Via D'Amelio 34 anni dopo... - Le Cronache Attualità

di Arturo Calabrese

Sono le 16.57 di una torrida estate. È il 19 luglio. Palermo, via Mariano D’Amelio. Paolo Borsellino, giudice antimafia che stava mettendo sotto scacco Cosa Nostra, con la sua scorta arriva al civico 21 per far visita alla madre. Scende dell’auto. È felice, ma non sereno.

Qualche settimana prima, l’amico e collega Giovanni Falcone, con la moglie e gli agenti di scorta, erano morti a Capaci. 16.58, un boato. 90 chili di esplosivo al plastico vengono fatti detonare. La mafia ha colpito ancora. 6 morti, 24 feriti. Emanuela Loi, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina perdono la vita. Sono servitori dello stato, ognuno con un ruolo ben definito. 16.59, i loro corpi smembrati sono sull’asfalto. Intorno fuoco e fiamme, un forte odore di fumo e di bruciato. Auto distrutte dalle quali si alzano rosse lingue mute. Tre minuti che hanno cambiato per sempre la storia d’Italia, la lotta al malaffare, alla corruzione, al modo di vedere la mafia e tutto ciò che girava e gira attorno ad essa.

La storia, come spesso si dice, è maestra di vita, ma nel caso del sacrificio estremo di queste donne e questi uomini, comprendendo tutte le vittime della mafia, ad oggi cosa ha insegnato? Poco o nulla, oppure il giusto. Non è dato sapere. L’unico dato intellegibile è che il malaffare è ancora tra noi. La Sicilia e la Campania hanno collegamenti antichi sotto numerosi punti di vista dalla storia alla cucina, dalle radici alla scienza. Ci sono, poi, aspetti più negativi come i casi di cronaca e il sangue che ne hanno macchiata la terra. A Palermo si piange Paolo Borsellino, nel Cilento Angelo Vassallo.

A Palermo si combatteva la mafia, in Campania il Sistema Cilento. Differenza? Nessuna, nemmeno l’esito, ad oggi, di quelle battaglie e di quei sacrifici. Ancora oggi, nonostante i morti, il carcere, le sentenze, si continuano ad osannare i mafiosi, i protagonisti del decadimento di interi territori. Paolo Borsellino, Filadelfio Aparo, Angelo Vassallo, Giovanni Falcone, Agostino Catalano, Boris Giuliano, Rocco Chinnici sono morti invano? Fin quando lo Stato continuerà a difendere taluni soggetti si potranno avere ancora tanti e troppi dubbi in merito. Palermo ha anche tante belle storie che fanno sorridere, vicende di riscatto, di donne e di uomini che non vogliono sottostare alle logiche mafiose. Fin quando ci sarà anche soltanto un sostenitore del sistema, della mafia, qualcuno che inneggia ai mafiosi, ai camorristi o ai politici corrotti, sarà sempre uno di troppo.

Perché la mafia non è soltanto nelle stragi, nelle pallottole o negli attentati che hanno segnato la storia del nostro Paese. La mafia vive anche nel silenzio di chi vede e non parla, nell’indifferenza di chi minimizza, nell’ammirazione distorta verso chi ha scelto la violenza e il potere al posto della legalità. Ogni volta che un mafioso viene esaltato, ogni volta che un sopruso viene accettato come normale, ogni volta che la paura prende il posto della libertà, si tradiscono la memoria e il sacrificio di chi ha pagato con la propria vita.

La vera vittoria sarà quando i nomi di chi ha combattuto la mafia non saranno ricordati soltanto nelle commemorazioni, ma diventeranno esempio quotidiano di coraggio, responsabilità e giustizia. Perché nessun territorio potrà mai dirsi libero finché qualcuno continuerà a difendere, giustificare o anche soltanto tollerare chi ha scelto di stare dalla parte della criminalità.