di Antonio Manzo
Gaspare Russo è morto. A pochi giorni dalla scomparsa di Paolo Cirino Pomicino. Tutti e due i leader democristiani, Gaspare Russo in Campania, Pomicino in Italia sono morti a poche ore dalla sconfitta della riforma della giustizia che avrebbe potuto raddrizzare gli ingranaggi di un sistema giudiziario impazzito che aveva alimentato il processo mediatico alla Dc e la cultura dello scalpo politico. La scomparsa di Gaspare Russo non è solo il capitolo finale di una lunga vita biologica (è morto alla vigilia dei 99 anni) ma è la chiusura di un faldone politico e democristiano che conta centinaia di cartelle che parlano di Salerno e della Campania a partire dagli anni Sessanta, quando il giovane avvocato nato a Minori avrebbe mosso i primi passi in politica con una rivista “Orientamenti” che avrebbe radunato cattolici democratici intenzionati a rinnovare politica e istituzioni dapprima sotto l’ala protettiva di Fiorentino Sullo e poi di Ciriaco De Mita, Peppino Gargani, Nicola Mancino. Imputato in vari processi ma mai condannato Gaspare Russo, da presidente della Regione Campania nel 1975 scansò la furia politico-rivoluzionaria delle Brigate Rosse che lo inserirono in un elenco di possibili obiettivi, Lui, nel pieno della bufera giudiziaria del maggio ’93 si rifugiò per un periodo a Parigi dove conobbe e frequentò Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio anche lui latitante a Parigi. Nel maggio del 1993 nel pieno di Tangentopoli , quando le ipotesi accusatorie, soprattutto in società che indeboliva la cultura democratica, il nome di Gaspare Russo fu per molti magistrati abbinato ad un malaffare politico che arrivava al bivio negli anni d’oro dei “mozzaorecchi” in toga. “Dobbiamo arrestare Gaspare Russo” si dicevano tra loro con reciproca ma errata convinzione fino al punto di coinvolgerlo in una indagine che riguardava l’inchiesta su un suo amico assessore comunale che era direttore di una banca locale. Ma negli anni di Tangentopoli i pm salernitani organizzarono una plateale ma infruttuosa irruzione perfino in un convento di monache di clausura di Fisciano per catturarlo. Ma Gaspare Russo era già a Parigi, capitale francese dalla quale mandò una cartolina al giornalista salernitano Gigi Casciello. Lui era in Francia, numero di telefono sull’elenco telefonico e frequentatore di quei terroristi latitanti a partire da Oreste Scalzone con il quale intrattenne rapporti discutendo per ore dei limiti violenti del potere. Non era possibile non sapere dove fosse. Sia Gaspare Russo che Oreste Scalzone, sia pure per motivi diversi, assurgevano a rango di giudizio attendibile e di già definitivo per il fatto stesso di provenire da un’autorità pubblica: se li volevano arrestare, pensava il pubblico, ci sarà stata una ragione. Gaspare Russo come Oreste Scalzone erano stati inghiottiti dalla Francia, dove si rifugiò dopo la militanza democristiana, il primo, e l’organizzazione sovversiva italiana, l’altro. Parlare di Gaspare Russo significa anche immergersi in un oceano di “veleni bianchi”, per quei milioni sospetti che l’industriale Elio Graziano consegnava direttamente a Roma al consiglio di amministrazione del quale faceva parte lo stesso Gaspare Russo. Ma Russo non fu minimamente toccato da quell’inchiesta. La sua vicenda politico giudiziaria non approdò a nulla nell’inchiesta che il giudice Vittorio Paraggio compì, con meticolosa ricerca delle prove, per quei politici che prendevano soldi in cambio persino di un appalto a trattativa privata di “ lenzuola non lenzuola” per i treni notturni di ben 500 milioni di vecchie lire. Per anni, Gaspare Russo è stato il volto della Democrazia Cristiana a Salerno fin dagli anni Sessanta quando da assessore al comune iniziò il percorso per poter scalzare Alfonso Menna. Salerno, tra gli applausi del consiglio comunale, cambiò la sua storia. L’attivismo istituzionale di Gaspare Russo ad oltre novant’anni riconobbe il Grande Sindaco Alfonso Menna con testimonianza riferita a chi scrive, divenne il paradigma di una città che non proteggeva chi la serviva, preferendo la gogna mediatica e la “giusta dimensione” delle presunte condanne esemplari. Eppure Gaspare Russo con Gabriele De Rosa vinse la battaglia per la realizzazione di un campus universitario a Fisciano contrastando chi, Menna in testa, voleva l’ateneo nel centro storico della città con una teoria daziaria che sarebbe stata impossibile per il progetto che doveva realizzarsi con le idee di Corrado Beguinot. I “veleni” non erano solo nelle parole dei suoi oppositori, a partire dal Pci che, invece, aveva intelligentemente sostenuto le tesi di Russo e De Rosa. Oggi, ridare dignità a Gaspare Russo non è un atto di revisionismo nostalgico, ma un dovere della città e della politica. La sua morte ci impone di guardare con occhi liberi quel che ha realizzato: dall’università, al consorzio aeroportuale, dalla politica della cultura assecondata con quel circolo di intellettuali che girava intono alla galleria “il Catalogo” di Lelio Schiavone tutti accomunati dall’affetto e dal ricordo del poeta salernitano Alfonso Gatto. O all’affiancamento politico dell’idea geniale di Claudio Gubitosi di Giffoni Film Festival. “Conobbi Gaspare Russo tra il 1973 e il 1975. Allora ricopriva il ruolo di Presidente della Camera di Commercio. Fu molto importante, in quanto dal 1976 al 1979 Gaspare Russo diventò Presidente della Regione Campania -ricorda Gubitosi – Oggi, senza nessuna esitazione e suffragato dai dati storici, posso dire che è stato il personaggio determinante della vita di Giffoni. Mi ha sempre sostenuto. Mai ho smesso di volergli bene, ammirato dalla sua dimensione politica. La storia mia e del festival è un incrocio indissolubile, raccontarla oggi così è un dovere”. Con l’allora capo ufficio stampa del Festival, Peppino Blasi, Giffoni Valle Piana porterà a casa un risultato storico: con i primi finanziamenti regionali per il Giffoni Film Festival. Arrivò approvata in Consiglio Regionale la Legge Regionale con il “Contributo all’Ente Autonomo Festival Internazionale del Cinema per ragazzi di Giffoni Valle Piana”. Fu l’atto politico lungimirante di una carriera politica oscurata dalla gogna delle Procure. E’ morto nel giorno del brindisi di “Bella Ciao” dopo la vittoria del No.





