"Perchè i salernitani sfidano i divieti a Universo Beach" - Le Cronache Salerno
Salerno

“Perchè i salernitani sfidano i divieti a Universo Beach”

“Perchè  i salernitani sfidano i divieti a Universo Beach”

di Erika Noschese

 

 

Il caso Universo Beach non è più soltanto un’emergenza sanitaria e ambientale, ma si sta trasformando in un vero e proprio caso di studio sociologico. Nonostante l’ordinanza comunale che impone il divieto assoluto di balneazione e di accesso all’area per i prossimi 60 giorni, a causa della massiccia presenza di batteri fecali rilevata dall’Arpac, il tratto di litorale tra Pastena e Torrione continua a essere frequentato. Ieri mattina la Polizia Municipale è dovuta intervenire per allontanare diversi cittadini che, ignorando le transenne e il rischio clinico, avevano piantato l’ombrellone sulla sabbia contaminata.

Perché si è disposti a mettere a repentaglio la propria salute, e quella dei propri figli, pur di trascorrere qualche ora su una spiaggia interdetta? Per analizzare i cortocircuiti cognitivi e le dinamiche sociali di questa vicenda abbiamo intervistato la dottoressa Emmanuelle Scarpa, psicologo clinico e psicoterapeuta familiare sistemico relazionale simbolico esperienziale.

Dottoressa Scarpa, se su quella spiaggia ci fossero calcinacci pericolanti o siringhe, probabilmente nessuno vi entrerebbe. Il fatto che il batterio fecale sia invisibile “disattiva” il nostro istinto di sopravvivenza?

«Sì, in parte. Il cervello umano è molto più sensibile ai rischi visibili, immediati e concreti. Un calcinaccio che può cadere o una siringa suscitano una reazione emotiva automatica. Un batterio fecale, invece, è invisibile, astratto e con conseguenze differite nel tempo. Questo rende più difficile attivare spontaneamente comportamenti di evitamento».

Quando un Comune mette i sigilli, il cittadino dovrebbe percepire protezione. Molti invece scavalcano le transenne: siamo di fronte a un deficit di percezione del rischio o a una crisi di fiducia verso chi emette l’ordinanza?

«Probabilmente a entrambe le cose. Quando la fiducia nelle istituzioni è elevata, il cittadino tende ad affidarsi alle indicazioni ricevute. Quando invece esiste una storia di conflitti, promesse disattese o comunicazioni percepite come poco credibili, aumenta la tendenza a mettere in discussione anche i divieti fondati».

Quanto incide l’attaccamento abitudinario al proprio territorio, considerato che quel litorale è storicamente la “spiaggia di casa” per molti residenti della zona orientale?

«Moltissimo. I luoghi non sono soltanto spazi fisici: custodiscono ricordi, appartenenza e identità. Più forte è il legame emotivo con un luogo, maggiore può essere la tendenza a minimizzare o razionalizzare un pericolo che ne impedisce la fruizione».

Le persone sanno che l’Arpac ha certificato la contaminazione, eppure stendono l’asciugamano. Quali sono gli alibi mentali che si costruiscono per giustificare questo comportamento?

«La mente costruisce continuamente giustificazioni per ridurre il disagio psicologico. Frasi come “non faccio il bagno”, “sto solo prendendo il sole”, “ci resto poco” o “non è successo niente a nessuno” servono a ridurre la percezione del rischio senza dover modificare il comportamento».

Basta che una famiglia si sistemi nell’area interdetta perché, in poco tempo, la spiaggia si riempia. Vedere altri che violano la regola cancella la percezione del pericolo individuale?

«Assolutamente sì. In psicologia sociale parliamo di “prova sociale”: se vedo altre persone comportarsi in un certo modo senza conseguenze immediate, tendo a considerare quel comportamento più sicuro e accettabile, anche quando oggettivamente non lo è».

I divieti vissuti come una privazione di uno spazio pubblico possono scatenare una reazione di sfida? Scavalcare la rete diventa una sorta di micro-ribellione?

«Sì. È il fenomeno della reattanza psicologica. Quando una libertà viene limitata, alcune persone reagiscono cercando di riaffermare la propria autonomia. In questi casi la trasgressione può assumere il significato simbolico di una protesta, più che di una semplice violazione».

La negazione del pericolo è proporzionale all’assenza di alternative? Chi non può permettersi un lido privato a pagamento è più propenso a convincersi che Universo Beach non sia poi così tossica?

«Spesso sì. Quando una persona percepisce di non avere alternative realistiche, può inconsapevolmente ridimensionare il pericolo per rendere accettabile una scelta che sente obbligata. È un meccanismo di adattamento psicologico molto comune».

Ieri abbiamo visto genitori portare i bambini a giocare su quel materiale. Come si spiega il cortocircuito di chi espone un figlio a un rischio infettivo altissimo pur di fargli prendere aria?

«Non avviene necessariamente per irresponsabilità. Può intervenire un meccanismo di negazione o di minimizzazione del rischio. Inoltre, il beneficio immediato percepito — stare all’aperto, far giocare i figli, trascorrere una giornata serena — tende a prevalere su un rischio percepito come lontano o improbabile».

Dopo anni di cantieri infiniti e polemiche urbane, c’è il rischio che la cittadinanza abbia normalizzato il degrado a tal punto da accettare anche un ripascimento contaminato?

«Sì. Se una comunità è esposta per anni a problemi irrisolti, emergenze e situazioni percepite come croniche, può sviluppare una forma di adattamento psicologico. Ciò che inizialmente appariva eccezionale finisce per essere considerato normale, anche quando non dovrebbe esserlo».

Il cartello “Area Interdetta” evidentemente non funziona. Come si dovrebbe comunicare il pericolo per ottenere un reale distanziamento volontario dai cittadini?

«Le persone cambiano comportamento più facilmente quando comprendono il rischio in modo concreto, visibile e personale. Non basta un cartello con scritto “Area Interdetta”. Occorre spiegare chiaramente cosa può accadere, chi è più vulnerabile, quali sono le conseguenze e perché il divieto esiste. La comunicazione è più efficace quando genera consapevolezza e fiducia, non solo obbedienza. Inoltre, offrire alternative praticabili riduce la percezione di privazione e aumenta la collaborazione spontanea dei cittadini».