È il giorno della verità per il Grand Hotel Salerno. Oggi scade l’ultimatum annunciato, anche attraverso i social, dal sindaco Vincenzo De Luca alla società che ha realizzato su suoli comunali e gestisce la struttura alberghiera affacciata sul lungomare cittadino. Se entro la giornata non saranno versati i tributi dovuti – circa 9 milioni di euro tra Imu, Tari e tassa di soggiorno – il Comune procederà con la sospensione della licenza. Una vicenda destinata ad avere ripercussioni non solo sul futuro dell’albergo, ma anche sul dibattito politico e amministrativo della città. Il caso Grand Hotel, infatti, secondo i consiglieri comunali Franco Massimo Lanocita, Rino Avella, Claudio Russolillo e Giso Amendola, rappresenta innanzitutto il simbolo della difficoltà dell’ente nel riscuotere tributi e imposte. Secondo gli esponenti dell’opposizione, il mancato incasso di somme così rilevanti avrebbe contribuito ad aggravare la situazione finanziaria del Comune, culminata nell’adesione al cosiddetto decreto “salva Comuni” e nell’aumento della pressione fiscale sui cittadini. “A pagare – sostengono – sono stati anche coloro che le tasse le hanno sempre versate regolarmente”. Da qui la richiesta di chiarimenti all’amministrazione comunale: quali misure siano state adottate per migliorare l’efficienza dell’Ufficio Tributi e se siano state avviate verifiche su eventuali condotte omissive degli uffici o delle amministrazioni che si sono succedute negli ultimi quattordici anni. Nel merito della vicenda Grand Hotel, i consiglieri sollevano anche un ulteriore interrogativo. L’esposto presentato nei giorni scorsi alla Procura potrebbe rappresentare, a loro avviso, anche un tentativo di prendere le distanze da quanto avvenuto in relazione alla vendita dei restanti suoli dell’ex cementificio alla foce dell’Irno, riconducibili alla stessa famiglia imprenditoriale. L’opposizione ricorda che il Comune, sempre con l’obiettivo di reperire risorse per il bilancio, ha ceduto l’area dell’ex parcheggio destinata alla realizzazione di un nuovo albergo. Un’operazione che, secondo quanto emerso, non avrebbe potuto essere effettuata perché sull’area gravava un vincolo di destinazione a verde pubblico o parcheggio. Su quella compravendita, definita “molto pasticciata”, è in corso un’indagine della Procura, mentre nelle scorse settimane la stampa aveva riferito anche della scomparsa delle denunce presentate da alcuni residenti. Per i consiglieri firmatari, la questione di Foce Irno non rappresenta un episodio isolato, ma si inserisce in una più ampia politica di alienazione del patrimonio pubblico. Vengono richiamate, in particolare, le recenti vendite degli edifici dell’ex Ufficio di Igiene di via Settimio Mobilio e dell’ex Procura di via Rafastia, operazioni effettuate – sostengono – per fare cassa e fronteggiare i debiti accumulati nel corso degli anni. “Il patrimonio immobiliare del Comune, e dunque dei cittadini, si è ridotto, mentre quello dei costruttori è cresciuto enormemente”, affermano i consiglieri, rilanciando una proposta già avanzata in campagna elettorale: sottoporre le alienazioni dei beni pubblici di rilevante valore a referendum consultivi, così da coinvolgere direttamente la cittadinanza nelle scelte strategiche per il futuro della città. Intanto, sul Grand Hotel resta alta l’attesa. La sospensione della licenza, se dovesse essere effettivamente adottata, aprirebbe uno scenario senza precedenti per una delle strutture ricettive più note di Salerno, con possibili conseguenze economiche, occupazionali e giudiziarie che potrebbero estendersi ben oltre il caso specifico e investire il rapporto tra amministrazione comunale, gestione dei tributi e utilizzo del patrimonio pubblico.










