Musica in volo tra gli sfarzi borbonici - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Musica in volo tra gli sfarzi borbonici

Musica in volo tra gli sfarzi borbonici
Di Olga Chieffi
Sapore di antica eleganza al Palazzo Reale di Napoli, per il concerto della Banda Musicale dell’Aeronautica Militare, per festeggiare, in primis, l’Arma dei cieli che ha compiuto 103 anni e i giovani del corso Grifo VI, i quali hanno, poi, il giorno successivo giurato fedeltà alla Repubblica sotto un cielo colorato dalle frecce. Frac, divise, spadini su e giù per lo scalone vanvitelliano, immaginando lo sguardo di quegli aristocratici eroi, quali Francesco Baracca e Fulco Ruffo di Calabria che fecero la storia, con la loro 91° squadriglia, quella degli Assi, che aveva come stemma il Grifone, ma che, ad imitazione dei cavalieri medievali, ogni pilota scelse il suo simbolo da apporre sulla fusoliera dei loro Spad: Ruffo un teschio nero, Ranza una civetta e Baracca il cavallino rampante, oggi sul cofano delle Ferrari. Nella comune visione, sono tutti piloti i membri dell’ Arma azzurra, ma le specializzazioni sono diversissime dalla logistica, alle telecomunicazioni, controllo del traffico aereo, difesa Aerea, meterologia, medicina, chiaramente il genio con gli ingegneri in eterno work in progress e tante altre divulgate in queste splendide giornate azzurre, durante le quali è campeggiata una fiammante freccia tricolore al centro di Piazza Plebiscito, perfettamente amalgamatasi con il colonnato della chiesa di San Francesco di Paola. Passato e futuro dell’arma, con i ragazzi di Grifo VI e anche della banda, che agli ordini del Maggiore Pantaleo Leonfranco Cammarano, è partita dalle storiche e splendide marce del suo primo Maestro Alberto Di Miniello, all’indovinato arrangiamento di Napul’è di Pino Daniele, firmato dallo stesso Maggiore Cammarano, attraverso Rossini, Bacalov e Rota, con tanti eccellenti giovani nelle diverse sezioni (e ancora tanti ne giungeranno visto che sono aperti i concorsi), a leggio con i “senatori” della formazione. Il concerto è principiato con la Marcia d’ordinanza, una delle più belle, scritta da Alberto Di Miniello, pupillo di Ottorino Respighi, che in concerto ascoltiamo sempre monca del suo caratteristico trio, per, quindi, applaudire il suo omaggio all’Italia, una marcia sinfonica che sviluppa  in sé quel gusto per il colorito fonico, che è rimasto come una delle caratteristiche della sua arte e il pregio indiscutibile del suo segno, al quale la banda ha reso giusta ragione, a cominciare dai clarinetti che hanno sostenuto un obbligato affatto semplice. Ed ecco il Gioachino Rossini della sinfonia dell’Italiana in Algeri, eseguita lenta, alla “francese”, nel suo Andante dal Maestro Cammarano, invaghitosi della perfetta acustica del Teatrino di Corte di Palazzo Reale, col sospiroso motivo dell’oboe, elevato dal I Lgt. Francesco Sorrentino che sorvola gli accordi sommessi e misteriosi delle misure iniziali, prima di abbandonarsi al celebre Allegro, con l’incisività dello scatto, la lucente sonorità dei legni, sovrastati dall’ottavino del I M.llo Paola Filippi e l’oboe ancora a dir la sua, attivando la perentorietà del crescendo, ovvero dello spirito della sinfonia. Novecento russo con il Valzer n°2 di Dmitri Shostakovich, appartenente alla suite per Orchestra di Varietà.  Banda in bello spolvero nell’esecuzione del tema principale, dolce e accattivante, con il Maestro che è riuscito a sottolineare l’armonia della pagina, che suggerisce un senso di inquietudine latente, ambiguità emotiva che è una costante nell’opera del compositore, il quale, spesso utilizzava la musica per esprimere sentimenti nascosti, dietro una facciata ufficiale. Primo omaggio a Napoli e ai Napoletani con Napul’è di Pino Daniele. La città ha 2500 anni e l’arrangiamento di finissima intenzione del Maestro Cammarano, ha avuto nelle “voci” del flicorno soprano di Daniele Colossi e nell’oboe, gli strumenti evocativi, assieme ai corni, di una città antica, ma che è stata attraversata da mille fiumi, mantenendo intatta la sua identità, Dna, che la fa riconoscere, in una perfetta fusione tra tradizione, innovazione e improvvisazione, attraverso proprio i soli del sassofono alto di Valerio D’Orazio e del sax soprano di Domenico Di Biase. Tra uno stacco e l’altro della visionaria presentatrice Valeria Altobelli, uno sguardo al passato con la cabaletta di Alzira, ancora un tributo alla città, essendo l’opera andata per la prima volta in scena al Teatro San Carlo di Napoli il 12 agosto 1845. Virtuosismi affidati al flicornino di “famiglia” il I Lgt Enzo Cozza per “Su fragil barca”, dove la coloratura ha mantenuto la linea melodica espressiva, non un vuoto esercizio di stile, quasi a voler pronunciare le parole della pagina. Si continua con l’omaggio a Napoli e stavolta è Massimo Troisi, con il suo ultimo film, Il Postino, Mario che in bicicletta portava la posta a Pablo Neruda, nostalgia e melanconia, nelle note di Luis Bacalov, appartenenti a tutti i Sud del Mondo, simbolo della storia e degli occhi di Massimo, con le ance ad evocare la fisarmonica, protagonista della colonna sonora originale. E’ la tromba di Angelo Zanfini, a presentare il tema di Gelsomina de’ La Strada firmato da Nino Rota. Nessuno come lui nel ricreare quel climax dimesso, un po’ scorato: Zampanò aveva insegnato a soffiare nella tromba Gelsomina, in una tromba tedesca, un po’ ammaccata, come lo deve essere il suono di chi si accinge ad eseguire la pagina di Rota. Quindi, il girotondo di Otto e mezzo a chiudere il programma ufficiale, col suo inizio trasognato che fatica a farsi timidamente largo fra tintinnare di carillons e un’enunciazione frammentata, quasi balbettata; questo prima che l’orchestrazione si ampli a proporzioni inattese, con l’ esposizione quasi epica e il flauto di Luca Lombardi che ha avuto modo di mettere in evidenza la propria lievissima, imprendibile e stratosferica agilità, sulle tracce di Severino Gazzelloni, che incise il tema diverse volte. I saluti del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Generale di Squadra Aerea Antonio Conserva, per gli auguri ai ragazzi del Grifo VI, e la mission delle intere Giornate azzurre, per tutti noi, ovvero la beneficenza con “Un dono dal Cielo”, in favore della Fondazione Buzzi di Milano, Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e il Giovanni XXIII di Bari eccellenze pediatriche. Finale con il Canto degli Italiani e stavolta senza omettere quel patriottico Si!. Momento conviviale dinanzi al teatro e, arrivederci a Salerno.