Letteratura con la kefiah - Le Cronache Attualità
Attualità Salerno

Letteratura con la kefiah

Letteratura con la kefiah

di Peppe Rinaldi

 

Caro direttore,

da temerario qual sei sempre stato, sfidi ancora una volta la mia accidia chiedendomi di partecipare alla discussione nata dopo la presenza/assenza dello scrittore De Luca a “Salerno Letteratura” (di seguito SL). Come spesso accade, sei tu a vincere la sfida, pur sapendo cosa dovrai sorbirti. E quanto a lungo.

Allora. A Salerno c’è un caso De Luca, nel senso di Erri, scrittore e altro. E c’è un caso De Luca, nel senso di Vincenzo, sindaco e (molto) altro. I due casi non si intrecciano, se non per le ovvie implicazioni cittadine, ma, semplicemente, si spiegano allo stesso modo perché sintomi della stessa malattia, come tenterò di dire.

Abituati a soggettivizzare tutto, perdiamo spesso di vista il cuore di un problema, il suo oggetto, nel nostro caso ciò che precede il pur significativo dibattito sui diritti, forse negati, forse conculcati allo scrittore dopo l’intervista a Israel HaYom, tradotta per l’Italia da Giulio Meotti, pubblicata da Il Foglio Internazionale del lunedì e con evidente successo: cioè, i promotori del festival perché gli hanno chiesto di rinunciare alla prolusione? Cosa c’è alla radice di una decisione tanto significativa? Il confronto accesosi sul suo diritto a parlare, sul dissenso, sugli spazi di libertà, peraltro neppure rivendicati dall’interessato, ha sofisticato la discussione costringendoci lontani dal punto di fondo, eludendolo. Ora, al netto del comprensibile funambolismo riparatorio dei vari responsabili, Erri De Luca potrebbe essere stato offerto in sacrificio o perché SL non è d’accordo con ciò che egli ha detto nell’intervista, oppure perché intimorita dalle conseguenze della sua presenza, a maggior ragione se ne incarni l’anima con la pompa della prolusione/introduzione. Ma quali conseguenze e, soprattutto, perché dovrebbero esserci conseguenze? Che cosa ha detto, in sostanza?

 

La coerenza di “Salerno Letteratura”

 

De Luca al quotidiano israeliano ha detto che a Gaza non c’è e non c’è stato nessun genocidio e che gli ebrei hanno diritto ad avere una loro patria: roba che a ogni mente sana apparirebbe sana. Poi ha detto di essere, di sentirsi sionista, che quella non è mai stata una parolaccia, anzi, aggiungendo, tra molte altre cose, di inchinarsi dinanzi all’autorevolezza millenaria della cultura ebraica: ma qui saremmo già sul confine delle opinioni, del gusto personale; invece, che a Gaza non ci sia nessun genocidio e che gli ebrei debbano avere un loro stato e una loro patria come tutti – che, peraltro, già hanno, et pour causegià non è più un’ottica soggettiva ma sono entrambi elementi della realtà attuali e concreti, rinforzati da un dato di valore (assiologico, direbbero gli eruditi) universalmente acquisito dopo incalcolabili anni di tragedie estreme. SL, evidentemente e legittimamente, non è d’accordo con lo scrittore e pensa ciò che pensa larga parte delle élite occidentali così dette progressiste (coadiuvate in questo da pezzi di clero poco cattolico e molto «marcionista») con il loro enorme peso sulla società in termini di condizionamento corrosivo delle fondamenta: e cioè, che il sionismo equivalga al nazismo o che, quando va bene, equivalga al colonialismo; e pensa, inoltre, che a Gaza ci sia stato o, addirittura, sia tuttora in corso il genocidio di una popolazione oppressa. Un ge-no-ci-dio, capisci direttore? Quindi, migliaia di morti, decine di migliaia, centinaia di migliaia, milioni di morti, uccisi in modo «sproporzionato», secondo alcuni anche per sfizio, per «rubare la terra», individui soggiogati, torturati, in un mulinello perverso di notizie capovolte che si mettono dritte per effetto non delle immagini ma di un pensiero malato. Bambini, soprattutto bambini, miriadi di bambini arabi (50mila, 70mila, 350mila, mezzo milione, un miliardo, va bene qualsiasi numero) uccisi per il gusto di ucciderli. E le Idf – ruttano in molti tutt’oggi – sparano loro direttamente in testa, disintegrano le ambulanze di soccorso con le granate, violentano le donne dei poveri villaggi. Hai capito, caro direttore, cosa c’è e neanche tanto in filigrana che, piano piano, lento lento, ti fa arrivare alle ischemie di casi come il nostro? A me pare ci sia il sottosopra della realtà, il rovesciamento della verità oggettiva – esiste una «verità oggettiva», sembra strano ma è così – , come accade quando ci si convince che il sole sorga di notte e la neve sia nera, non sarebbe la prima volta. Intanto, però, questa cosa ha avuto un enorme successo, anche tra molti insospettabili, in fondo perché si parla di ebrei, ai quali per secoli non s’è perdonato di non avere una patria e da 80 anni circa non si perdona di averne una, figuriamoci poi se la difendono con i denti come, del resto, sono obbligati a fare: hai mai sentito, caro direttore, qualcuno della schiatta del tipo di SL disperarsi per il Mali, la Siria, l’Armenia, il Sud-Sudan, la Nigeria e tanti altri? SL è coerente con questo impianto, con questa mentalità, con quest’imbarazzante cacofonia per accumulo sulle note di Free Palestine al ritmo di Bella ciao, un ossimoro plateale e sfacciato. Non è non aver fatto parlare Erri De Luca il problema, il problema semmai è SL che, a quanto abbiamo potuto capire, rappresenta una delle tante rassegne letterarie che si svolgono in giro per l’Italia, con discreti risultati numerici a fronte di copiosi fondi pubblici e privati. Che questo, poi, possa implicare un po’ di marchette, qualche passerella istituzionale o altro non scandalizza né appassiona, godere di una spinta pubblica che diventa in qualche caso gestione casalinga è, in fondo, l’aspetto residuale di un problema molto più serio.

 

Utili idioti

 

SL aveva tutto il diritto di fare, disfare, decidere chi debba parlare e chi no. SL ha scelto da che parte stare, inserendosi in quella lunga scia di iniziative culturali (e mediatiche e politiche e di costume) caratterizzate dall’insopprimibile esigenza di “restare umani” e di dichiararlo a scanso di equivoci, come succede con i soliti attori/artisti che ritirano i soliti premi nei soliti festival con le solite contrizioni legnose per i mali generati dall’uomo bianco, specie se ebreo: che, tradotto, significa dar credito, incrementare e moltiplicare all’infinito la più grande e riuscita menzogna della storia moderna, il genocidio di Gaza. Provare a spiegare, chiarire, chiedere di fermarsi a pensare, è  inutile: manco Erri De Luca ci è riuscito, eppure è della ditta, ha scritto sempre per Feltrinelli, ha fatto l’operaio e pure il teorico di una misterica autonomia avanguardistica o roba simile, ha giustificato la violenza degli anni 70 e scrive libri con titoli che sembrano post-it appiccicati sul frigorifero (cit.), “Aceto, arcobaleno”, “Tu, mio”, e altri. A parte la evidente sceneggiata del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia, le cui questioni preliminari si chiuderanno, forse, alla fine del 2029, non c’è alcun elemento serio, vero, concreto, tecnico, giuridico, sostanziale che possa essere invocato che autorizzi a parlare di genocidio, cioè di deliberata, pianificata e realizzata volontà di sterminare un’etnia in quanto tale, a parte quella ebraica (e cristiana) come i fatti della storia – non le allucinazioni di questi tempi – dimostrano da infiniti anni prima del 7 ottobre 2023.

Il sionismo vituperato da ignari ragazzini con piercing e capelli viola infoiati da adulti sepolti da decenni di cattivi maestri e pessime letture, non c’entra nulla con Gaza, non c’entra nulla con nulla, è un’autentica scemenza, eppure l’idea che se ne ricava a furia di abusare delle parole, grazie anche ai tanti SL sparpagliati in giro, segna il destino di intere società per l’incoraggiamento che ogni utile idiota, in genere, regala in questi casi. Questo si chiama, purtroppo, in un solo modo: antisemitismo, cioè l’idea presupposta e definitiva di una menzogna (il genocidio per mano ebraica) che si fa verità assoluta per masse rabbiose e ceti dirigenti e intellettuali rimbambiti o codini. E’ sempre avvenuto così nei secoli, anche in belle menti e grandi cervelli, come sa chiunque abbia aperto un libro di storia, almeno uno di quelli depurati dalle sincopi liberal impastate del cascame marxista stratificato nelle nostre scuole e università, in quelle woke degli Usa o in ciò che un tempo chiamavamo Gran Bretagna (vai a vedere, caro direttore, come sono ridotte Inghilterra, Scozia e Irlanda, a tacer del resto d’Europa e come si sta avviando a diventare l’Italia dopo anni di catechismo «multiculturale» tradottisi in politiche, leggi, regolamenti, delibere, fondi, etc). Strano che non abbiano invitato anche Francesca Albanese, una specie di Stella Kubler-Goldschlag dell’era digitale, il peggio che l’Italia abbia mai esportato. SL è questo, è un pezzo di quel mondo, un pezzo a suo modo istruito ma pur sempre una tessera di questo mosaico macabro che di tanto in tanto si affaccia sul cortile della Storia. Come oggi, dove l’unico genocidio è quello della ragione. SL l’ha dimostrato con il riflesso condizionato dello scandalo per le parole sensate e civili di un Erri De Luca che, tra l’altro, si conferma degno esponente di quel milieu culturale avendo fatto una mezza retro-marcia appena la parrocchia è entrata in tumulto. SL non ha compiuto, dunque, nulla di anomalo, è tutto in linea con ciò che succede in metà Occidente dall’8 ottobre 2023, appena 24 ore dopo il gigantesco pogrom in cui migliaia di così detti palestinesi (a valle di decenni di analoghi tentativi) oltrepassarono i confini di uno stato legittimo, sovrano e democratico dandosi alla pazza gioia squagliando con gli Rpg da 2mila gradi persone inermi, decapitandole con zappe e roncole dinanzi ai familiari, facendo il tiro al piccione su centinaia di giovani indifesi mentre ballavano a una festa nel deserto, rapendo, torturando, stuprando qualunque ebreo capitasse nelle loro mani: e vantandosene pure, caro direttore, roba che neppure i nazisti ebbero lo stomaco di fare. Fu un «Olocausto bonsai» quel giorno, 24 ore di mattanza biblica, l’assaggio di ciò che succederebbe se non ci si potesse difendere (quasi) a ogni costo, da nord, da sud, da sotto, da sopra, ovunque. E, quello stesso giorno, caro direttore, avvenne tutto con il conforto e l’apprezzamento di almeno metà della popolazione «genocidata». Ci sono migliaia di ore girate con le Go-Pro nei kibbutz durante la macelleria palestinese, ma le uniche che contano sono quelle costruite e organizzate da Al Jazeera, ingoiate come miele divino dai nostri media. L’antisemitismo è così, fatto di tanta gente che non torcerebbe un capello a nessuno, come di certo quelli di SL, e che oggi trova la formula giusta per far combaciare tutto: ad esempio, ospitare qualche ashamed jews, cioè quegli ebrei che secondo Harold Jacobson hanno interiorizzato l’antisemitismo vergognandosi della propria identità e/o dei propri governi (da noi sono i Lerner, gli Ovadia), come avverrà, ad esempio, con la pur strutturata Anna Foa, ospite del festival, teorica del “suicidio di Israele” quasi non fosse, invece, il suo “omicidio” a precederlo come problema vero. Che SL abbia questo timbro appare, dunque, evidente (se no, perché questa caciara?) ed è lecito immaginare che la sola idea possa dare l’orticaria: spiace, ma il razzismo antiebraico è fatto così, è sottile, compunto, stentoreo, trova mille modi per alleggerirsi una coscienza incerta con ridicoli distinguo, oggi è Netanyahu, ieri era Sharon e prima ancora Begin e poi chissà chi. Come se cambiare un governo (altrui) fosse la soluzione, appare ovvio che non sappiano bene di cosa parlano. Risultato della canea? Grazie alle tante SL in giro per il mondo, siamo di nuovo precipitati nelle pozzanghere più fetide: ancora una volta, cioè, gli ebrei non sono al sicuro, tornano a scappare a decine di migliaia dall’Europa, non possono uscire da casa, vengono picchiati, quando non uccisi, gli si impedisce di parlare, muoversi, si incendiano le sinagoghe (un giorno parleremo del turno delle chiese e dei cristiani se SL ce ne darà il destro), devono vivere in incognito, insomma un’indecenza che riesce difficile perfino di scrivere. Ma il problema, direttore, dicono sia la «islamofobia». Christopher Hitchens la definì parola creata dai fascisti e usata dai codardi per manipolare i cretini”. Perfetta.

 

La “poesia” palestinese e gli intellettuali parlanti

 

Ecco, non sarà certo il caso di SL ma qualche sospetto ci viene quando scorriamo l’elenco dei partecipanti, dove pure alligna qualche ottima penna, c’è perfino qualche amico oltre a molti altri giornalisti e scrittori di varia gloria. Ad esempio: hai notato, caro direttore, la presenza di Yassine  Adnan, una sorta di Tomaso Montanari versione Marrakesh? Adnan è l’autore marocchino che ha valorizzato nel mondo il «poeta» palestinese innamorato di Shakespeare, Refaat Alareer, un ex docente universitario di Gaza (dove se non sei di Hamas puoi essere solo della Jihad islamica) con eccellente curriculum scientifico, che del massacro del 7 ottobre disse candidamente “…è stato legittimo e morale, è esattamente la rivolta del ghetto di Varsavia. Questa è la rivolta del ghetto di Gaza contro 100 anni di colonialismo e occupazione europea e sionista”. Capito? Il «poeta» amato da uno dei front-man di SL dice che il 7 ottobre è stato come la rivolta del ghetto di Varsavia, non sembra vero ma è così. A SL piace questa roba qui, forse se ne compiace, va da sé che De Luca non possa rappresentarne lo spirito, se ciò che ha detto l’ha condannato, allora tutto torna. Insomma, se non abbiamo capito male, SL non promuove libri ma «milita», non fa cultura ma «resistenza», e per questo viene pure ben pagata. Lo ribadiscono i tanti sostenitori che hanno sposato la linea di questa 14esima edizione. Vuoi qualche esempio, direttore? Ho passato in rassegna alcune dichiarazioni, limitandomi alle testate giornalistiche e sorvolando sulle discariche social, dove non c’è bisogno che ti spieghi cosa succeda. Ho letto di un’ispano-americanista, Rosa Maria Grillo, che dice: “…un fenomeno per il quale mancavano le parole, genocidio, ritorna prepotente a imporci riflessione e giudizio”. E’ scontato per la studiosa che ci sia stato il genocidio, lei non ha dubbi, lei lo sa, solo che – dice – il fatto “ci impone riflessioni”. Riflettere su ciò che non esiste può generare mostri ma a molti riesce bene. Poi ho letto di uno psichiatra, Giulio Corrivetti, che mi pare presieda un ente organico all’assetto politico-istituzionale della città, che dice che “…(Erri De Luca) avrebbe contaminato il percorso del festival”. Lo avrebbe “contaminato”, capisci caro direttore? Uno scrittore, Diego De Silva, con la comodità che allieta in genere chi non sa cosa dice, affonda la lama dando del pavido a De Luca: “Sarebbe stato meglio fosse venuto per confrontarsi col pubblico”. Sabrina Prisco, ostessa e scrittrice, ci rende partecipi dei propri tumulti interiori: “De Luca ha scritto pagine meravigliose che hanno inciso nel mio sentire. Certo, è libero di dire la sua ma i suoi tecnicismi lessicali li trovo offensivi al cospetto di un orrore senza fine”. La signora, dunque, nel suo imperdibile «sentire» ha trovato «offensivo» sostenere che gli ebrei hanno diritto a una patria e che a Gaza non c’è stato e non c’è alcun genocidio. Paolo Apolito, antropologo con consolidata inclinazione alle dichiarazioni pubbliche, pure non ha dubbi: “ …non era in gioco una questione puramente ideale. C’è una strage in atto”. Almeno non ha detto genocidio. Dalle pieghe del marxismo universitario viene, in genere, fuori il meglio al cospetto di problemi come il nostro. Come accadde a UniSa solo poche settimane dopo la festante carneficina del 7 ottobre, quando un comitato di professori e professorini vari si costituì per il boicottaggio di Israele e altre amenità alla Greta Thundberg. Alfonso Amendola, ad esempio, dopo aver trascinato Alfonso Gatto nei tunnel di Gaza in cui si lasciavano morire di fame e stenti incolpevoli ebrei, dice di “condividere la scelta di SL, che è di coscienza netta e profondamente umana”. Coscienza “netta”, soprattutto “profondamente umana»” è stato questo opporsi agli sbagli del compagno Erri.

 

Le propedeutiche «imbecillità» dell’altro De Luca

 

Potrei continuare all’infinito, caro Tommaso, ma è già tanto se tra i nostri cinque lettori ne sarà arrivato indenne uno sin qui. Prima di salutarti, però, vorrei parlarti dell’altro De Luca, il sindaco ritrovato di Salerno, primo motore, quasi aristotelico, di tutto questo imbarazzante quadretto. Qualche giorno prima delle ultime amministrative, al rush finale, De Luca ha gettato nella fogna un patrimonio di credibilità che era riuscito ad accumulare presso aree culturali distanti dalla sua storica appartenenza, per realismo, pragmatismo e anche una certa postura su questioni più generali. Poi, ciò che lo rende(va) meravigliosamente godibile era soprattutto quel modo brutale e sarcastico di trattare i suoi «compagni» con le loro tipiche isterie scatenate dalla frustrazione di un «cambiamento» che non arriva mai, neppure nel proprio ascensore condominiale. De Luca (il sindaco) ha detto: “Israele è governata da bestie. Hanno ucciso 65mila bambini a Gaza, vivono tra i topi, la sporcizia, la peste”. Sessantacinquemila bambini? La peste? Ecco, la peste ci mancava dopo la carestia provocata e i bombardamenti intenzionali sugli ospedali e sugli asili, dettagli verosimilmente condivisi da SL. Ma De Luca (il sindaco) ha fatto di più, molto di più quella sera in quell’hotel di Salerno: ha aizzato la platea all’applauso per le sue frasi «imbecilli» (sia in senso latino che napoletano), come lo stesso De Luca non risparmia di dire altrove. Sembrava di sentir parlare Di Battista, Ranucci, Fratoianni. Se si fosse trattato di un effetto alcolico, De Luca (il sindaco) sarebbe stato nostro fratello, come si dice, ma pare che De Luca (il sindaco) sia quasi astemio. E degli astemi – diceva uno scrittore – bisognerebbe diffidare. Restando umani, s’intende.