL. Figura emblematica dell’ala meridionalista e riformista del Partito Comunista Italiano, capace di incarnare una stagione di militanza intensa, rigore morale e profondo radicamento popolare nel Salernitano, Tommaso Biamonte, rappresenta una parabola umana e politica straordinaria, segnata dal passaggio giovanile nelle file degli avanguardisti alla presa di coscienza maturata nel dramma della guerra, con la partecipazione ai moti di liberazione in Piemonte dopo l’8 settembre. La sua azione politica si è distinta per una presenza costante nei comuni della provincia, a diretto contatto con i bisogni delle classi popolari, tanto che la sua prima elezione alla Camera dei Deputati nel 1968 nacque non dalle designazioni verticistiche del centralismo democratico, ma dal vastissimo consenso conquistato sul campo. Dirigente indipendente, ribelle e poco incline ai compromessi dell’ortodossia di partito, Biamonte ha legato il suo nome alle grandi battaglie sociali del Mezzogiorno: dalle occupazioni delle terre da parte dei braccianti al sostegno alle cooperative agricole, dalla difesa dei posti di lavoro degli operai conservieri dell’Agro Nocerino e del tabacchificio di Battipaglia fino all’impegno per il potenziamento dell’Ospedale Umberto I di Nocera Inferiore. Nel corso della sua carriera ha ricoperto ruoli di rilievo come consigliere comunale a Salerno, deputato per tre legislature, sindaco di Amalfi nel 1973 e presidente provinciale dell’ANPI e della Lega delle Autonomie Locali. Pure di fronte alle aspre spaccature interne del 1968, che videro la Federazione salernitana dividersi tra il fronte del rinnovamento e la componente vicina ad Amendola, Biamonte decise di rimanere nel PCI pur risultando in minoranza, dimostrando un senso di appartenenza che andava oltre le divergenze e preservando l’amicizia fraterna con compagni d’impianto come Amarante e tanti nomi che sovvengono nella ferace stagione della sinistra, gli Amendola, Mario Alicata, Gerardo Chiaromonte, Cecchino e Peppino Cacciatore, ed ancora lo straordinario gruppo di intellettuali marxisti, del pensiero crociano, liberale, cattolico che ruotava intorno alla Libreria Macchiaroli, quali Leopoldo Cassese, Roberto Volpe, Antonio Castaldi, Aldo Falivena, Italo Gallo, Tullio Lenza, Filiberto Menna, Pasquale Villani, Pina Boggi, Roberto Visconti, a testimonianza di un Partito capace di una formidabile mediazione intellettuale, che forgiava l’identità dei suoi dirigenti. Questo vissuto di etica pubblica e passione ideale mette a nudo, per stridente contrasto, la degenerazione della politica odierna, segnata da un vuoto post-ideologico e antipolitico dove i partiti non sono più strumenti di partecipazione o cinghie di trasmissione della società civile, bensì comitati elettorali autoreferenziali asserviti a leadership mediatiche e cacicchi locali, del tutto incapaci di difendere i diritti dei lavoratori e la memoria storica. Qualcuno potrà bollare tale scritto come mera memoria nostalgica, ma noi lo pensiamo quale richiamo critico e quanto mai attuale all’essenza perduta della buona politica come riscatto sociale ed emancipazione collettiva. “Nella cerchia della vita domestica, scriveva Antonio Labriola, si conservano parecchie memorie di cose passate, che di quando in quando vengono ripetute e raccontate con qualche ordine, cosicché l’animo infantile si abitua poco per volta a concepire l’immagine di uomini vissuti ad una certa distanza di tempo”. Il suo chiodo fisso era divulgare alle giovani generazioni i valori della Resistenza. Uno dei miei personali ricordi di Zio Tommaso è il suo primo regalo “politico”: per il compimento dei miei sei anni mi mise tra le mani “I giorni della Resistenza”, della Editori Riuniti, una piccola storia a fumetti della lotta partigiana pensata per i ragazzi, con l’introduzione di Ferruccio Parri, e un piccolo orsacchiotto marsicano, unito al suo stritolante abbraccio e seguito dall’intimazione: “Voi Chieffi, tutti genialoidi, teorici, filosofi, oratori schiaccianti, pronti a scrivere, ad attaccare, a criticare, ma se non si fa secondo il vostro pensiero, sbattete la porta e rientrate nella vostra fortezza, mi raccomando!”. Ora è il momento di aprire la porta: “Now’s the time” (Charlie Parker).