di Antonio Manzo
Imbocchiamo la Mingardina, da Marina di Camerota, dove non c’è più il celebre cartello fine della strada che invece per noi sarà l’inizio. Qui ci sono ancora le tracce dei sessanta chili di tritolo che hanno distrutto la falesia, la costa rocciosa con pareti a picco, alte e continue che fecero innamorare l’Unesco come patrimonio dell’umanità. Era una falesia attiva e “viva” battuta direttamente dal mare di Camerota. Dopo il tritolo è diventata una falesia morta che ora è a pezzi nel porto di Santa Marina dove hanno destinato le macerie. Ed è da qui che, in pochi chilometri, ci servono per descrivere l’ultimo viaggio della falesia distrutta caricata su un camion pieno di detriti anonimi, sconosciuti ad uomini che distruggono impunemente la natura. E’ il viaggio Mingardina-Santa Marina di Policastro, come se fosse stato il funerale della natura. E’ inutile spiegarlo a chi non ha provato alcun dolore, anno del Signore 2023, A Camerota che ora è sugli schermi nazionali ci sono le immagini dell’imprenditore che portò il suo camion a Santa Marina di Policastro con il viaggio delle falesia morta. Quinto Anfossi è arrivato a Camerota. Intellettuale grigio, dalla vita noiosa e normalissima; attorno a lui ferve l’Italia dello scandalo, della speculazione, e allora si lascerà convincere ad intraprendere un’impresa edilizia come ne sono nate tante per costruire il regno dell’abusivismo edilizio che guarda il mare del Golfo di Policastro. E’ la storia di un fallimento, di un gran bel fallimento, di un capolavoro di fallimento, non deve essere stata facile da scrivere neppure per Italo Calvino dedicate alla Speculazione edilizia. C’è chi parla di una cronaca militante per Camerota; forse l’aggettivo è troppo forte; è semplicemente una cronaca civile, che nasce dall’osservazione del momento, del qui ed ora; però, un azzardo lo tentiamo: secondo me il sacco di Camerota è tra le più compiute rappresentazioni letterarie dell’Italia che subisce e non può parlare. Lontana da dove si decide e si aspetta in silenzio, tra scandali edilizi, fallimenti di imprese truccati, di una pineta svenduta senza danaro, di regole urbanistiche dettate da chi incamera danaro e svicolo di fronte all’interesse pubblico. Quinto Orazio arriva con un treno che costeggia la costa e Calvino lo descrive così: “Alzare gli occhi dal libro (leggeva sempre in treno) e ritrovare pezzo per pezzo il paesaggio – il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera – le cose viste da sempre di cui soltanto ora, per esserne stato lontano, s’accorgeva …” Le prime parole del romanzo di Calvino (scritto nel 1957, pubblicato in volume singolo nel 1963) ci presentano oggi il protagonista immerso nella lettura; il paesaggio di Camerota come dei comuni costieri del Cilento viene notato solo dopo che il suo sguardo si alza dalla pagina ed emerge in quel rincorrersi di grigio del cemento e colore azzurro del mare solo perché Quinto abita lontano e sta tornando in quei luoghi dove è nato.. Quinto Anfiossi è un personaggio “lontano Ecco, Quinto Anfossi fa pensare ad un personaggio, una figura di carta che ha un suo peso in quel mondo ma che trasportato nel mondo reale di Camerota, nel mondo delle contrattazioni e degli affari economici, perde di consistenza, nonostante i suoi sforzi. La speculazione edilizia che ha sventrato la costa cilentana traccia la traiettoria dell’agire di uno dei personaggi di Calvino nella sua Giornata dello scrutatore che è di nuovo apparso nelle ultime elezioni dove chi è al seggio ha dovuto controllare se i voti promessi e spesso non mantenuti, come a Camerota, possono ancora consentire al potere pubblico di sanare gli abusi edilizi fosse anche il titolato politico meloniano ora celebrato consigliere regionale. Si può stare nell’inferno metropolitan0 di Nocera Superiore tutto l’anno ma poi rinfrescarsi nella villa costruita nell’abusivismo edilizio imperante ma abilmente sanato. Qui a Camerota la decisione di intraprendere l’impresa economica rompe la calma il giorno in cui si va all’asta fallimentare e si acquista a buon prezzo un bene che era di altri ed ora passa nelle mani di equivoci personaggi napoletani divenuti in improvvisamente ricchi per gli increduli uomini della Guardia di Finanza. E che ora può tranquillamente costruire sula spiaggia un palazzo di quattro piani senza colpo ferire o ordinanza che lo possa bloccre per dichiarate connivenze para istituzionali. Rientra in questo campionario a Camerota anche la compassione di Quinto verso il suo socio/antagonista Caisotti, laddove, invece, nessuno mostra fiducia all’imprenditore, uomo dai connotati animaleschi: del toro, dello squalo, del cane (seppur bastonato), del granchio. È chiaro che Caisotti incarna l’esempio dell’avventuriero d’impresa. Se però lo squalo rimane fedele ad una linea di condotta, e le sue deviazioni sono solo apparenti, il protagonista Quinto rimane a metà del guado: l’affare non è ancora concluso e la sua passione per la concretezza imprenditoriale si spegne, persa nel burocratese degli avvocati. Quinto stesso si perde, pezzo per pezzo, nel groviglio di possibilità e di imperativi che la sua stessa, fallace, coscienza gli pone guardando Camerota. Quinto chiamato in città per svolgere il ruolo di scribacchino per il giornale di un associazione ecologica, si sente a disagio nella vita cittadina di Camerota, esistenza grigia su sfondo grigio sul camion che trasporta le macerie della falesia per costruire il porto di Santa Marina di Policastro. Neppure la iena potrà azzannare nel Cilento dove l’Italia che è sempre uguale e non cambia pelle tra affarismo politico che opprime e non avrà liberatori. Cambia anche l’Italia e quei temi, che avevano un’allure di militanza prima, poi diventeranno pian piano usurati. E impuniti anche con il falso dolore di un funerale della natura.





