Mimmo Savastano e quella sezione che chiamavamo casa - Le Cronache Salerno
Salerno

Mimmo Savastano e quella sezione che chiamavamo casa

Mimmo Savastano e quella sezione  che chiamavamo casa

di Andrea De Simone

Ci sono luoghi che, anche quando non esistono più, continuano ad abitare dentro di noi. Per tanti di noi, uno di quei luoghi è stata la sezione Antonio Gramsci, tra Caledonia e il rione Petrosino. Erano gli anni Settanta e Ottanta. Salerno viveva una stagione di bella politica. Una politica fatta di passioni, di idee, di discussioni interminabili, di militanza e di partecipazione. Da Mariconda al Centro storico, da Fratte a Torrione, da Pastena al Carmine, non c’era quartiere nel quale non ci fosse una sezione del PCI. Le sezioni erano molto più di una sede di partito. Erano luoghi nei quali si incontravano le persone, si ascoltavano i problemi, si discuteva del futuro. Erano presìdi nei quartieri popolari, luoghi di solidarietà e di partecipazione.La sezione Gramsci nacque dall’iniziativa di un gruppo di giovani, sostenuti dalla saggezza e dall’esperienza di vecchi militanti. Tra loro c’erano Ferdinando Sorrentino, già consigliere comunale e assessore provinciale nella Giunta che ho avuto l’onore di presiedere, e Vincenzo Savastano. Ferdinando era il papà di Luca, oggi consigliere comunale. Vincenzo era il papà di Mimmo, Ciro e Nino, oggi vicesindaco. Quella sezione era piena di giovani. Era una delle più attive della città, un punto di riferimento per i quartieri e per tante famiglie. Per noi era una scuola. Una scuola di politica, certamente. Ma anche una scuola di vita. La formazione politica passava dai libri, dai giornali, dalle discussioni, dalle grandi questioni nazionali e internazionali. Alcuni di noi, proprio da quella sezione, furono proposti per frequentare i corsi alle Frattocchie. Ma la politica si imparava soprattutto stando in mezzo alla gente. Si imparava affiggendo i manifesti, spesso fino a tarda notte. Si imparava distribuendo ogni settimana l’Unità. Nei volantinaggi davanti alle fabbriche. Nelle assemblee di caseggiato. Nelle riunioni nelle quali si discuteva di tutto e qualche volta, naturalmente, si litigava anche. Si imparava nelle lotte. Come quella notte di Natale alla Ernestine occupata, insieme alle famiglie che avevano scelto di trascorrere lì la Vigilia per difendere il diritto al lavoro. Eravamo giovani. Forse non ci rendevamo pienamente conto di quanto quelle esperienze ci avrebbero segnato. Oggi lo sappiamo. Quella era una scuola di politica perché ci insegnava a stare dalla parte delle persone. Ed era una scuola di vita perché ci insegnava che la politica, prima ancora di essere un incarico o una responsabilità, era una scelta di campo. Poi è cambiato tutto. È cambiata la società. Sono cambiati i partiti. Sono cambiati i quartieri. E sono cambiate le forme della politica. Le sezioni non sono più il cuore della vita politica dei quartieri. Non sono più il luogo quotidiano della partecipazione, dell’incontro, del confronto. A me quella vita manca. E quando, presentando il mio libro sul giovane Berlinguer, ho attraversato l’Italia con oltre cento iniziative, qualcuno ha parlato di nostalgia. Ho accolto quella parola senza imbarazzo. Anzi, la rivendico. Perché dovrei vergognarmi della nostalgia per un mondo che è stato bello, intenso, ricco di fermenti e di sogni? La nostalgia non significa voler tornare indietro. Significa riconoscere il valore di ciò che abbiamo vissuto. Per tanti di noi, quelle esperienze sono state fondamentali. Ci hanno formato, ci hanno fatto incontrare persone che non avremmo mai dimenticato, ci hanno insegnato a credere che la politica potesse essere uno strumento per migliorare la vita degli altri. Poi le strade si sono divise. Il mondo è cambiato e, cambiando il mondo, probabilmente siamo cambiati anche noi. Ma ci sono sentimenti che non cambiano. Oggi, dando l’ultimo saluto a Mimmo, ho sentito tutto questo con una forza particolare. Mimmo è stato uno di noi. Uno di quella generazione. Uno di quella sezione. Uno di quei quartieri. Uno di quella gente. E oggi, nel stringere mani che non stringevo da tempo e nell’abbracciare Nino, ho sentito riemergere, improvvisamente, una parte della nostra vita che credevo lontana. Abbiamo percorso strade diverse. Abbiamo fatto scelte diverse. La vita ci ha portato in luoghi diversi. Ma siamo partiti dallo stesso posto. Dalla stessa sezione. Dagli stessi quartieri. Dalla stessa gente. E, soprattutto, da quella stessa idea della politica come passione, responsabilità e impegno. È forse questo il senso più profondo della memoria. Che il tempo può cambiare tutto, ma non riesce a cancellare ciò che abbiamo condiviso. Restano i volti. Restano le voci. Restano le notti trascorse insieme, i manifesti, i volantini, le assemblee, le battaglie, le discussioni e i sogni. Restano le persone. E restano gli abbracci, come quello di oggi con Nino, che in un istante possono riportarti indietro di quarant’anni. A quella sezione Antonio Gramsci. A quei quartieri. A quella giovinezza. A quella comunità. A quel tempo in cui pensavamo, forse con qualche illusione ma con una straordinaria convinzione, che la politica potesse cambiare il mondo. Mimmo oggi non c’è più. Ma una parte di lui continua a vivere in quella storia che abbiamo condiviso. E allora voglio salutarlo così: non soltanto con il dolore per la sua perdita, ma con la gratitudine per averlo incontrato lungo il cammino. Per essere stato uno di noi. Per essere stato parte di quella stagione. E per aver contribuito, insieme a tanti altri, a rendere bella la nostra giovinezza. Quella sezione oggi non c’è più. Ma per noi, in fondo, è ancora lì. Perché certe case possono chiudere le porte. Ma quelle che abbiamo costruito dentro di noi non chiudono mai.