Mumble Rumble, la musica si ferma per far spazio alla politica - Le Cronache Attualità
Attualità Salerno

Mumble Rumble, la musica si ferma per far spazio alla politica

Mumble Rumble, la musica si ferma per far spazio alla politica

di Erika Noschese

Nella complessa geografia politica di Salerno, dove il confine tra associazionismo culturale e militanza attiva appare spesso sfumato, esplode il caso del Mumble Rumble. Lo storico circolo Arci, da quarant’anni punto di riferimento per la scena musicale e creativa cittadina, si trova oggi al centro di una bufera che investe i temi della democrazia interna, dell’uso dei finanziamenti pubblici e della libertà di espressione politica. Tutto ha inizio con l’ufficializzazione della candidatura al Consiglio Comunale di Aniello De Luca, noto come Nello, attuale presidente del sodalizio. Schierato nella lista “Salerno per i Giovani” a sostegno del candidato sindaco Vincenzo De Luca, il presidente ha presentato la sua corsa alle urne non come un’iniziativa personale, ma come una vera e propria sfida collettiva. Attraverso i manifesti elettorali, il messaggio è inequivocabile: il Mumble Rumble si candida in blocco, ponendo il proprio volto e la propria storia a disposizione di una specifica area politica. Una scelta che ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura stessa dell’associazione, nata come spazio inclusivo e ora, di fatto, trasformata in un terminale elettorale. L’ambiguità di questa “candidatura di comunità” emerge con forza se si considera il ruolo che il circolo riveste nel tessuto sociale salernitano. Beneficiario di fondi comunali, il Mumble Rumble ha costruito la propria credibilità su decenni di attività culturale dal basso. Tuttavia, la pretesa di rappresentare l’intera base associativa sotto un unico vessillo politico ha generato frizioni insanabili. Un’associazione, per sua natura, ospita sensibilità differenti e soci dalle opinioni divergenti; l’appiattimento di un’intera realtà storica sulle posizioni della coalizione deluchiana è apparso a molti come una prevaricazione nei confronti di chi, pur frequentando e sostenendo il circolo, non si riconosce in quella proposta amministrativa. La tensione è degenerata in aperta polemica quando è emersa la notizia del rifiuto di ospitare un evento elettorale organizzato da una socia del circolo, candidata però con uno schieramento opposto a quello del presidente. Nonostante il pagamento regolare della quota associativa e il legame storico con la struttura, lo spazio è stato negato. La motivazione, secondo le indiscrezioni e le segnalazioni raccolte, risiederebbe proprio nella volontà di non dare visibilità alla “concorrenza” politica. Questo diniego ha squarciato il velo sulla retorica dell’inclusione sbandierata sui manifesti elettorali. Se la cultura è davvero inclusione, come recita lo slogan del candidato De Luca, appare paradossale che le porte di uno spazio pubblico, o comunque sostenuto dal denaro dei contribuenti, vengano sbarrate a chi non giura fedeltà al sistema di potere vigente. Il timore di perdere i finanziamenti comunali o di incrinare i rapporti con l’amministrazione sembra aver prevalso sulla missione originaria del circolo. Si profila così un corto circuito democratico: un luogo di cultura che dovrebbe essere neutrale o quantomeno plurale diventa un fortino blindato, dove il dissenso non è ammesso e la partecipazione è condizionata dall’appartenenza politica. In questo scenario, la gestione dello spazio associativo assume i contorni di una gestione privatistica del consenso, alimentando il sospetto che l’attività culturale sia diventata uno strumento per blindare posizioni di potere piuttosto che un volano di crescita per l’intera città. Questa vicenda solleva un tema che va oltre la singola competizione elettorale: il rischio che la dipendenza economica dal settore pubblico soffochi l’autonomia dell’associazionismo. Quando un circolo Arci si identifica totalmente con un candidato, perde la sua funzione di stimolo critico per trasformarsi in un ingranaggio della macchina del consenso. La speranza di molti osservatori e degli stessi soci scontenti è che arrivi un segnale di discontinuità, un richiamo al rispetto di quelle regole non scritte che vorrebbero la cultura libera da vincoli di clientela e aperta al confronto, specialmente quando si dichiara di voler costruire una “nuova identità culturale” per Salerno. Per ora, resta l’amarezza di vedere una storia gloriosa segnata da una gestione che sembra aver dimenticato il significato profondo della parola partecipazione.