Aldo Primicerio
Non sappiamo cosa avverrà questa volta. Ma negli ultimi 50 anni è un continuo declino a partire dal 1995, referendum su “Tv e commercio”. 31 anni fa l’affluenza conosce per la prima volta la delusione del 57,5%, un crollo se si considerano l’87,7% del 1974 (il divorzio) ed il 79,4% del 1981 (l’aborto). A seguire altri due autentici fallimenti: il 25,5% nel 2005 sulla procreazione assistita (niente quorum, perché era un abrogativo), ed il 20,9% nel 2022 sulla giustizia (anche qui abrogativo della legge Severino), il più basso nella storia della repubblica, solo 1 cittadino su 5 alle urne. Unica eccezione il sussulto del 2011 (54,8%) su Acqua e Nucleare. Insomma, c’è un’epoca in cui il referendum è il battito cardiaco dell’Italia, un rito civile capace di cambiare la storia e i costumi, un momento in cui il Paese si guarda allo specchio e decide, con un colpo di matita, chi vuole diventare. Ma poi l’urna, da altare della libertà, si trasforma nel simbolo di un distacco che dovrebbe far meditare i vertici della politica L’idillio spezzato. Per capire i perché vanno ricordati i tempi che abbiamo vissuto Negli anni Settanta, il referendum è l’ossigeno di una democrazia giovane e affamata di diritti. Nel 1974, per il divorzio, l’affluenza sfiora l’88%. Nel 1981, per l’aborto, quasi l’80% degli italiani sente il bisogno di dire la sua. Perché non sono solo voti, ma battaglie di civiltà combattute nelle cucine, nelle fabbriche, davanti alle aule universitarie, sui sagrati delle chiese. Il cittadino sa esattamente cosa sta decidendo. Un “Sì” o un “No” sono monosillabi carichi di futuro, promesse di democrazia e libertà. Quella frenesia partecipativa poi diventa un reperto archeologico. Perché? Perché la chance referendaria perde la grinta del megafono delle istanze sociali: Diventa un bisturi, anzi peggio, una clava nelle mani della politica, pardon dei partiti, che sono un’altra cosa dalla politica. E quindi niente più sì o no su domande semplici e su temi di vita. E quindi ecco articoli, commi e sottocommi, sottili riferimenti a leggi precedenti, e dunque ecco l’esigenza di cittadini con ferrata cultura giuridica ed avvezzi ad una burocrazia che non ha niente a che fare con la vita quotidiana. Ed infine ecco il cittadino cui non piace sentirsi inadeguato, e che risponde nell’unica maniera possibile, restando a casa, o andando in gita fuori porta. Il “politichese” ed il “legalese”, labirinti in cui il cittadino si perde, rinuncia a capire, teme anche di essere tradito, e finisce con il rinunciare In tutti i referendum confermativi o abrogativi c’è infatti sempre un problema di linguaggio. La democrazia dovrebbe essere comprensibile. Invece, ci troviamo di fronte a schede elettorali pare scritte da un intelligenza digitale che, come in una fonderia, vomita getti incandescenti di diritto amministrativo e di sinonimi ripetitivi come “Volete voi che sia abrogato l’articolo X….”, oppure “Volete voi che sia confermato il comma b della legge X…” Un linguaggio per élites, per aristocrazie linguistiche e giuridiche. Un tempo i temi erano etici, comprensibili.dalla “pancia” del cittadino. Oggi ci si trova spesso a votare su commi di leggi elettorali o normative tecniche che richiederebbero una laurea in giurisprudenza solo per leggere la scheda. Con quale effetto? Che la “pancia” del Paese si allontana, con il cittadino che rinuncia sentendosi “preso in giro” non solo dalla tecnicità della scheda ma anche da quella complessità di una politica che cerca solo uno scudo dietro cui nascondersi e poi “tradire” gli elettori. La politica di quegli stessi politici infidi che con un referendum chiedono un SI o un NO su finanziemento pubblici ai partiti o sulla gestione dell’acqua, e poi rientrano da una porta secondaria con una legge speculare. E’ il peccato originale che alimenta il populismo ed il disinteresse più abietti. Se il mio voto viene vanificato da una firma scarabocchiata il giorno dopo, perché dovrei andare a votare? Dall’astensionismo anche un danno di 400 milioni per le spese dirette e indirette di un referendum. Cosa accade nella mente di noi elettori Sono 88 i mln. di euro per organizzare i seggi elettorali, 24 quelli per l’invio delle cartoline di avviso di voto agli oltre 5 mln di italiani all’estero, e poi 200 i mln dei costi cosiddetti indiretti, per non parlare dei 127 mln di costi per la perdita di tempo libero degli elettori, dei 37 mln di valore (stime de la voce.info) per le giornate lavorative perse dai componenti dei seggi, e degli altri 37 milioni per le spese che alcune famiglie devono sostenere per servizi come le baby sitter nel lunedì di voto. Ecco perché si arriva e si superano i 400 mln di euro, per una tornata elettorale evitabile se si fosse raggiunto un consenso parlamentare dei due terzi quando si vota una legge di revisione della Costituzione. Una forma di garanzia democratica, certo, ma che pesa come un macigno sulle tache del Paese, cioè dei cittadini italiani. Ma vediamo un pò cosa scatta nella nostra mente quando scatta la chiamata al voto. Il referendum è lo strumento di democrazia diretta per eccellenza. Tuttavia, la reazione iniziale oscilla tra due poli opposti, da un lato il senso di responsabilità e dall’altro quello di inadeguatezza. Il primo perché noi cittadini percepiamo la chiamata al voto come un evento di democrazia vera, dove la nostra voce viene recepita e mediata dalla politica. Il secondo perché davanti a quesiti tecnici, come ad es, sulle trivellazioni o su altro, noi cittadini possiamo sentirci inadeguati, presi dalla frustrazione di non aver tempo o volontà di approfondire, provando quel senso di distacco più volte accennato. I profili del votante, il segnale politico, le sue reazioni emotive Perché i profili? Perché non tutti reagiamo allo stesso modo. Le agenzie specializzate ne individuano 3 tipi. Il primo profilo è quello Ideologico. Lui vede un referendum come uno scontro di valori, e quindi vota basandosi sull’appartenenza politica o etica, a prescindere dal tecnicismo. Il secondo è quello del Pragmatico, perché cerca di capire le conseguenze reali del “Sì” o del “No” infomandosi dai talk show o dai social media. Il terzo è quello dell’Astensionista Strategico. Lui usa il non-voto come un’arma, decidendo che la miglior difesa è non partecipare. Ma, quando decide di votare, lo fa non sul merito del quesito, bensì trasformandolo come un si o un no sul governo o sul leader in carica. Ecco perché alcuni leader alla vigilia dichiarano che quello ad un referendum non è un voto politico. Ma forse, in questi casi, è meglio tacere se non si è abbastanza colti e non si sanno usare le parole giuste. Infine le reazioni emotive. La più frequente è la semplificazione. Per gestire la complessità, il cervello umano cerca scorciatoie. Ed allora alcuni cittadini tendono a seguire l’opinione di “esperti di fiducia” o influencer. Ecco, quindi, come un cittadino medio vive il referendum: Secondo noi in una miscela mentale di orgoglio civico – come spesso lo presenta la banale retorica dei promo televisivi – e di confusione cognitiva. E qui ci vorrebbe tanto altro spazio (che non c’è) per approfondire come la comunicazione sui social media influenzi l’esito dei referendum moderni.





