di Erika Noschese
Un cammino di discernimento vocazionale spezzato, l’opposizione al condizionamento delle coscienze e la presenza mai del tutto debellata di una comunità dai tratti settari all’interno del tessuto ecclesiale campano. È una storia di forte impatto istituzionale e umano quella giunta in questi giorni alla nostra redazione attraverso una dettagliata testimonianza diretta, che rompe il silenzio su dinamiche opache che da decenni attraversano e condizionano la vita dell’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. Al centro del racconto e dell’approfondimento vi è l’”Associazione Opera del Gregge del Bambin Gesù”, una realtà nata negli anni Trenta attorno alla figura di una veggente, emersa con forza nell’episcopato di Monsignor Gerardo Pierro e tuttora capace di influenzare prassi pastorali e percorsi individuali, nonostante i ripetuti interventi di contenimento disposti dalla Santa Sede e dai vescovi succedutisi alla guida della diocesi. La vicenda ricostruita dalla fonte prende avvio durante il percorso propedeutico, una fase di preparazione e discernimento spirituale durata tre anni sotto la guida diretta del rettore don Michele Di Martino. Durante il secondo anno di questo cammino, l’autore della testimonianza viene affidato a una parrocchia retta da un sacerdote apertamente legato all’Associazione. È in questo contesto che si verifica l’impatto diretto con la mentalità e le prassi operative del gruppo. Quella che doveva essere un’esperienza di formazione e servizio si trasforma gradualmente in un terreno di scontro ideologico e spirituale, segnato da forti pressioni formali e umane. L’Opera del Gregge del Bambin Gesù trova le sue radici storiche nella prima metà del Novecento per iniziativa di Caterina Tramontano, figura attorno alla quale si è strutturato nel tempo un seguito carismatico e devozionale. Per lungo tempo la comunità ha operato nell’ombra, mantenendo un profilo riservato fino alla seconda metà degli anni Novanta, quando, sotto la gestione pastorale dell’arcivescovo Gerardo Pierro, ha trovato una notevole visibilità e un progressivo radicamento nelle strutture diocesane. Tuttavia, l’impostazione dottrinale e comportamentale del gruppo ha sollevato crescenti riserve. Non si tratta di una setta satanica o esoterica, chiarisce con fermezza la testimonianza affidata alla redazione, bensì di una realtà rigorosamente interna al perimetro del cristianesimo, ma caratterizzata da una chiusura ermetica, da una rigidità dogmatica e da forme estremizzate che hanno finito per isolare i suoi membri e insospettire le autorità romane. L’escalation dei contrasti interni e le segnalazioni giunte Oltretevere spinsero il Vaticano a intervenire direttamente sulla situazione salernitana. Roma decise di inviare come arcivescovo Monsignor Luigi Moretti, con l’obiettivo prioritario di monitorare, regolamentare e arginare le derive della comunità. Durante il suo mandato, Moretti istituì un triennio ad experimentum per vagliare le attività dell’associazione e verificarne la compatibilità con la dottrina della Chiesa cattolica. Successivamente, con l’arrivo dell’attuale arcivescovo Andrea Bellandi, la Chiesa locale ha compiuto un ulteriore passo formale arrivando al commissariamento dell’Opera. Un provvedimento rigoroso, accompagnato dalla pubblicazione sul sito ufficiale dell’arcidiocesi di un documento dettagliato in cui vengono esplicitati i divieti, le limitazioni e le attività precluse al gruppo per tutelare i fedeli e la correttezza della vita sacramentale. Nonostante le disposizioni ufficiali e le misure disciplinari adottate dai vertici dell’episcopato, le carte e la narrazione giunte alla redazione rivelano come la penetrazione dell’associazione nella realtà locale sia rimasta sostanzialmente inalterata. Il commissariamento non ha prodotto gli effetti sperati sul piano sostanziale. Numerosi sacerdoti incardinati nella diocesi e legati alla mentalità del Gregge continuano a portare avanti con supponenza e pervasività il proprio modello, condizionando la vita spirituale e personale di chi entra in contatto con queste realtà. Il risultato, denuncia il racconto, è la diffusione di un’immagine distorta e degradata del messaggio evangelico, ridotto a una prassi rigida che soffoca la libertà individuale e altera la genuinità dell’esperienza religiosa. Il punto di rottura nella storia documentata si consuma proprio sul terreno dell’autonomia di pensiero e della tutela della propria personalità. Di fronte al tentativo da parte dell’ambiente e dei suoi referenti di piegare il percorso di fede a una rigida conformazione ideologica, la voce narrante esprime un rifiuto netto e consapevole. La decisione di opporsi fermamente a ogni forma di condizionamento o di omologazione porta a un inevitabile logoramento dei rapporti con le autorità locali. Il rifiuto di conformarsi al volere di un gruppo chiuso si traduce, al termine dell’esperienza, nell’allontanamento definitivo dalle strutture formative della diocesi. Nel ripercorrere i motivi di questo strappo, la testimonianza sottolinea come ogni percorso spirituale autentico debba valorizzare l’unicità e la sensibilità del singolo individuo, anziché pretenderne l’annullamento in nome di una logica di gruppo o di un’obbedienza cieca. La pretesa di uniformare e “fotocopiare” le personalità per modellarle sugli schemi del Gregge rappresenta, secondo la denuncia consegnata alla redazione, la negazione stessa dell’accompagnamento ecclesiale cattolico. La vicenda solleva dunque interrogativi profondi sulla gestione della vita comunitaria e vocazionale all’interno della diocesi di Salerno e sulla reale capacità della gerarchia ecclesiastica di far rispettare i propri decreti contro la pervasività delle correnti interne. La storia di questa frattura non è soltanto una vicenda personale di sofferenza ed esclusione, ma costituisce uno spaccato emblematico delle tensioni istituzionali che attraversano la Chiesa contemporanea tra l’autorità formale dei vescovi e l’influenza sotterranea di gruppi devozionali radicati sul territorio. Sebbene i documenti di divieto siano pubblici e consultabili, le dinamiche quotidiane evidenziano una distanza sensibile tra le norme stabilite da Monsignor Bellandi e la pratica sul campo. Le parole giunte in redazione, espresse da chi ha scelto di denunciare nell’anonimato quanto accade nelle dinamiche diocesane, pongono l’attenzione sulla necessità di una verifica trasparente e incisiva circa la conformità dell’agire dei presbiteri alle direttive episcopali, a tutela dei fedeli e dell’intera comunità cristiana.








