Referendum toghe. Ragioni del NO e infondatezze del SI - Le Cronache Ultimora
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Referendum toghe. Ragioni del NO e infondatezze del SI

Referendum toghe. Ragioni  del NO e infondatezze del SI

di Aldo Primicerio

Un Paese diviso, spaccato, impreparato, disinformato, sviato. Sono le risposte che emergono dai sondaggi che le agenzie specializzate stanno invano proponendo ad un campione di cittadini sul referendum di marzo sulla giustizia. Perché invano? Perche più di un terzo di cittadini è indeciso. Non sa bene su cosa e perché si voti per il sì o per il no. E quindi buona parte di loro voterà con la pancia e non con la testa, o forse non andrà affatto a votare.  A dirla chiaramente, i sondaggi certe volte non aiutano a capire, anzi sviano. A dirla tutta? Noi li vieteremmo quando un voto è imminente. Possono rivelarsi influenzanti, e quindi scorretti. Ma andiamo per gradi, perché chi ci legge possa capire di più e quindi restarne meglio informati

 

Complessità del tema. Silenzio mediatico o, peggio, parzialità. E accuse reciproche tra maggioranza e opposizione

Sì. Innanzitutto la giustizia è un tema tecnico, e la comprensione non è facile. Il grande pubblico ha i suoi problemi quotidiani. E qui il sì o il no non è sul divorzio o l’aborto o la scala mobile o il finanziamento pubblico dei partiti o il nucleare. E’ evidente che finora qui non c’è stata quella informazione neutrale e capillare che occorreva, ma solo propaganda ed ostilità tra maggioranze ed opposizioni. Perché, diciamolo chiaramente, qui il referendum non è tecnico, ma solo ed essenzialmente politico, e tutto contro un solo soggetto, il magistrato e la giustizia italiana. I dubbi innanzitutto. Sui problemi reali della giustizia restano alti. E poi i tempi. Perché Meloni e Nordio hanno avuto fretta sulle date? Temevano una risalita del no, che poi c’è realmente stata? Insomma troppa velocità, zero informazione reale da parte dei media, forse anch’essi impreparati. E quindi ecco farsi largo il timore di una riforma inutile, incompresa, unilaterale, perché voluta solo da una parte politica e solo dall’avvocatura e dalle Camere Penali. Questa, forse, la realtà.

 

Altrove, carriere distinte e separazione tra Pm e giudice più netta. Ma con i limiti ed i rischi che si temono da noi in Italia

Tra i principali modelli internazionali, i più noti sono quello anglosassone (Regno Unito, Usa) e quello mitteleuropeo (Germania, Belgio, Francia ed altri). Nel primo, il Pubblico Ministero è un avvocato che risponde ad un Direttore della Pubblica Accusa, che a sua volta risponde allo Stato. Con il compito di vigilare che il processo non subisca influenze politiche. Capirai. Un pò difficile tener lontani chi ci paga. Il PM non indaga personalmente, ma valuta e decide sulle indagini della Polizia, che è la vera protagonista dal reato al processo. Il secondo modello (quello europeo) fa ancora peggio. Qui il PM è soggetto al controllo gerarchico e politico del governo in carica. E poi c’è il modello italiano. Dove PM e giudice fanno un concorso di una durezza unica al mondo, con uno scritto di solito altamente complesso, ed un orale che dura dalle 8 alle 10 ore, una giornata sotto pressione, dove il candidato risponde pubblicamente ad una commissione su civile, penale, amministrativo, procedure, lavoro, commerciale, tributario, internazionale, comunitario, ordinamento giudiziario, informatica, ed anche su una lingua straniera. In sostanza, da noi i magistrati fanno lo stesso concorso, ma scelgono poi, in una seduta dedicata, a quale funzione dedicarsi, se a quella giudicante o inquirente. Secondo voi, scelgono spinti da cosa? Da istinto sportivo, da sensazioni del tipo pacchistico di Affari Tuoi, o piuttosto da qualcosa che si sente dentro?  E poi l’eventuale passaggio da una funzione all’altra. Già assai scarsa prima, perché non ambìta se non per ragioni logistiche di trasferimento, oggi dopo la riforma Cartabia è quasi impossibile. Ergo, le funzioni tra PM e giudice, impropriamente definite carriere, sono già oggi separate. In pratica, Nordio e la Meloni vogliono separare quello che già lo è.

 

La terzietà. Una richiesta unilaterale e sciocca su una neutralità che è già reale, strutturale e costituzionale

I sostenitori della riforma (gli avvocati penalisti e la destra del governo) ritengono che la terzietà, cioè la imparzialità del giudice, sia solo formale ma non sostanziale. E perché? Solo perché giudice e Pm fanno gli stessi studi, lo stesso concorso, la stessa carriera ma con funzioni diverse? Solo perché hanno lo stesso organo di autogoverno, il CSM?  Tutto questo ha convinto quelli del SI che giudice e Pm siano strutturalmente troppo adiacenti, e che questo influenzi la terzietà di chi decide, cioè il giudice. Ma è davvero pensabile che, prima di un processo, giudice e Pm s’incontrino a pranzo o a cena e si mettano d’accordo su come deve finire? Quindi, amici del SI, la requisitoria di un Pm è la recita di un attore? E l’arringa della difesa è una messinscena? Quindi due persone, che probabilmente non si sono mai conosciute, sono due volgari collusi? E quindi da una parte, il PM che svolge indagini,dirige la polizia giudiziaria ed investiga, e dall’altra il giudice che analizza le prove e tutela le garanzie, sono una banale gigantesca recita? Insomma il “terzo” non c’è e non c’è mai stato?  Non so se definire tutto questo un tragico errore, o il parto di culture demenziali.

 

La sfida tra due visioni. Il SI per un PM avvocato che risponde allo Stato. Il NO per un PM indipendente e non ostaggio della politica

Quelli del SI? Pensano che tra giudice e Pm – finché appartengono allo stesso corpo, fanno gli stessi concorsi, rispondono ad uno stesso Csm – il giudice non potrà mai essere percepito come distante dal PM. In pratica, il PM quindi un “collega” del giudice? Un “amico”, uno con cui ci si mette d’accordo? Uno con cui si fa una “recita” insieme? Insomma due star del cinema impegnati in una fiction e non in un processo in cui si deve decidere del destino di un imputato? Questo è alla fine quello che un cittadino deve percepire e su cui riflettere. Se e quando decida di recarsi alle urne a marzo. Quelli del NO? Ma è chiaro che il primo rischio che avvertono è quello di un Pm che finisce sotto il controllo del Governo di turno, che veda la fine dell’autonomia sancita in Costituzione. Quindi non è vero che Pm e giudice hanno sì la stessa formazione e vengono da uno stesso concorso, ma hanno lo stesso obiettivo cioè la ricerca della verità?  Non è vero quindi che la terzietà del giudice è già assolutamente garantita dalla legge? Non è vero che a passare da una funzione all’altra, negli ultimi 17 anni dal 2008 al 2025, su 9.048 magistrati italiani il 74,1% non ha chiesto alcun passaggio? E quelli che ne hanno chiesto uno è stato appena il 16%? Signor Nordio, signora Meloni, è questa la famosa riforma della giustizia? Ognuno decida come pensa. Ma su due cose imploriamo il cittadino di riflettere. La prima è di porsi tutti i quesiti sopra argomentati, di documentarsi, di trovarsi una risposta. La seconda è di pari importanza, ed è quella di tornare al voto.  Amiche, amici cari, quasi 4 su 10 di voi hanno smesso di credere, di avere fiducia nella politica e nei partiti per le troppe illusioni disilluse, le speranze tradite. Di pensare che il voto non influenzi realmente le decisioni pubbliche e non ci cambi la vita.  E non si può darvi torto. La politica di oggi non vale neanche un calzino di quella di ieri. Eppure, sembra banale, ma votare è far sentire la nostra voce. E poi questo di marzo è un referendum costituzionale, quindi senza il quorum. Un grande momento per tornare al voto e zittire un mondo che vede l’Italia come un paese di pigri, di gaudenti e di sfiduciati. E’ il momento di rispondere, e di riprenderci il nostro Paese.

 

 

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