Le ragioni del sì - Le Cronache Ultimora
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Le ragioni del sì

Le ragioni del sì

Alberto Cuomo

Il dibattito sul voto referendario è si è trasformato, purtroppo, in un contrasto tra tifoserie in cui le parti si accusano a vicenda circa il carattere personalistico delle reciproche posizioni, senza affrontare il nodo della questione che siamo chiamati a dirimere. Inizialmente il conflitto sembrava essere politico sebbene, in presenza di una riforma costituzionale, i diversi partiti avrebbero dovuto collaborare, risolvendo le patologie della nostra Giustizia malata. E invece, nel degrado della politica, a seguire i pareri, sembra si sia in presenza di una rissa da piazza paesana su quale asino potrebbe vincere il palio. È indubbio che la separazione delle carriere tra giudici e procuratori della Repubblica non risolverà i mali della giustizia, ma non si può non riconoscere che, finalmente, un governo si è posto il problema di modificare l’assetto dell’ordine giudiziario i cui membri sono stati sempre considerati componenti di una casta intoccabile. E l’intoccabilità della magistratura è in definitiva ribadita dai fautori del No alla riforma, collegando il diniego verso la separazione alla presunta intoccabilità della Costituzione, quasi la Carta sia sacra, tale che la sua revisione faccia venir meno la democrazia. Si sostiene poi che, essendo la Costituzione antifascista, quanti volessero mutarne gli articoli non possono che essere di destra o persino fascisti. Marco Travaglio ha sostenuto gli italiani essere più conservatori di quanto supponga la destra, sì che, sicuramente, voteranno No al cambiamento. E del resto quanti si oppongono alle riforme non possono certo dirsi progressisti o riformisti. C’è inoltre da dire che, sebbene la nostra Carta sia in toto antifascista oltre il divieto della “organizzazione… del disciolto partito fascista” e i limiti all’eleggibilità “per i capi responsabili del regime fascista” ebbe, tra gli estensori, giuristi e accademici che avevano aderito al fascismo. Tra i docenti universitari costituenti che avevano giurato fedeltà al regime vi erano Giovanni Leone, Amintore Fanfani collaboratore della rivista “Dottrina Fascista” e firmatario del “Manifesto della Razza” nonché docente di Economia corporativa, Gaetano Azzariti, presidente del Tribunale della Razza, poi collaboratore giuridico di Togliatti e Presidente della Corte Costituzionale nel 1957 e, infine, Costantino Mortati, teorico della costituzione materiale, non formale ma vivente nel sentire e nelle prassi dei popoli, cui si deve, non a caso, il testo sui poteri del Presidente della Repubblica (si consideri in proposito che vi sono Stati, come quello inglese, privi di una Costituzione scritta). Mortati, che aveva individuato nel Capo (Fhurer) la garanzia costituzionale, è oggi, nella perdita di rappresentatività dei partiti, il costituzionalista maggiormente studiato nelle università anche fuori dai nostri confini. E del resto, che le costituzioni siano formali e ben possono essere riformate, è stato messo in evidenza da studiosi sia, per così dire, di destra, come Carl Schmitt, che di sinistra, come Jacques Derrida, analisti dello Stato di Eccezione, legato alla necessità di una decisività politica in momenti di crisi. E non abbiamo forse sperimentato uno Stato d’Eccezione in cui furono annullati i diritti costituzionali? Basterebbe ricordare il periodo del Covid, allorchè i nostri governanti ci impedirono di uscire da casa, ci schedarono distinguendo i vaccinati dai non vaccinati, ostacolando anche ogni critica al sistema, sbagliato, di cure, quello della “Tachipirina e vigile attesa” che provocò le molte morti. Tra i maggiori fautori del No alla riforma c’è un procuratore della Repubblica, aduso ad incriminare molti per vederne comunque assolti tanti, paragonato, su queste colonne, a Ettore Petrolini che irrideva il regime e però anche la magistratura, Nicola Gratteri, sostenitore dell’accusa nel maxiprocesso “Rinascita-Scott” contro la ndrangheta di Vibo Valentia per ben 479 imputati dei quali 150 assolti o nell’inchiesta Stige con 100 assolti su 169 imputati (fonte “Il Riformista”). Come è noto la riforma sulla separazione delle carriere prevede due CSM e, Gratteri dice solo in parte il vero a proposito delle modalità della loro formazione, del sorteggio cioè tra tutti i magistrati, un migliaio, e tra solo i 50 nomi, scelti a suo dire dal governo, dei membri laici. Ebbene sappiamo, da Palamara, che i guasti della giustizia iniziano con l’indicazione dei membri del Csm che, essendo elettivo nella grande ingerenza delle correnti, sancisce promozioni e trasferimenti in modo da determinare equilibri settari anche rispetto alla politica. La riforma pone invece il metodo del sorteggio che elimina le correnti ed è sicuramente più democratico del dispositivo attuale, tanto più che i 50 laici tra i quali sorteggiare non si prevede siano scelti dalla maggioranza governativa, come sostiene Gratteri, ma dall’intero Parlamento che dovrà legiferare nel merito. A Catanzaro, la procura gratteriana ha prodotto per i risarcimenti di ingiusta detenzione la spesa più alta del paese dove, in soli 7 anni sono stati pagati ben 254 milioni di euro data la grande percentuale degli assolti. E si spiega forse qui uno dei motivi dell’opposizione da parte delle procure alla riforma, all’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna al Csm, ora preposto alla deontologia con le correnti che determinano una fattuale impunità dei procuratori sostenitori di ingiuste accuse (si veda anche la nota “tangentopoli” salernitana) la quale potrà invece rilevare le responsabilità degli inquirenti valutando la possibilità di far pagare loro le spese degli errori.