Laura Scermino
Non è la prima volta che una caso di cronaca diventa spunto di riflessione perché solleva un polverone facendosi strumento di attenzione pubblica veicolandone l’opinione, e l’opinione pubblica altro non è che il pubblico votante. Senza neanche nasconderlo tra le righe ci si riferisce al caso del gioielliere Mario Roggero che giudicato definitivamente dalla Cassazione, colpevole di omicidio è stato condannato con riduzione rispetto al precedente grado di giudizio, a 14 anni e 7 mesi di reclusione per aver rincorso i rapinatori fuggenti fuori dal negozio ed averne uccisi due con la pistola che deteneva regolarmente : Andrea Spinelli e Giuseppe Mazzarino. Orbene la speranza dell’imputato prima e poi condannato era di essere non ritenuto responsabile nella vicenda che lo aveva visto protagonista di un’invocata legittima difesa. Fermo restando le nozioni giuridiche che la caratterizzano e ne integrano i presupposti che si lasciano ai protagonisti del diritto tutelato in sede giudiziaria ,(giudici e difensori) di cui devono conoscersi gli atti processuali, resta il senso delle parole,che è chiaro. Senza articolare spiegazioni in “dirittese” perché ci sia legittima difesa è imprescindibile che ci sia una condotta “difensiva” e che questa sia legittima, ovvero, giustificata. Si parla di difesa, quando si vuole impedire che una persona riceva un’offesa,la difesa è l’azione del difendere e questa è sinonimo di proteggere e preservare .Legittima,è un aggettivo che integra un riconoscimento secondo una valutazione normativa. Ed ecco che se si subisce un’azione che mette a rischio la propria vita o quella di altri, la volontà di preservarla legittima(giustifica) una difesa e le sue dirette conseguenze. Ragionevolezza prima che norma poi prevede che tale azione tra agente e subente sia “contestuale”. Per cui se il nesso temporale si interrompe e la contestualità non si ravvede,la difesa non è più legittima per divenire vendetta, o come ormai definizione nota ”giustizia privata”. Tuttavia farsi giustizia da sé è un atto di superba ribellione prima verso Dio e poi verso gli uomini, atteso che l’uomo che si fa giustizia da sé non può definirisi GIUSTO, e non può considerarsi in stato di “grazia”. Grazia che di contro “l’appena condannato e recluso” ha già richiesto. GRAZIA si GRAZIA no. La questione si fa politica e strumentale ad ideologie che hanno radici lontane ed opposte, che nello scontro sollevano un polverone mediatico e politico. Metafora acciecante, offuscante le idee veicolate da un sentire antico, tanto distorto quanto umano, occhio per occhio dente per dente. Ed ecco che in un attimo l’oppresso diventa a sua volta oppressore, in un circolo vizioso che si alimenta e propaga tutti i sentimenti del dolore che il male genera, e che altro non è,i n piccolo, che la proiezione delle ragioni che giustificano l’ormai abusata parola dell’ESCALATION nei conflitti e che riconosce l’ultima parola al più forte! L’opinione pubblica si divide divenendo proiezione della fazioni di palazzo.E d ecco che si dibatte sull’opportunità e la giustificazione della concessione o meno della GRAZIA, atto di clemenza del Presidente della Repubblica su parere del ministro della Giustizia,che non cancella la condanna ma interviene nella esecuzione della pena e che impone preliminarmente l’espletamento di un’istruttoria sui seguenti parametri: Situazioni di particolare umanità, come gravi condizioni di salute del condannato; Evidenti sproporzioni tra reato e pena inflitta; Comportamenti meritevoli del condannato durante l’esecuzione della pena; Mutamenti del contesto sociale o normativo che rendano la pena eccessivamente afflittiva; Esigenze di giustizia sostanziale non altrimenti soddisfatte. La grazia, dunque, è strumento eccezionale volto a garantire principi di equità e umanità, paletti che temperano la condotta “illecita” con considerazioni non strettamente ancorate alla norma. Ma non può esserci equità dove non c’è equilibrio, proporzione né umanità dove la rabbiosa e sproporzionata vendetta si vuole vestita di necessità. Una cosa è certa non esiste un compromesso , delle due l’una ed inevitabilmente il caso diventa un precedente ed ogni precedente integra un apripista consegnando tutto il peso e la responsabilità di una scelta. Scelta,in questo caso, che se operata trincera l’uomo dietro la giustificazione che sia “giusta” tacitando la coscienza,che in un angolo anche il più remoto rimorde,si agita,sussurra a memoria del dono che ognuno avuto,che ci ha voluto gratuitamente “vivi” e liberi anche di sbagliare. E gli errori hanno sempre un costo ma come tutti i costi possono vedersi come un investimento,un nuovo progetto sulla nostra vita. L’errore, pertanto,può diventare motivo di cambiamento se, divenuto consapevole, si incontra con un atto di clemenza . Tuttavia non possono farsi due pesi e due misure, nell’invocato brocardo umano LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI. Ed ecco che seppure la grazia “costituzionale” come quella “divina” incarna il dono dell’accoglienza, segna una possibilità di miglioramento, di cambiamento tuttavia a differenza della seconda non presuppone il pentimento, sentire che appartiene autenticamente solo alla coscienza. Perché a fare la differenza non è l’azione in sé ma come ci si pone nei confronti della stessa.L’atto dell’uccidere si chiama omicidio, e l’uomo resta omicida indipendentemente dalle ragioni che lo hanno motivato. Anzi il fatto di non essere propriamente un delinquente testimonia che ognuno, inaspettatamente, può sbagliare e fare cose di cui mai avrebbe pensato di essere capace. Tali stato di cose c’impongono una riflessione,che se la GRAZIA non può riconoscersi senza perdono, il perdono non può essere donato e riceversi senza pentimento.Pentimento che,nel caso in oggetto, sembra non ravvisarsi in luogo della convinzione di essere nel giusto e per questo essere “giustificato” dalla situazione. Andrea e Giuseppe non hanno più voce. Ad Andrea e Giuseppe nessuna pena, né tempo per pentirsi, nessuna clemenza. Ma su quel dito puntato si ferma tutta l’attenzione mediatica e del protagonista,tanto che la legittima difesa invocata fonda la legittima richiesta della Grazia da parte di chi nonostante tutto resta sul podio dell’accusatore in una voce che cercando consenso non sembra incrinarsi in pentimento:”Ringrazio coloro che mi sono stati vicino, adesso dovrò passarvi il testimone per portare avanti una legge sulla legittima difesa che sia veramente contro le ingiustizie e la criminalità sempre più dilagante”. Ed ecco che quel dito puntato spostato sull’opinione pubblica invoca una giustizia che vuole restare tutta umana perorando la necessaria modifica della disciplina della legittima difesa allargandone i possibili “giustificati” in beffa a quella divina, che ha fatto di un delitto “ingiusto” e senza vendicatori il momento più alto della umana redenzione.








