C’è un vecchio adagio che descrive perfettamente l’attuale clima respirato tra le sacre mura della Curia salernitana: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. O, in questo caso specifico, quando i documenti rivelano una gestione a dir poco problematica personalistica e familiare, l’istituzione non si preoccupa del danno descritto, ma di chi ha osato aprire la finestra per far uscire la notizia. Nelle ultime settimane, i corridoi ecclesiastici si sono trasformati nel set di un thriller spionistico. Parola d’ordine: blindare. L’obiettivo primario non sembra essere quello di porre rimedio ai passi falsi, alle decisioni controproducenti o ai “guai” che rischiano di incrinare la credibilità della macchina diocesana, bensì quello di scovare l’infedele, la “talpa” che ha passato le carte alla stampa. La strategia della distrazione di massa Concentrare tutte le energie nell’identificare la fonte del leak risponde a una logica antica quanto il potere: spostare il focus. Il problema reale: Decisioni opache, gestione amministrativa discutibile e scollamento dalla realtà ecclesiale. Il problema percepito (e cavalcato): Il tradimento del segreto d’ufficio. In questo modo, il dibattito viene abilmente deviato. Non si parla più del merito delle questioni — che richiederebbe un’autocritica profonda e, probabilmente, qualche doloroso passo indietro — ma del metodo. La caccia all’uomo diventa così il perfetto paravento dietro cui nascondere le macerie di una gestione che fa acqua da più parti. “Si preferisce processare la spia piuttosto che correggere l’errore che la spia ha denunciato.” Un boomerang di credibilità Questo approccio, tuttavia, rischia di rivelarsi un clamoroso boomerang. La comunità dei fedeli e l’opinione pubblica, oggi più che mai, chiedono trasparenza. Arroccarsi nella difesa del segreto a tutti i costi, mostrando i muscoli solo contro chi parla, trasmette un messaggio di debolezza, non di forza. Se l’unica preoccupazione della Curia ed in modo particolare del don Gentile diventa quella di tappare i buchi da cui fuoriescono le notizie, il sospetto che i “guai” siano persino peggiori di come appaiono è destinato a diventare certezza. In conclusione Una leadership matura ed evangelica dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, ringraziando quasi — paradossalmente — chi mette in luce le storture, così da poterle correggere. Continuare a cercare le talpe ignorando il crollo delle fondamenta significa solo una cosa: condannarsi a rimanere sotto le macerie.








