di Irene Sarno
La politica, soprattutto nei territori simbolici, vive di percezioni, di credibilità e di segnali. E il risultato raccolto da Noi Moderati a Salerno assume inevitabilmente il valore di un messaggio politico che va ben oltre il semplice dato numerico. Nella città che più di ogni altra avrebbe dovuto rappresentare una roccaforte naturale del progetto guidato da Mara Carfagna e dal coordinatore regionale Gigi Casciello, la lista si è fermata a un modestissimo 0,66%, con diversi candidati incapaci persino di raccogliere un solo voto. Non è soltanto una sconfitta elettorale. È il sintomo evidente dell’esaurimento di una stagione politica che per anni ha rivendicato un radicamento territoriale oggi apparso, nei fatti, fortemente indebolito. Perché in politica i simboli contano, ma contano ancora di più le comunità, il rapporto umano, la presenza quotidiana nei quartieri, nelle categorie produttive, nel tessuto civico di una città complessa come Salerno. Il dato più significativo non è neppure la percentuale finale, pur severissima. È la distanza emersa tra la narrazione costruita negli ultimi mesi e la reale capacità di mobilitare consenso. Una distanza che il voto ha trasformato in un fatto politico difficilmente aggirabile, rendendo complicata qualsiasi lettura autoassolutoria. Presentare una lista in queste condizioni ha prodotto un effetto opposto rispetto alle intenzioni iniziali: invece di rafforzare il profilo nazionale del partito, ha finito inevitabilmente per esporlo a una pesante battuta d’arresto d’immagine. E il dato politicamente più delicato riguarda proprio la posizione della segretaria nazionale Mara Carfagna, che si è ritrovata direttamente associata a un risultato che, nella sua città simbolo, assume inevitabilmente un valore nazionale. È comprensibile che, in ambienti vicini alla leadership nazionale, possa emergere più di un elemento di irritazione politica verso un gruppo dirigente territoriale che probabilmente ha sottovalutato il peso e le conseguenze di questa candidatura. Perché quando si trascina il nome della segretaria nazionale dentro una competizione elettorale così identitaria, senza costruire un reale consenso sul territorio, il rischio è quello di trasformare un appuntamento politico in un elemento di esposizione negativa per l’intero partito. Il problema, tuttavia, sarebbe affrontato male se ridotto a una semplice resa dei conti interna. La questione è più profonda e riguarda la capacità di alcune classi dirigenti di comprendere quanto rapidamente cambino oggi i territori e gli equilibri politici. Non bastano più i riferimenti del passato, né le appartenenze sedimentate negli anni. Le comunità locali premiano presenza, credibilità, ascolto e autenticità. Per questo il voto di Salerno di Noi Moderati rischia di diventare qualcosa di più di una semplice battuta d’arresto elettorale per alcuni dirigenti di partito: potrebbe rappresentare il punto finale di una fase politica che non è riuscita a rinnovarsi realmente. E quando una lista ottiene percentuali così marginali proprio nella città che avrebbe dovuto esserne il laboratorio politico naturale, il problema non può più essere nascosto dietro formule di rito o spiegazioni burocratiche.





