L’Italia cresce poco invecchia molto e si scarica sulle famiglie - Le Cronache Attualità
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L’Italia cresce poco invecchia molto e si scarica sulle famiglie

L’Italia cresce poco invecchia molto  e si scarica sulle famiglie

di Ernesto Pappalardo

Per cercare di capire con la forza dei numeri, che cosa sta realmente succedendo in Italia, torna, come sempre utile, provare a leggere con attenzione “Il Rapporto annuale 2026 dell’Istat” che mette nero su bianco “una delle radiografie più complete dello stato del Paese”. Quest’anno “fotografa un’Italia che cresce poco, invecchia molto e continua a scaricare sulle famiglie – e soprattutto sulle donne – il peso della cura e della tenuta sociale”. Si resta, questa è la sensazione che permane, più o meno fermi, “rispetto a quasi vent’anni fa, la povertà assoluta non rientra, il potere d’acquisto fatica a recuperare l’inflazione e la mobilità sociale si è inceppata”. Se andiamo a verificare, “in quasi vent’anni l’economia italiana è rimasta quasi immobile”. Ma. nello stesso tempo, Francia, Germania e Spagna hanno registrato crescite vicine o superiori al 20%. Il dato fa emergere “una lunga stagnazione che ha rallentato salari, investimenti e produttività. Le retribuzioni contrattuali nel 2025 hanno portato, per il secondo anno, a un recupero in termini reali ma rimane una perdita di potere d’acquisto dell’8,6% dal 2019”. Cambia la “quota di lavoro familiare svolta dalle donne all’interno della coppia”. L’aumento dell’occupazione femminile non cambia, però, “la distribuzione del lavoro domestico resta quasi immutata da dieci anni”. E al Sud il peso sale fino al 76%. “L’Italia continua così ad avere uno dei tassi di occupazione femminile più bassi d’Europa: 53,8%”. Un altro numero importante: la povertà assoluta e il welfare che non è sufficiente. In pratica è “la percentuale di persone che fornisce aiuti informali a familiari o conoscenti, in crescita dal 26,5%. In pratica: “sempre più welfare è assorbito dalle reti familiari”. E il sistema si regge “grazie al lavoro gratuito di cura, soprattutto femminile, mentre aumentano anziani soli, famiglie monogenitoriali e bisogni assistenziali”. La povertà assoluta “è raddoppiata nel 2012 e non è mai tornata ai livelli precedenti ed è aumentata ulteriormente nel 2020 e nel 2022. Anche nel ceto medio, il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà”. Il 27,1% è la quota di trentenni della generazione nata tra il 1980 e il 1994 “che oggi occupa una posizione sociale più bassa rispetto a quella del padre alla stessa età”. Quelli che migliorano la condizione familiare “sono il 25,1%”. Per la prima volta “il rischio di retrocedere supera la possibilità di avanzare. È uno dei segnali più forti del blocco della mobilità sociale italiana”. E, poi, c’è un altro numero su cui riflettere, il 67,8%: natalità e inverno demografico. La quota di giovani under 34 entrati nel mercato del lavoro con un contratto a termine tra il 2024 e il 2025. “Solo il 26,6% ha ottenuto subito un impiego stabile. Il risultato è una generazione più istruita dei genitori ma più fragile economicamente”. Spiega l’Istat che “ il calo della natalità ha molto più a che fare con precarietà e incertezza che con la mancanza di desiderio di avere figli”. In Italia con la natalità ai minimi storici, 6,6 milioni di persone “dichiarano di avere rinunciato ad avere bambini che desiderano”. L’Istat “segnala come tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l’intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%)”.