Salvatore Aceto: In Costiera i giardini storici salvati dai droni - Le Cronache Attualità
Attualità Costiera Amalfitana

Salvatore Aceto: In Costiera i giardini storici salvati dai droni

Salvatore Aceto: In Costiera i giardini storici salvati dai droni

di Erika Noschese

 

 

Il dibattito sulla sicurezza e la regolarità del lavoro agricolo, riacceso dal tragico quadruplice omicidio di Amendolara, si sposta sui terrazzamenti della provincia salernitana per analizzare le specificità della limonicoltura eroica. In Costiera Amalfitana e Sorrentina, la morfologia del territorio e il valore del marchio IGP delineano un contesto distante dalle grandi pianure del Mezzogiorno, ma profondamente segnato da altre emergenze strutturali, prima fra tutte lo spopolamento e la pressione del turismo. Alla vigilia del convegno del 18 giugno ad Amalfi, Salvatore Aceto, presidente della Sezione Economica regionale Agrumicoltura di Confagricoltura Campania, traccia lo stato dell’arte del comparto, ribaltando i paradigmi tradizionali dello sfruttamento e indicando nella tecnologia e nella tutela reale del prodotto le uniche vie per salvare i giardini storici e l’economia locale.

La limonicoltura in Costiera è definita “agricoltura eroica” per via dei terrazzamenti in pendenza. Questa specificità strutturale ha storicamente protetto il comparto dal caporalato di stampo industriale o l’isolamento dei fusi di terra rischia di nascondere forme di sfruttamento invisibili?

«In Costiera Amalfitana il caporalato non è mai esistito. Il nostro territorio è caratterizzato da una micro-parcellizzazione estrema, con micro-aziende interamente in mano a circuiti familiari. Storicamente la stragrande maggioranza delle attività era, ed è tuttora, gestita da famiglie che spesso condividevano e condividono il lavoro con altre famiglie del posto. Questa piaga non ha mai attecchito e non appartiene alla nostra mentalità, così come non sono mai esistiti casi di sfruttamento. Al contrario, oggi l’obiettivo dei produttori è pagare di più la manodopera; ci sono situazioni in cui si supera ampiamente la paga giornaliera media prevista dai contratti nazionali, pur mantenendo gli stessi orari. Il rischio di infiltrazioni malavitose o di caporalato, visibile nelle coltivazioni in pianura o in altri comparti, qui si può assolutamente escludere».

Il peso del lavoro manuale incide fortemente sui costi di produzione. Quando i mercati intermedi comprimono i prezzi, come riesce il produttore di limoni della Costiera a garantire la tracciabilità etica e contrattuale della manodopera senza far saltare i propri margini di sopravvivenza?

«La verità è che la sopravvivenza economica non c’è più e la tracciabilità etica rischia di diventare impossibile da sostenere. La Grande Distribuzione Organizzata e i troppi passaggi di mano tra mediatori e intermediari strozzano la produzione: un limone che parte dal campo a un euro, un prezzo già sottopagato, arriva sul bancone a quattro euro a causa dei costi amministrativi e logistici, compreso lo sforzo enorme del trasporto a spalla dai giardini fino alla strada. I dati della Regione Campania descrivono un abbandono selvaggio, con circa 400 ettari di agrumeti ormai perduti in Costiera perché le persone si sono riversate nel settore terziario, in particolare nel turismo. Oggi l’agricoltura resiste solo dove esiste una simbiosi con le attività turistiche: all’interno della stessa famiglia c’è chi fa il cuoco o il barman e, con quel reddito, sostiene le spese del giardino. Fino agli anni Ottanta la terra garantiva l’autosufficienza, mentre oggi sono rari i casi in cui la sola gestione agricola riesce a produrre piccoli margini annui».

Al convegno del 18 giugno si parlerà dell’uso di droni cargo per il trasporto dei limoni. Questa svolta tecnologica nasce per alleggerire il lavoro o è una risposta strategica alla carenza strutturale di manodopera regolare?

«La tecnologia serve a sopperire alla mancanza di manodopera, ma ha anche una funzione protettiva. Raccogliere i frutti in giardini situati oltre i trecento o quattrocento gradini è ormai proibitivo, ed è questo il motivo principale dell’abbandono dei fondi. Non si trovano più lavoratori dotati di quell’attitudine fisica: nei secoli passati persino la conformazione corporea delle donne si era adattata al trasporto di ceste che pesavano oltre cinquanta chili, mentre le nuove generazioni non hanno più questa struttura. Utilizziamo l’innovazione a impatto zero, come i droni, per trasportare i limoni dalla montagna a valle, ma stiamo studiando anche l’introduzione degli esoscheletri per alleggerire il carico su ginocchia e anche. Gli agricoltori della Costiera hanno un apparato cardiocircolatorio forte grazie all’esercizio e alla sana alimentazione, ma soffrono di gravi problemi articolari e di usura delle cartilagini. La tecnologia rappresenta l’unica via maestra per preservare i terrazzamenti».

La Costiera vive una forte stagionalità e il turismo compete con l’agricoltura. Questo scenario rischia di favorire canali di reclutamento informali o irregolari pur di non perdere il raccolto?

«Il mercato del turismo porta una ricchezza che compensa le perdite dell’agricoltura, e non riscontro dinamiche di sfruttamento di stampo mafioso. Molti proprietari scelgono di non abbandonare i giardini per una questione di onore e rispetto della tradizione, assicurando regolarmente i braccianti e pagandoli meglio pur di curare i fondi. Il vero problema è la totale assenza di dipendenti disponibili, che a volte costringe le aziende a ricorrere a pensionati pagati fuori busta, a nero, una pratica che non dovrebbe mai accadere ma che diventa l’alternativa all’abbandono totale. Lo sfruttamento forzato o la costrizione qui non sono ipotizzabili: nessun imprenditore assumerebbe un lavoratore senza tutele, esponendosi al rischio di incidenti gravissimi o cadute sui terrazzamenti».

Ritiene che i disciplinari delle IGP debbano evolversi, inserendo criteri rigidi di condizionalità sociale e controlli sui contratti dei raccoglitori per blindare il marchio anche dal punto di vista etico?

«I consorzi di tutela, in particolare quello del Limone Costa d’Amalfi, devono innanzitutto concentrarsi sulla difesa del prodotto, un esercizio che finora critico fortemente perché è mancata una vera valorizzazione. In futuro si potrà identificare una certificazione etica della gestione, ma l’urgenza attuale è salvare il territorio. Non possiamo permettere che i mercati del Nord Europa siano invasi da finti limoni “Costa d’Amalfi” mentre i nostri giardini restano abbandonati per mancanza di controlli e tutele. Finora si è guardato troppo alla grande distribuzione e troppo poco al contadino, che avrebbe bisogno di assistenza sul campo e agronomi per contrastare le infestazioni fungine che stanno sterminando le piante. Il tema contrattuale è importante, ma in questo momento storico è subordinato a emergenze distruttive ben più gravi».

La Costiera Amalfitana vive una crisi abitativa legata al turismo extralberghiero. In questo contesto, dove alloggiano i braccianti impiegati nella raccolta e come si spostano per raggiungere i terrazzamenti più impervi?

«Come già fanno gli alberghi e i ristoranti, anche noi agricoltori stiamo mettendo a disposizione alloggi gratuiti, completi di utenze, associati alla paga sindacale, ristrutturando vecchie stalle abbandonate grazie alle autorizzazioni urbanistiche. Questo sistema permette ai lavoratori, anche stagionali o studenti, di risiedere in Costiera dignitosamente, ma occorre concordare formule contrattuali adeguate con l’Inps e l’Ispettorato del Lavoro. I droni e le nuove tecnologie aiuteranno a recuperare gli immobili abbandonati sulle colline per questo scopo. Lo spopolamento e la riconversione turistica delle case hanno allontanato i residenti: oggi in Costiera mancano idraulici, elettricisti e operai. È il paradosso di un territorio che rischia di morire di troppa ricchezza».

Se dovesse fare una richiesta immediata all’Assessora regionale Serluca per difendere la limonicoltura salernitana, su quali misure strutturali punterebbe?

«Chiederemo l’apertura immediata di un tavolo tecnico per la limonicoltura della penisola Sorrentina e della Costiera Amalfitana, perché il limone non è un semplice prodotto agricolo, ma rappresenta l’identità e la tenuta stessa del territorio. I terrazzamenti e gli alvei dei fiumi reggono la morfologia della costa grazie alla manutenzione quotidiana dei contadini. Non servono più finanziamenti a pioggia senza verifiche, ma interventi strutturali guidati da tecnici e un modello d’agricoltura specifico che riconosca il ruolo dei produttori come manutentori ambientali. Grazie alla FAO interverremo anche a sostegno dei privati e delle micro-imprese, realtà escluse dai fondi europei che premiano solo i grandi incubatori. In passato ho proposto l’idea di un reddito di cittadinanza legato alla terra: un sussidio a chi possiede e cura un fondo, verificabile tramite i sistemi satellitari come Google Maps. Al tavolo regionale e nazionale solleciteremo inoltre una radicale sburocratizzazione per il rifacimento dei muretti a secco e un’aliquota Iva agevolata, riducendo il 22% attualmente applicato alle opere edilizie nei fondi agricoli. Infine, chiederemo un modello che valorizzi il biologico e l’IGP con un’etichettatura chiara contro le frodi commerciali, offrendo ai contadini consulenza diretta e strumenti di trattamento sostenibili a prezzi accessibili».