Salvatore Memoli
Fare politica è cambiato da qualche tempo. Oggi é una canea, un rincorrere particolari che possono mettere in cattiva luce l’avversario con cui montare la polemica, argomenti lontani dalla verità, oppure senza fondatezza. Tutto serve a denigrare, oscurare, mettere lo sgambetto al proprio competitore fino a farlo cadere. Questo modo di procedere é diventato lo schema preferito anche dell’informazione: montare i casi fino all’esasperazione, senza riguardo per l’altro, per la sua identità, per la sua verità, fino a portarlo nell’angolo. Tutto avvantaggia lo spettatore, come nell’arena con il toro, ogni hola è un fremito emotivo che non porta alla conclusione ma che fa crescere l’animosità della partecipazione. In politica dovrebbe essere un’altra cosa, bisognerebbe trovare la sintesi tra gli opposti e concorrere a far prevalere le idee buone, senza privare di dignità le idee degli altri, che se concorrono alle soluzioni possono essere utilizzate per far crescere un progetto, per irrobustire la qualità delle scelte. Penso alla grande lezione di Aldo Moro, al suo insegnamento di metodo che anticipava una politica inclusiva, un modo di convivere con gli altri, fino a teorizzare che gli opposti possono collaborare, essere utili alla stabilità dello Stato per ritrovarsi, migliorare il percorso del buon governo. Si chiamava, quel modo di fare “convergenze parallele” cioé quella voglia di non chiudere il confronto, di non sentire soltanto le ragioni di una parte, un’impresa paradossale ma affascinante, come é stato scritto, il tutto per mantenere viva la dialettica, per non chiudere con lo sforzo d’in contrare le idee dell’altro. É stato detto che questo metodo evidenziava la capacità di Aldo Moro di vivere nel presente la dimensione mistica e profetica della visione cristiano della politica. Un mondo interiore animato da una fede integrale, coltivata, voluta, che poneva Dio al centro dell’azione storica e che portava ad incontrare l’altro, perché in tutti c’é qualcosa di buono, di positivo. Oggi non c’é spazio per tanto rispetto per gli altri, c’è fretta di concludere, di prevalere, di vincere e di rinnegare chi la pensa in modo diverso. Un modo per dividere, separare, insultare, sacrificare l’altra parte, per avere tutto il proscenio per sé e riscuotere il plauso della gente. In politica questo spazio si chiama potere, spazio esclusivo del comando e della decisione, centralità della scena che non si vuole condividere per riscuotere il miglior risultato. Una parte delle responsabilità é della legge elettorale che postula i blocchi, il dominio degli opposti che lottano per elidersi ed in questa lotta sembra che tutte le armi sono buone per conculcare l’altro. La politica é il luogo dell’incontro, come sostiene la nostra Costituzione tutti hanno diritto ad esserci e a ricevere tutela, come le minoranze. Forse, nel presente, questi discorsi sono poco interessanti mentre si cerca di legittimare visioni parziali o monche. Sul versante delle elezioni amministrative, mancano rispetto e ruolo dei programmi elettorali, mentre tutto i candidati parlano della luna, promettendo soluzioni personali ai tanti problemi che non trovano posto nel programma del candidato sindaco e, soprattutto, non hanno collante con la storia amministrativa della città. Parole dette come “flatus vocis”, emissioni di fiato che non hanno nessun riferimento alla realtà oggettiva e che fanno capire che gli stessi candidati ( di tutti gli schieramenti) non hanno cognizioni politiche e delle opzioni dei programmi presentati. In tutti gli schieramenti si trovano persone di grande preparazione che possono dare tanto alla città, poterlo fare richiede la convergenza, la duttilità dei comportamenti, l’onestà dei fini che possono offrire soluzioni alla città. Tutti, come binari di un treno, su cui far correre progetti concreti e impegni per il bene di Salerno.





