Il lungo testo dell’ordinanza era stato condiviso già ieri sera nella chat con i ministri. Ma la convocazione del Cdm in un sabato mattina arriva inaspettata anche per i responsabili dei vari dicasteri. Il governo sceglie di affrontare subito il problema aperto ieri dalla decisione dell’Ufficio centrale della Corte di Cassazione di accogliere il nuovo quesito per la riforma del referendum sulla Giustizia nella versione proposta da quindici giuristi promotori della raccolta delle firme di 500mila cittadini. A palazzo Chigi, in una riunione che dura mezz’ora, ci sono in presenza Giorgia Meloni, il sottosegretario Alfredo Mantovano, i ministri Antonio Tajani, Francesco Lollobrigida, Andrea Abodi, Eugenia Roccella. In cinque si collegano dalla Prefettura di Milano (Piantedosi, Nordio, Santanché, Giuli e Casellati), ai quali si aggiungono, sempre da remoto, Tommaso Foti (da Piacenza), Luca Ciriani (da Pordenone), Adolfo Urso (da Bolzano). Ed è la presidente del Consiglio a prendere subito la parola per spiegare in che modo si intende procedere: ossia con una precisazione del quesito, come indicato dalla stessa ordinanza, senza però toccare la data della consultazione che resta, come già previsto, fissata per il 22 e 23 marzo. “Riteniamo non ci siano ragioni per uno slittamento, se ci dovessero essere ricorsi vedremo”, avrebbe tagliato corto Meloni. Dopo è Mantovano a entrare nel merito dell’ordinanza: spiega di essersi confrontato con gli uffici e che, appunto, è sufficiente correggere il testo del quesito, integrandolo con la specifica degli articoli della Costituzione interessati dalla riforma. La presidente del Consiglio sente anche telefonicamente il capo dello Stato, che poche ore dopo firma il dpr, mentre dal Quirinale si fa sapere che il presidente Sergio Mattarella ha considerato la strada scelta dal governo come “ineccepibile”, la “più corretta” giuridicamente. E, tuttavia, dal Colle arriva anche un invito a tutti a “rispettare la Cassazione e le sue decisioni”





