di Olga Chieffi
Chi può dire di non essere stato, dalla propria madre, un po’ per gioco, un po’ perché i bambini devono essere portati a dormire con una carezza, con le parole di questa nenia, affidati alla Befana, una vecchia contadina, forte, magra, col naso affilato, vestita di panno scuro, come la corteccia dei faggi. Gli occhi chiari e belli. Da adulti i rapporti di amicizia affettuosa con la strega benefica s’interrompono, una volta assottigliatosi, fino a spezzarsi, quel legame tra sogno, realtà e poesia. Ma a casa degli artisti, dei musicisti questo legame magico, con l’Oltre non si interrompe mai. Ecco allora la Sinfonia dei giocattoli, che Leopold Mozart scrive per il suo piccolo Wolfgang, di appena quattro anni, nel gennaio del 1760, magari proprio nella notte dell’ Epifania, attribuita in un primo tempo a Franz Haydn e addirittura al fratello Michael, in effetti un divertimento in Do Maggiore, ricco di suoni che riproducono i giochi dei bambini dell’epoca: imitazione del verso di uccelli (quaglia, usignolo, cucù), dei sonagli, del tamburino e del fischietto. “Un piccolo dono – scriveva in seguito Leopold al figlio– per ricambiare l’affetto di quando tu, bambino e anche da ragazzino, non andavi a dormire se prima non mi avessi cantato, in piedi sul seggiolino, l’ “oragnia figatafa”, al canto della quale di tanto in tanto e alla fine mi baciavi la puntina del naso, e mi dicevi che, fossi io vecchio, mi avresti messo dentro una teca col vetro davanti, per preservarmi dagli spifferi”. Quadretto familiare nella famiglia Mozart ove l’affettuosa armonia di casa e la frequentazione mai interrotta con la fantasia, il sogno, il gioco, i suoni, la luce, legata ai severissimi studi di musica, hanno salvaguardato e prodotto uno dei massimi geni dell’umanità. Ma, durante questa Notte, la Notte della Befana, il Mondo e l’Umanità sono al centro, da sempre, delle magiche coincidenze che segnano il termine delle Dodici Notti più lunghe dell’anno, simbolo del ritorno alla vita e della sconfitta delle tenebre. Presso i popoli pagani, già molti secoli prima della venuta di Cristo, la celebrazione del Natale era legata al ciclo delle feste propiziatorie di fine anno, quando un profondo senso di angoscia prendeva gli uomini di fronte allo spettacolo terrificante di una natura che, non generando più i suoi frutti, sembrava destinata a spegnersi per sempre. Com’è noto, infatti, la fase terminale dell’anno solare coincide, a livello astronomico, col solstizio d’inverno, in cui la terra raggiunge il punto di massima distanza dal sole. Tuttavia, lentamente, all’angoscia presente subentrava la speranza che sulla terra sarebbe tornato a splendere il sole e la natura si sarebbe aperta a nuova vita. Di qui, alcuni rituali, propri dei popoli primitivi, tendenti a simulare il ritorno alla luce e del calore, come quello connesso ai cosiddetti ceppi o fuochi di Natale, ancora presente in alcune aree della nostra tradizione popolare, che simboleggia il tentativo di incatenare, per così dire, il sole e costringerlo a un ritorno forzato sulla terra. Più tardi, quando l’antica società patriarcale fu sostituita da quella patriarcale, a un’angoscia collegata alla morte della natura, subentrò un’angoscia associata al Tempo storicamente inteso, vissuto come esperienza di sciagure, di guerre, di calamità naturali e imprevedibili. L’intero rito natalizio è indicativo di un viaggio misterico, di una discesa, di un cammino nel mondo sotterraneo dove, superate le angosce del buio, sarà possibile partecipare all’Epifanìa della nuova luce che determinerà il capovolgimento della morte e il ritorno al ciclo vitale. Epifania (epiphàneia – manifestazione –) era usato dai Greci per indicare l’arrivo di una divinità, che invisibilmente presente, con un segno qualsiasi (visione, sogno, miracolo) rende manifesta la sua presenza, quindi tà epiphàneia è anche eortè tòn phòton, ovvero festa delle luci. Infatti, dopo il 13 dicembre (Santa Lucia) che segna il ritorno alla luce dei Paesi Scandinavi – il ritorno del Sole a Mezzanotte – (non dimentichiamo, però, il nostro detto: “Santa Lucia, un passo di gallina”), il 24 dicembre – festa della divinità solare )l’Horus Egiziano, figlio di Iside, annunciante che la Vergine aveva partorito e che il Sole era tornato a splendere in cielo, trasformatosi in seguito nel Sole Cristiano Gesù), segna anche l’inizio delle Dodici Notti magiche, durante le quali scendono sulla terra spiriti buoni e cattivi, sospendendo il tempo, facendo convivere mostruoso e divino, passato e presente, morti e vivi, concludentesi con l’arrivo della Befana, la Notte del 5 gennaio. In questa Notte il mondo vive infiniti prodigi: gli alberi si coprono di frutti, gli animali favellano, le acque dei fiumi e delle fonti si tramutano in oro: “No ‘ncerano ‘nnemmice pe’ la terra,/la pecora pasceva co’ lione;/co caprette se vedette/ o lliupardo parreà;/ l’urzo e o vitello/ e co lo lupo ‘npace o pecoriello”. (S.Alfonso Maria de’ Liguori). Notte, questa, che conclude il Viaggio dei Re Magi, pastori “nobili” rappresentanti il vasto mondo delle “genti”. Non si tratta, perciò, solo dei tradizionali Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, raffigurati rispettivamente quale un ragazzo, un vecchio ed un giovane negro trentenne, significando, così, la varietà delle razze e delle stagioni della vita, cui perviene la buona novella, ma di un intero mondo cosmopolita, al quale il Bambino divino si manifesta quale “luce delle genti”, incontro dell’Assoluto con la Storia. I Re Magi montano tre cavalli dal mantello bianco, sauro e baio oscuro, simboleggiante l’iter quotidiano del sole. Nella simbologia solare dei Magi era chiaramente espressa anche una figura femminile “La re Magia”, evidente rappresentazione della Luna, raffigurata in portantina sorretta da quattro schiavi, fidanzata del re dal nero cavallo, simbolo della Notte. Ecco spiegata la natura ambigua della Befana, salvatrice dell’Uomo dal buio, che rappresenta il luogo della non-vita, dimensione dell’immaginario, che attraverso la luce, sorgente di vita, attrice-agente, rompe l’incanto, dissolve le paure, sconfigge e ricaccia negli Inferi gli spiriti malefici, sveglia Benino, il pastore dormiente, l’Uomo, che riapre gli occhi e ricominicia a “fare” la Storia, ma anche Signora della Notte, figura lunare, discendente di Artemide (Artemide, la dea greca della luna, veniva onorata il sesto giorno di ogni mese), strega che vola sul manico di scopa, come le janare, s’infila nelle cappe dei caminetti, e viaggia intorno al mondo, nella sua Notte, nella quale si può vaticinare con assoluta certezza, poiché il futuro ha assunto la dimensione temporale del presente( le fanciulle traggono dal focolare gli àuguri sulle future nozze, ponendo foglie d’ulivo sulla cenere calda), lasciando doni e illuminando i sogni dell’Uomo.





