Una storia per raccontare la sfida dell’inclusione, partita ancora da vincere - Le Cronache
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Una storia per raccontare la sfida dell’inclusione, partita ancora da vincere

Una storia per raccontare la sfida dell’inclusione, partita ancora da vincere

di Clemente Ultimo
Raccontare la vita del più celebre ingegnere stradale britannico per aprire uno spazio di riflessione sul presente, in particolare sui temi dell’inclusione e del diritto allo studio per i ragazzi ipovedenti e non vedenti. È in questa prospettiva che può collocarsi il senso profondo del lavoro di Michele Mele, giovane matematico salernitano, autore di “Il Richiamo della Strada – Storia del non vedente che rivoluzionò l’ingegneria” (Edizioni Efesto), biografia dedicata a John Metcalf, eclettico ingegnere britannico del XVIII secolo. Libro che oltre a raccontare una storia intrigante, offre l’opportunità di ragionare in maniera costruttiva, e senza inutile retorica, sui passi ancora da fare per garantire una reale inclusione.
Come nasce l’interesse per questa figura affascinante, ma decisamente poco nota?
«Tutto è iniziato quando ho raccolto materiale per il mio primo libro, “L’Universo tra le dita”, dedicato alla vita di dieci scienziati ipovedenti o non vedenti dal XVII al XXI secolo. Tra questi c’è anche John Metcalf primo ingegnere stradale della storia. La storia di Metcalf è senza dubbio quella più avvincente ed avventurosa tra quelle in cui mi sono imbattuto, una storia che valeva la pena raccontare anche per diffondere il messaggio di cui è portatrice».
Il protagonista vive in un’epoca, quella della prima rivoluzione industriale, non particolarmente tenera sotto il profilo dei diritti e per le condizioni di vita delle classi più povere. Colpisce, in questo contesto, la sensibilità dei genitori di Metcalf che, a dispetto della sua cecità, sostengono ed incoraggiano gli studi di questo figlio.
«Una sensibilità per certi versi più sviluppata di quella che possiamo trovare in certi genitori ed in certi burocrati di oggi. Dopo la perdita della vista all’età di sei anni a causa del vaiolo, i genitori spinsero Metcalf verso una carriera musicale e con ottimi risultati. Metclaf andò in guerra, fu rapito, fu persino contrabbandiere, fino a quando, verso i trent’anni, incontrò la scienza. Tutto questo in un periodo segnato dal modello taylorista, dallo sfruttamento della manodopera, ma anche dal progressivo diffondersi dell’illuminismo, grazie a cui si iniziano a porre le basi per un welfare, come lo chiamiamo oggi. Metcalf, per certi versi, oltre a trovare un contesto inclusivo in cui non è mai stato considerato “il diverso”, è riuscito a dare un contributo per migliorare l’ambiente in cui agiva. Ma la cosa più interessante è vedere come alcuni pregiudizi, che resistono ancora nella nostra società contemporanea, quelli che fanno ancora dire a tante persone “ma tu non vedi, come fai a fare l’ingegnere, il chimico, il matematico?”, cadano inesorabilmente davanti all’esempio di questa figura straordinaria».
Oggi, almeno a parole, sembrano cadute tante barriere, si parla tanto di inclusività. Però forse tra il dire e il fare c’è ancora di mezzo il mare. Vogliamo fare il punto sui percorsi formativi che oggi vengono offerti, dalla scuola, dall’università, alle persone con disabilità?
«Non c’è il mare, ma l’oceano direi! La situazione, per quanto si parli tanto di inclusione e spesso a sproposito, per noi ipovedenti o non vedenti è ben lungi dall’essere ottimale. Certi pregiudizi ancora rimangono, altrimenti non avrei scritto di queste storie. Ho un punto d’osservazione privilegiato, essendo anche education officer della campagna “Science in Braille” delle Nazioni Unite in cui mi occupo, all’interno di un direttivo composto da scienziati ipovedenti e non vedenti di tutto il mondo, di coordinare e supportare l’implementazione di politiche inclusive, il nostro obiettivo è essere un punto di riferimento per enti, governi, istituzioni. A livello scolastico da anni si parla di inclusione, di scuola per tutti e certamente sono stati fatti passi avanti, ma i problemi purtroppo restano. Si parla tanto, ma si fa poco. In molti Paesi, non solo quelli anglosassoni, le scuole per non vedenti che una volta erano il sostitutivo – un po’ ghettizzante in verità – della scuola dell’obbligo sono diventate il sostegno per i normali cicli scolastici. Svolgono un lavoro di integrazione perché non solo formano gli insegnanti, ma i ragazzi vi si recano non per sostituire i corsi normali, ma magari per imparare fin da piccoli l’uso degli assistenti vocali, il Braille, a fare corsi di mobilità e orientamento. Non sono più un’alternativa alla scuola dell’obbligo, ma compensano quello che la scuola dell’obbligo, per evidenti motivi, non può dare a studenti con patologie della vista. Ci sono dei modelli funzionali che dovremmo cominciare ad importare, superando alcune resistenze campanilistiche. Proprio per questo c’è necessità di parlarne e farlo con i termini giusti. Spesso è proprio dall’utilizzo corretto delle parole che inizia un reale percorso d’inclusione».
La tecnologia offre molti nuovi strumenti, ma il nostro sistema scolastico riesce ad assorbire questi sviluppi tecnologici e a trasformarli in risorse a disposizione degli studenti ipovedenti o non vedenti?
«Al momento salvo alcuni casi eccezionali scuola e novità tecnologiche non i sposano. Anche se è bene ricordare come ci siano delle eccellenze, penso al centro d’ateneo Sinapsi della Federico II che supporta, grazie ad un approccio multidisciplinare, chiunque si senta escluso dalla vita universitaria. Purtroppo si tratta solitamente ci casi isolati, soprattutto nel Mezzogiorno».