Suoni, sapori, emozioni dalla antica Evoli - Le Cronache Spettacolo e Cultura

Successo per la sesta edizione della Notte degli Osti che ha fatto il tutto esaurito con temi e menù diversi tra gli chef partecipanti. In piazza il jazz raffinato del quartetto del tenor-sax e clarinettista Peppe Plaitano con i chitarristi Nicola Cordisco, Domenico Basile e Alessandro Del Prete, con a sorpresa l’intervento di Brunori Sas musico ed oste

Di Olga Chieffi

Il vino ha un suono. E’ attorno a un tavolo, con un bicchiere di vino e pietanze ben “accordate” che si parla, si discute, si lascia che il tempo scorra, mentre si legge la sua partitura. “Fin ch’han dal vino calda la testa” pronuncia il Don Giovanni mozartiano e lo spirito de’ «La Notte degli Osti», nata da un’intuizione di Giovanni Sparano, titolare dell’enoteca con cucina Alberto/Ritrovo, dove siamo stati magnificamente ospitati, si è configura come un’esperienza fenomenologica e collettiva. All’interno di questa cornice, l’atto della preparazione e della consumazione del cibo trascende la mera dimensione biologica per divenire prassi narrativa ed espressiva dell’identità locale. L’evento si struttura come un vero e proprio rituale socio-culturale, finalizzato a rinsaldare i legami comunitari e il senso di appartenenza a un tessuto sociale condiviso. L’iniziativa prevedeva la sinergia tra sei interpreti della ristorazione tradizionale italiana, ospitati in altrettante strutture ricettive del territorio. Tale cooperazione ha dato vita a percorsi gastronomici inediti, focalizzati sul dialogo tra le diverse identità culinarie e impreziositi da una selezione di vini naturali curata da esperti viticoltori, convertendo temporaneamente lo spazio urbano di Eboli in un’agorà gastronomica condivisa. Il manifesto concettuale di questa edizione, intitolato “Quel che resta di un mondo”, ha spostato il focus antropologico dall’oggetto (il piatto o il vino) al soggetto (l’essere umano). La figura dell’oste è stata così posta al centro della narrazione in quanto custode del genius loci e mediatore simbiotico tra la cultura materiale e il territorio d’origine. Ecco la piazzetta dell’antica Eboli che è divenuta casa, metafora che è alla base della filosofia occidentale quel tòpos, il dove, che, localizzando, determina una cosa come cosa-per-l’uomo, che diventa condizione dell’esistenza, punto di riferimento dell’esperienza che consente la progettualità e l’attuazione, l’esistenza razionale, aprendo all’arte, e quindi assumendo la caratteristica comunicativa o sociale di “luogo familiare”, mentre la familiarità del luogo ha assunto il tratto di condizione necessaria di ogni progettualità, il segno, nel suo divenir parola, suono, teatro, gioco che diventa di-segno, archè, principio in quanto da-dove della progettualità, essenziale punto di dipartimento di ogni pensiero. Sulle mura della piazzetta scorrevano le immagini di Novecento di Bernardo Bertolucci, un omaggio nel suo cinquantennale, unitamente alla Trattoria Cantarelli (1953-1982)”, ove per quasi un anno intero la troupe di “Novecento” di Bernardo Bertolucci installò il suo “Quartier Generale”. Siamo stati accolti da  Alberto Ritrovo Giovanni Sparano e Laura Fantastico, dove Andrea Poli de’ Il Gustificio di Carmignano sul Brenta ha cucinato per noi, mentre alla mescita l’oste Diego Sorba, con i vignaioli Giulio Armani, Francesca Di Benedetto, Salvatore Magnoni e Giampiero Ventura, hanno illustrato i diversi vini e accoppiamenti. Ed ecco che tra i vignaioli abbiamo riconosciuto anche Dario Brunori, legata anche al progetto vitivinicolo “Le quattro volte” tra i “vignaioli” protagonisti di questa edizione de La Notte degli Osti, una piccola cantina che affonda le sue radici in una terra dalla natura viva e incontaminata: la Calabria. I vini che ne sono nati sono i testimoni di questo percorso nuovo e frizzante, con i vitigni tipici dell’area regionale tirrenica del nord: Magliocco, Mantonico, Malvasia Bianca, Guarnaccino Nero e Greco Bianco, coltivati senza utilizzo di prodotti chimici e di sintesi. Una storia d’ amore e di amicizia quanto quella dei musicisti ospiti della serata, Giuseppe “Peppe” Plaitano, il quale si è diviso tra sax-tenore e clarinetto, sostenuto dalle chitarre di Nicola Cordisco, Domenico Basile e Domenico Andria, scegliendo il jazz della prima metà del Novecento, passando dall’omaggio a Lester Young con I’m Confessin’ l’Ellington di In a sentimental Mood e Caravan, il Sidney Bechet di “Si tu vois ma mere” , sino alla rivoluzione della bossa-nova di Jobim e Stan Getz, che ci ha fatto ritornare a quella saudade con swing dagli agili ritmi latini, con qualche citazione rollinsiana, che dette vita a quel raffinatissimo modo di sambare prima di sbarcare in Italia per rinverdire i fasti del famoso Rangio Fellone, con i ballabili degli anni Cinquanta, con Anema e core oppure o Sole Mio, che strizzavano l’occhio allo swing, tra tempi di beguine e moderati slow, dolci melodie e parole sussurrate nel nostro musicale dialetto, adatte al ballo guancia a guancia, in una notte di luna. Intanto a tavola si consumavano piatti superlativi della cucina veneta, quali il saor veneziano, la accorsatissima gallina padovana “sweet and sour” per andare incontro al gusto dei giovani, o la paella alla veneta , o ancora il blue di jersey, con il fico sciroppato del Cilento, un tiramisù speciale. Quindi,  Dario Brunori ha imbracciato la chitarra per dedicare in duo con il clarinetto di Peppe Plaitano, protagonisti di una improvvisata esecuzioni, canzoni quali “La verità”, “L’albero delle noci”, “Per due che come noi”, tra il tripudio del pubblico. Spirito antico di condivisione vera. Un gatto tra i tavoli giocava con le sue lune.