Avv Cecchino Cacciatore: perchè votare sì al referendum - Le Cronache Ultimora

L’avvocato Cecchino Cacciatore è stato tra i primi sostenitori per il sì al referendum sulla giustizia creando un comitato ad hoc. E’ tempo di trarre un primo bilancio.

Il tema della separazione delle carriere è tornato al centro del dibattito pubblico. Perché ritiene che si tratti di una riforma importante?

Perché riguarda la qualità della democrazia costituzionale. Non si tratta di una riforma tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma di una scelta che incide direttamente sulle garanzie dei cittadini. La separazione delle carriere completa il principio della terzietà del giudice e rende finalmente coerente il nostro processo penale con il modello accusatorio delineato dal codice del 1988 e rafforzato dall’articolo 111 della Costituzione. Il punto essenziale è semplice: il pubblico ministero non è un giudice.

È una parte del processo, titolare dell’azione penale, portatrice di una tesi accusatoria che deve essere verificata davanti a un giudice terzo.

Oggi invece pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine, condividono il medesimo sistema di carriera e sono governati dallo stesso organo di autogoverno. Questa impostazione crea una prossimità istituzionale che non è compatibile con una piena cultura della terzietà.

La separazione delle carriere serve proprio a chiarire definitivamente che l’accusa e il giudizio sono funzioni distinte e devono restarlo anche sul piano ordinamentale.

Alcuni sostengono che si tratti di una riforma punitiva nei confronti della magistratura. È davvero così?

No, ed è forse il fraintendimento più diffuso.

La separazione delle carriere non nasce dalla sfiducia nei magistrati, ma dalla tradizione del costituzionalismo liberale. Le costituzioni non si fondano sulla fiducia nella virtù degli uomini ma sulla costruzione di istituzioni che limitino il potere.

La separazione delle funzioni è una tecnica classica di garanzia.

Nessuno pensa che il Parlamento debba essere diviso dal Governo perché i parlamentari siano sospetti o incapaci; lo si fa perché la concentrazione del potere è sempre pericolosa. Lo stesso vale per la giurisdizione.

La riforma non indebolisce la magistratura: la rende più credibile, perché rafforza la distinzione dei ruoli e quindi la fiducia dei cittadini nell’imparzialità delle decisioni.

La Costituzione consente una riforma di questo tipo?

Non solo la consente: la rende possibile attraverso gli strumenti ordinari di revisione costituzionale.

Gli articoli 104, 105 e 107 disciplinano l’ordine giudiziario e l’autogoverno della magistratura, ma non impongono affatto l’unità delle carriere. L’attuale assetto è una scelta storica, non un principio intangibile.

Se si applica correttamente l’articolo 12 delle Preleggi — che impone di interpretare le norme secondo il loro significato proprio e secondo l’intenzione del legislatore — risulta evidente che la Costituzione garantisce l’indipendenza della magistratura, non l’identità delle carriere.

La riforma resta pienamente coerente con questo impianto.

Un timore ricorrente riguarda l’indipendenza del pubblico ministero. La separazione non rischia di indebolirla?

È un timore comprensibile ma infondato.

La riforma non prevede alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo. Il pubblico ministero resterà indipendente da ogni potere dello Stato, esattamente come il giudice. Quello che cambia non è l’indipendenza, ma l’assetto ordinamentale. Giudice e pubblico ministero saranno entrambi indipendenti, ma distinti. È una soluzione che esiste in molti ordinamenti democratici e che non ha mai compromesso l’autonomia dell’accusa. Anzi, la distinzione rende più chiaro che il pubblico ministero è responsabile delle proprie scelte processuali e non condivide la funzione giurisdizionale.

Si parla spesso di differenza tra separazione delle funzioni e separazione delle carriere. Perché questa distinzione è importante?

Perché chiarisce il senso della riforma.

La separazione delle funzioni esiste già: chi esercita funzioni requirenti non può passare liberamente a funzioni giudicanti e viceversa. Tuttavia resta l’unità dell’ordine giudiziario, del sistema di carriera e dell’autogoverno.

La separazione delle carriere è qualcosa di diverso: significa che giudici e pubblici ministeri appartengono a ordini distinti e sono governati da organi autonomi.

È questa distinzione che consente di realizzare pienamente il principio per cui il giudice deve essere terzo tra accusa e difesa.

Alcuni sostengono che la riforma sia proposta da forze politiche che non godono della fiducia di tutti gli elettori. Questo può influire sul giudizio?

È una preoccupazione legittima ma non decisiva.

Una riforma non diventa sbagliata per il solo fatto che qualcuno diffida di chi la propone. Nella storia politica e giuridica accade spesso che idee valide siano sostenute da persone controverse.

Già nell’antichità Eschine ricordava ai giudici ateniesi un episodio spartano: un uomo discusso fece una buona proposta, un cittadino irreprensibile la ripeté, e l’assemblea la approvò.

La lezione è chiara: si possono respingere gli uomini senza respingere le idee.

Chi è contrario nel merito voterà No.

Ma chi è indeciso solo per diffidenza verso i proponenti ha una ragione seria per valutare la riforma con maggiore attenzione.

Questa riforma appartiene davvero alla tradizione progressista del Paese, come alcuni sostengono?

Sì, ed è un dato spesso dimenticato.

 

La separazione delle carriere è stata sostenuta a lungo da una parte significativa della cultura giuridica riformista e progressista, ed è stata una battaglia storica dell’Unione delle Camere Penali.

Di recente anche Giovanni Fiandaca ha scritto che la separazione rappresenta «una scelta di civiltà, indispensabile completamento della terzietà del giudice» e uno sviluppo coerente del modello accusatorio.

Questo dimostra che la riforma non appartiene a uno schieramento politico, ma a una tradizione culturale più ampia.

In definitiva, qual è il significato politico e costituzionale della separazione delle carriere?

Il significato più profondo è quello di rafforzare lo Stato di diritto.

La separazione delle carriere non serve a colpire qualcuno, ma a costruire istituzioni più equilibrate. È una riforma che chiarisce i ruoli, rafforza la terzietà del giudice e rende più trasparente la funzione dell’accusa.

In una democrazia costituzionale le garanzie non nascono dalla fiducia nelle persone ma dall’equilibrio delle istituzioni.

La separazione delle carriere va in questa direzione: più chiarezza nei ruoli, più equilibrio nei poteri, più fiducia nella giustizia.