Michelangelo Russo
Il dibattito organizzato dalla Camera Penale a Salerno il 3 aprile scorso è stato utilissimo, e vale la pena tornarci su. Buoni tutti gli interventi. Ma, al di là delle comprensibili diversità di opinioni, una sintesi critica va fatta. In pillole, è apparso che tutta la questione sulla Riforma della Giustizia vada ricondotta soprattutto alla tenacia con cui il Ministro Nordio porta avanti una battaglia soprattutto personale. Ottimo oratore, Nordio ha detto subito che è inelegante citare sé stesso in un dibattito. Ma lo ha fatto ugualmente citando il suo libro del 1997 che invocava fin da quella data la Separazione delle Carriere. Ragione per cui, come lui stesso ha rimarcato, fu portato dinanzi al collegio dei Probiviri dell’Associazione Magistrati per rispondere all’eversività delle sue idee affidate addirittura ad un libro. Li mandai a quel paese, ha detto Nordio, senza aggiungere altro. Peccato, perché ha dimenticato di aggiungere che i Probiviri lo avevano convocato proprio per la questione centrale della Separazione delle Carriere, punto centrale del Programma di riforme costituzionali di quell’eminente “costituzionalista” a nome Licio Gelli, capo della Loggia Massonica P2. Che progettava un colpo di Stato per trasformare la Repubblica in un regime totalitario governato da un’accozzaglia di Generali e di imprenditori avventurieri, sul modello argentino del Generale Videla. Erano gli anni, quelli del libro di Nordio, appena successivi alla condanna definitiva di Gelli a 10 anni di carcere per depistaggio delle indagini sulla strage della stazione di Bologna. Gelli ancora oggi, indicato dalla sentenza della Corte d’Assise di Appello di Bologna, come finanziatore di quella strage, che causò quasi 100 morti. Insomma, un ideologo dalle idee criminali. Come potevano, i Probiviri dell’ANM non chiamare Nordio, lui magistrato che aveva giurato fedeltà alla Costituzione Repubblicana, a dare giustificazione di quelle idee? Nordio, a Salerno, ha sorvolato sull’episodio ribadendo che mandò a quel paese l’ANM. Adesso, sempre a Salerno, ha rivendicato l’originalità di quella sua visionaria concezione della Magistratura, non nascondendo la soddisfazione di poterla vedere realizzata dopo 28 anni di sofferente attesa. E che sia una sua personale battaglia è emerso dalla chiusura totale al dialogo, pur invocato dall’Associazione Magistrati, per bocca della Presidente Albarano, del Procuratore Generale Rosa Volpe e del Procuratore Giuseppe Borrelli. No! Chiusura totale. La Riforma si farà così com’è! Al massimo, si potrà aprire un dialogo sulle norme regolamentari di attuazione. Ma la proprietà del Palazzo è nostra, e voi magistrati siete solo gli inquilini in fitto che potrete parlare, sì, ma come tali, poco potrete incidere sull’approvazione del regolamento condominiale (e solo quello). Un panorama raggelante, nella storia della Repubblica. Nel parterre schierato dall’avvocato Michele Sarno, il più moderato della corrente politica è apparso l’Onorevole Cirielli. Non ha martellato sulla riforma con enfasi. Ha ricordato di avere un fratello magistrato e un testimone di nozze magistrato a sua volta. Ha ripetuto con insistenza di essere stato Capitano dei Carabinieri. Insomma, il sangue non è acqua. Ha fatto un discorso politico più sui problemi dell’amministrazione della giustizia sul territorio, argomento condivisibile, che sulle barriere, con una difesa di ufficio della Riforma. Abbiamo già scritto che il problema del governo di destra è stato la scelta di Nordio come Ministro della Giustizia. Non per sua incapacità professionale, sia chiaro, ma perché Nordio, obiettivamente, in veste di politico, ha un chiaro problema di conflitto di interessi con la Magistratura che un responsabile diverso a via Arenula, a Roma, non avrebbe forse presentato. Nordio ha commesso una leggerezza nell’evocare a Salerno il suo vecchio astio verso l’Associazione Magistrati per problemi editoriali. Ha fatto sorgere il sospetto che alla base della chiusura totale al dialogo ci sia un fatto personale di rivalsa delle sue idee. E a un politico vero questo non si addice. Ma lui, visibilmente, non lo è! E la storia dello sventurato Palamara è solo la foglia di fico per nascondere l’ombra di Licio Gelli. E la confessione, poi ritrattata, fatta dal suo Sottosegretario Delmastro al Foglio nei giorni scorsi, che questa Riforma sulla Giustizia non serve a niente!





