Il salernitano Danilo Napoli trionfa in America - Le Cronache Spettacolo e Cultura
teatro Spettacolo e Cultura

Il salernitano Danilo Napoli trionfa in America

Il salernitano Danilo Napoli  trionfa in America

Di Olga Chieffi

Già il disturbante “Rumore bianco” era stato accolto con entusiasmo nell’ambito di In Scena! Italian Theater Festival NY presso il Wow Café Theater di Manhattan e il Baad nel Bronx. Adesso Danilo Napoli, attore, regista e drammaturgo salernitano, è stato ufficialmente nominato per il prestigioso Fringe International Award all’Hollywood Fringe Festival 2026 con “Lo spettacolo è stato annullato- causa fine del mondo”, che compare così tra i cinque migliori spettacoli internazionali d’America. L’interprete e la sua compagnia Vitruvio Entertainment hanno visto, dunque, il coronamento di un lungo percorso con un copione che ha conquistato pubblico e critica americani in cinque repliche al Broadwater Second Stage. Le recensioni del prestigioso NoHo Arts District hanno dimostrato come il generoso impegno sul palco non conosca frontiere. Napoli non ha nascosto la propria gioia: “Andare oltreoceano con scenografie riprogettate per entrare in una valigia da ventiré chili, investendo risorse personali e contando sul supporto vitale di realtà illuminate del territorio – come la Fondazione Comunità Salernitana, Il Mio Viaggio a New York, Easy Center, Sherwood Academy e altre realtà– è stata una scommessa complessa. Portare la drammaturgia e l’identità artistica salernitana a confrontarsi con i mercati anglosassoni, ricevendo questo livello di applausi e riconoscimenti, dimostra che il nostro teatro non ha confini. È un onore poter rappresentare Salerno nel mondo”. La messinscena, prodotta in collaborazione con l’Associazione Salute e Vita e il CSV Sodalis Salerno e proposta con successo anche al Piccolo Teatro del Giullare, è un coinvolgente monologo in cui l’impossibilità del linguaggio teatrale diventa urgenza di raccontare un mondo che si condanna alla dissoluzione tra disastri climatici, disuguaglianze sociali e rapporti progressivamente condotti al grado zero. Il 2156, in cui è ambientata la vicenda, risulta, allora, più che mai vicino. Le spaventose temperature hanno trasformato il pianeta in una prigione incandescente, per cui essere pagati in prodotti del suolo e in “puracqua” diventa un lusso. Mentre i terranei devono affrontare ogni genere di difficoltà, guadagnandosi la vita palmo a palmo, i subacqui incarnano il trionfo del capitalismo più spietato, protetti da una dorata solitudine che affascina anche un’amica del protagonista. Quest’ultimo, che esorta continuamente gli spettatori ad andarsene, perché tutto sta per collassare, non può fare a meno di denunciare con vivida forza quel che di antiumano sta prendendo il sopravvento. L’invito ossessivo della radio a godere una felicità inebetita e l’onnipresenza della religione, sempre pronta a giudicare e a mortificare, restringono senza scampo i margini della creatività. È qui che il teatro diventa bersaglio da irridere o da eliminare: che spazio può esserci per un interprete non allineato? Non è un caso che la scenografia preveda un telo con su scritto “Il teatro non serve a un cazzo”, mentre improbabili lucine multicolori evocano una ribalta e pensieri amorosi (sul filo della poesia di Prevert) che non vogliono spegnersi nel buio desolante di un contesto accartocciato sull’egoismo e sulla solitudine. Diventa quindi esemplare la storia di Gaia, la donna amata dal personaggio principale, che muore di cancro ed è evocata da un manichino: una scelta che è al tempo stesso persistenza del ricordo e annichilimento dell’interiorità. Il teatro, tuttavia, nasce da un’urgenza caparbia: tentare di comprendere quello su cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Ecco perché Gaia continua a recitare fino all’ultimo, anche quando la voce le è scomparsa e non può che affidarsi con fatica al movimento. Chi recita deve farsi corpo tra i corpi nel modo più intenso possibile. Deve essere lì, sotto gli occhi di chiunque, a non lasciarsi imbrigliare in asfittiche categorie. Deve farsi cuore di un nuovo campo di forze, dove entrare a occhi finalmente aperti. Proprio nelle ultime battute, quindi, lo spettacolo inizia. Forse è davvero troppo tardi. Forse il “cosmato” è arrivato al capolinea, ma almeno il teatro saprà darci quello che nessun capitalista potrebbe comprare o ipocritamente concedere.