Palazzo Santoro, 6 anni dopo restano difformità: - Le Cronache Ultimora
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Palazzo Santoro, 6 anni dopo restano difformità:

Palazzo Santoro, 6 anni dopo restano   difformità:

A distanza di quasi sei anni, Palazzo Santoro torna al centro dell’attenzione per una vicenda che riguarda la tutela del patrimonio architettonico di Salerno e gli interventi di restauro e recupero delle facciate dello storico edificio. Due comunicazioni della Soprintendenza, datate rispettivamente 7 ottobre 2020 e 27 luglio 2026, restituiscono un quadro che merita di essere approfondito, soprattutto alla luce delle difformità che, secondo il più recente provvedimento, risultano ancora da eliminare. Il confronto tra i due documenti solleva interrogativi sulla concreta attuazione degli interventi previsti dal progetto di restauro presentato dall’architetto Carmine Spirito, dello studio associato Asnova, e autorizzato nel 2020 dall’allora soprintendente Francesca Casule. Per comprendere i termini della vicenda occorre partire proprio dal provvedimento del 7 ottobre 2020, protocollo numero 18079, con il quale la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino esprimeva parere favorevole, con prescrizioni, ai lavori di restauro e manutenzione straordinaria dei prospetti esterni di Palazzo Santoro. Un’autorizzazione rilasciata dopo l’esame della documentazione progettuale e delle successive integrazioni, comprese quelle relative alla parte alta dell’edificio, trasmesse nel febbraio dello stesso anno. Nella comunicazione, Casule evidenziava come la documentazione integrativa fosse dettagliata ed esaustiva, ritenendola sufficiente a chiarire i dubbi residui sugli interventi proposti. Ma è soprattutto un altro passaggio a risultare significativo alla luce degli sviluppi successivi. Nel provvedimento si legge infatti che il progetto presentato prevedeva già «la rimozione delle opere realizzate senza titolo» e il ripristino o la ricollocazione degli elementi decorativi mancanti. Una circostanza che, secondo la valutazione espressa allora dalla Soprintendenza, rendeva inapplicabile l’irrogazione delle sanzioni previste dall’articolo 160 del decreto legislativo 42 del 2004, il Codice dei beni culturali e del paesaggio. In sostanza, il parere favorevole del 2020 si fondava anche sulla previsione progettuale di eliminare le opere non autorizzate e recuperare gli elementi architettonici alterati o mancanti. Il quadro descritto nella comunicazione del 27 luglio 2026, attribuita all’attuale soprintendente Onesti, presenta tuttavia elementi differenti. Il nuovo procedimento riguarda infatti un intervento di recupero filologico, manutenzione straordinaria e restauro dei prospetti esterni, con una prima fase espressamente dedicata all’eliminazione delle incongruenze e delle difformità, richiamando anche l’ordinanza comunale numero 31 del 2010. Nell’oggetto della nota compare inoltre l’avvio del procedimento relativo all’irrogazione delle sanzioni ai sensi dell’articolo 160, comma 1, del Codice dei beni culturali. È proprio questo il passaggio che segna una differenza significativa rispetto alla valutazione del 2020: allora il progetto veniva considerato idoneo a prevedere la rimozione delle opere prive di titolo, mentre nel 2026 la questione delle difformità e delle possibili conseguenze sanzionatorie torna formalmente all’attenzione della Soprintendenza. Nel documento più recente vengono individuati otto gruppi di interventi necessari per il recupero dell’edificio. Il primo riguarda l’eliminazione delle modifiche abusive apportate alle quattro facciate dell’altana. Seguono la rimozione dei camminamenti sopraelevati realizzati alle spalle dei parapetti delle otto terrazze del sesto piano e il ripristino dell’originaria conformazione delle balaustre perimetrali. Ulteriori interventi interessano le aperture del settimo piano, con particolare riferimento all’appartamento interno 14 della scala B, dove vengono segnalate modifiche alle finestre affacciate sul Lungomare Trieste, su Corso Garibaldi e sul lato interno dell’edificio. La comunicazione richiama inoltre la necessità di intervenire sulla conformazione degli otto angoli di cornicione del settimo piano, con quattro balconcini d’angolo completamente mancanti e altri quattro da ricostruire parzialmente. Tra le difformità indicate figurano anche modifiche alla falda del tetto dell’appartamento al settimo piano della scala B, la riapertura di infissi e balconi ai piani superiori, l’abbassamento di un muro divisorio sui terrazzi e la rimozione delle pensiline aggettanti poste a protezione delle vetrine dei locali commerciali della ditta Alpier. Un elenco articolato che riguarda elementi architettonici e decorativi delle facciate, alcuni dei quali direttamente collegati alla conformazione originaria dell’immobile. Ma come si conciliano queste prescrizioni con il progetto autorizzato sei anni prima? È questo l’interrogativo centrale che emerge dal confronto tra i due provvedimenti. Se nel 2020 la Soprintendenza riteneva che il progetto presentato prevedesse già la rimozione delle opere realizzate senza titolo, occorre comprendere perché, nel 2026, risulti ancora necessario richiedere interventi finalizzati all’eliminazione delle difformità. Le possibili spiegazioni sono diverse e richiedono una verifica degli atti. Gli interventi potrebbero non essere stati eseguiti, essere stati realizzati soltanto parzialmente oppure il nuovo procedimento potrebbe riguardare opere non adeguatamente ricomprese nelle precedenti previsioni progettuali. Non è possibile, sulla base delle sole comunicazioni esaminate, stabilire quale di queste ipotesi corrisponda alla situazione effettiva. Resta tuttavia una differenza sostanziale tra i due passaggi amministrativi. Nel 2020 la valutazione favorevole faceva riferimento a un progetto ritenuto completo sotto il profilo degli interventi di ripristino. Nel 2026 viene invece evidenziata la necessità di procedere all’eliminazione di numerose incongruenze e difformità ancora presenti sull’edificio. Un ulteriore elemento riguarda proprio l’articolo 160 del Codice dei beni culturali. Nella nota del 2020 l’allora soprintendente Casule considerava inapplicabile l’irrogazione delle sanzioni in ragione degli interventi previsti dal progetto. La comunicazione del luglio 2026, invece, reca nell’oggetto l’avvio del procedimento relativo alle sanzioni previste dalla medesima disposizione normativa. Due valutazioni che, pur riferendosi a fasi amministrative differenti, rendono necessario chiarire cosa sia accaduto nel periodo intercorso tra i due provvedimenti. L’avvio del procedimento sanzionatorio, naturalmente, non equivale all’accertamento definitivo di responsabilità, così come l’autorizzazione rilasciata nel 2020 non costituisce di per sé la prova dell’effettiva esecuzione di tutte le opere previste. Il punto, dunque, non è soltanto stabilire se le due comunicazioni siano in contrasto, ma verificare se il progetto approvato sia stato concretamente attuato e se gli interventi oggi richiesti coincidano con quelli già previsti sei anni fa. Una verifica che potrebbe essere effettuata attraverso l’esame degli elaborati progettuali, delle eventuali varianti, delle comunicazioni di inizio e fine lavori, delle relazioni tecniche e degli accertamenti compiuti nel corso degli anni. La vicenda assume particolare rilevanza anche per il valore architettonico di Palazzo Santoro e per la necessità di garantire la conservazione degli elementi che ne caratterizzano l’identità storica. Il nuovo provvedimento della Soprintendenza riporta così al centro del dibattito non soltanto le condizioni delle facciate, ma anche l’efficacia del percorso amministrativo seguito per il loro recupero. A distanza di sei anni dal parere favorevole, la presenza delle difformità segnalate nella comunicazione del luglio 2026 impone infatti una domanda: perché gli interventi di ripristino, già contemplati nel precedente progetto secondo quanto attestato dalla stessa Soprintendenza, risultano ancora necessari? Una questione sulla quale sarebbe opportuno acquisire chiarimenti dai soggetti interessati, a partire dalla Soprintendenza, dal Comune di Salerno e dai responsabili del progetto. Perché il recupero di Palazzo Santoro non riguarda soltanto la manutenzione di un edificio, ma anche la tutela di un patrimonio architettonico cittadino e la trasparenza delle procedure attraverso le quali viene garantita la sua conservazione. e.n.