Scafati. Fissata per il 10 luglio prossimo l’udienza in Cassazione su ricorso della Procura Generale contro la decisione della Corte d’Appello di Salerno di respingere l’istanza della pubblica accusa per gli imputati del processo sul presunto voto di scambio a Scafati, denominato Sarastra, perché presentata con il vecchio metodo (cartaceo) anziché come da normativa Cartabia (digitale). Proprio il non aver osservato le nuove disposizioni, a inizio marzo i giudici di secondo grado avevano ritenuto inammissibile e non recuperabile l’istanza della Dda dopo le assoluzioni del novembre 2024 a Nocera Inferiore. Per Eliseo Taddeo sostituto procuratore della Corte d’Appello di Salerno e il collega Rocco Alfano pm dell’Antimafia, invece, il ricorso deve essere accolto perché sarebbe stato fatto con l’unica modalità disponibile essendo l’altro criterio fuori uso per un malfunzionamento dello strumento che servirebbe per inoltrare appello in forma digitale. Decideranno, quindi, i giudici del Palazzaccio capitolino con udienza del 10 luglio, 21 giorni prima della “feriale”. I giudici dell’Appello nelle 23 pagine di motivazione avevano ritenuto di non doversi procedere dopo l’eccezione sollevata dal collegio difensivo per il quale l’appello sarebbe stato proposto con il vecchio metodo e non con le nuove normative, come stabilito da due sentenze della Corte di Cassazione allegate al ricorso da Costantino Cardiello difensore di Monica Paolino, ex consigliere regionale di Forza Italia e moglie di Pasquale Aliberti. Imputati sono Pasquale Aliberti, il fratello Nello Maurizio, Roberto Barchiesi, Giovanni Cozzolino e Ciro Petrucci. Nella valutazioni delle singole posizioni l’Antimafia aveva ritenuto come Pasquale Aliberti “sia il vero “dominus” di tutta l’operazione relativa al patto elettorale politico-mafioso concluso con il clan Loreto Ridosso, sia per le elezioni comunali del 2013, che per quelle regionali del 2015″. La Corte d’Appello nel ritenere inammissibile e non recuperabile il ricorso dell’Antimafia scrive che “dagli atti processuali non solo non è emersa con certezza l’esistenza di un avvenuto accordo (con scambio voti/appalti) fra il clan, nel 2013, ma ancor meno è emersa una concretezza probatoria, sotto forma di “contratto” e con modalità “mafiose”, un patto analogo nelle elezioni del 2015 sempre con Aliberti, senza sottolineare che tale accordo avrebbe dovuto anche coinvolgere, almeno formalmente, la candidata ed attuale imputata Monica Paolino”. E ancora, assolutamente carente è stato giudicato il quadro probatorio raccolto a carico della moglie di Aliberti: non solo non si è accertata una reale condotta attribuibile all’imputata, ma neppure un concreto indizio che supportasse la sussistenza di una consapevolezza nella predetta di un accordo intervenuto fra il clan ed il marito già nel 2013 e che tale accordo fosse stato perpetuato nel 2015 per favorire la sua candidatura”. L’ultima parola spetta alla Cassazione.





