L’eterno fantasticare dei veterani del ‘68 - Le Cronache Attualità
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L’eterno fantasticare dei veterani del ‘68

L’eterno fantasticare dei veterani del ‘68

Peppe Rinaldi

Nelle cancellerie mediatiche del giornalismo opera una specie di automatismo neurale, tanto pervasivo quanto rivelatore: il tic pavloviano del vetero-sessantottismo di ritorno, quella singolare nevrosi per cui ogni sussulto di piazza, ogni cassonetto rovesciato a Parigi o ogni corteo di indignados a Madrid debba essere immancabilmente salutato come una specie di nuova alba della rigenerazione sociale. Se la realtà europea presenta dossier complessi — dai disastri dell’ingegneria sociale macroniana nel sistema scolastico d’Oltralpe al tracollo delle politiche abitative nella Spagna a guida Sánchez, tra i più corrotti della storia repubblicana spagnola —, la nostra intellighentia, chiamiamola così, preferisce liquidare la sostanza dei problemi per dedicarsi al consueto esercizio liturgico: il rimpianto del disordine. Ora, che il feticcio del disastroso ’68 continui a imbrigliare la capacità di lettura della classe (sedicente) intellettuale italiana non è una novità, semmai è il contrario, la conferma empirica di una diagnosi precisa: l’inclinazione a giudicare la salute «morale» di una nazione in base ai suoi decibel di piazza, alle vetrine sfasciate, alle auto incendiate, alla polizia assaltata e ferita con il consueto corollario di auto-convincimento in malafede del tipo “Sono gruppuscoli di violenti, ascoltiamo le ragioni dei giovani, la violenza va sempre condannata, eccetera”. Insomma, uno spirito da liceali che trova distillati esemplari in recenti, pensose ed ispirate, articolesse. Da semi-ultimo, l’editoriale firmato da Concita De Gregorio sulle colonne di Repubblica la scorsa settimana: il quadro dipinto è il solito, stanco repertorio della mitologia progressista, cioè esiste da un lato la Spagna vivace, “incazzata”, percorsa dal sacro fuoco della rivolta contro la crisi abitativa; dall’altro un’Italia descritta come una palude narcotizzata, un popolo di ottusi comparse assuefatte alla subalternità e intente unicamente a consumare spazzatura televisiva e distrazioni sui social network. “I moderati, noi abbiamo i moderati. In Spagna hanno gli indignati”, lamenta De Gregorio, tradendo, forse, un malcelato compiacimento per la prospettiva della devastazione urbana come antidoto al “tempo stanco”, così definito dall’ex direttrice dell’Unità. Sulla medesima frequenza si sintonizza il sermone pedagogico di Beppe Severgnini, peso massimo del conformismo vacuo di un certo modello di lettore/elettore, ospitato nell’ex tempio del giornalismo italiano soltanto pochi giorni fa, il Corriere della Sera. Interrogandosi con angustiata meraviglia sul perché la gioventù italiana non si dedichi al sabotaggio sistematico, Severgnini individua il capro espiatorio ideale nella famiglia: sarebbe la presenza di padri e madri disposti a sorreggere i propri figli l’ostacolo materiale alla deflagrazione della protesta. Severgnini non prende neppure in considerazione l’ipotesi che potrebbe essere esattamente il contrario, vale a dire che se la protesta dei «giovani» è il frutto, chissà di cosa sarà fatto l’albero che lo ha prodotto. C’è, invece, nella sua chiave di lettura un sottile, paradossale disprezzo per la (residua) tenuta del tessuto sociale: il fatto che l’istituzione familiare possa svolgere ancora una funzione di ammortizzatore e di argine al degrado esistenziale, viene derubricato a colpa storica, un intralcio che impedisce ai giovani di tuffarsi a capofitto in quel “mondo multietnico” da cartolina tanto caro alle utopie del giornalismo d’opinione. Severgnini, come tutte le menti semplici certe di dire qualcosa di profondo, è tra quelli che nel pronunciare la parola «mondo multietnico» prova, forse, un brivido elettrizzante. Anche sulle colonne di questo piccolo grande giornale corsaro – si parva licet – è apparso un editoriale affine al tema trattato, firmato dalla spesso salace penna di Michelangelo Russo, noto magistrato oggi in pensione. Russo, pur individuando nella realtà concreta salernitana validissime ragioni per una potenziale protesta studentesca (alcuni istituti scolastici fatiscenti, con ampia ragione qualificati come “uno schifo”), cede, poi, al riflesso condizionato della suggestione romanticizzata del «giovane» carico di futuro e sentimenti, portatore unico di valori profondi e immutabili, i soli in grado di cambiare la società. Anzi, il mondo. Siamo moderatamente certi, però, che lo stesso Russo non affiderebbe a nessuno di quei «giovani» la guida della propria auto se seduto al lato passeggero. In ogni caso, a smantellare questo groviglio di luogocomunismo è intervenuto, dalle pagine del Foglio, l’economista Nicola Rossi, uomo di sinistra, peraltro. Con la concretezza di chi conosce i numeri e non ha bisogno di compiacere il conformismo di cordata, Rossi ha sollevato un quesito di cartesiana banalità: è davvero inconcepibile che una parte maggioritaria della società preferisca il lavoro, la continuità e la stabilità al disordine da marciapiede? In un panorama internazionale segnato da conflagrazioni geopolitiche, crisi energetiche e dall’eredità di anni di giostre governative trasformiste — in cui si è visto di tutto, compresa la girandola di maggioranze sovrapposte e contronatura, per capirci, tipo Giuseppe Conte su inquietante doppio via libera del Colle —, la ricerca della stabilità non è anestesia, ma un segno di fisiologica maturità. La pretesa che il disagio sociale si debba tradurre in guerriglia urbana fa sentire giovani, seppur a volte patetici, ma, in ogni caso, tradisce un’incapacità strutturale di comprendere la famosa «dinamica reale delle forze economiche e sociali», a voler sforare nel frasario marxista. E’ un’adolescenza infinita, insomma, una catena di successioni di desideri e moti d’animo incompatibili con la realtà, oggi esistono interi partiti politici egemonizzati, incarnati e guidati così. Ma vi sarebbe un punto ulteriore, su cui un certo moralismo d’accademia evita di fare i conti: in piazza qualcuno c’è andato davvero. Le recenti manifestazioni che hanno attraversato le città italiane hanno mostrato senza filtri la natura della protesta. Sotto la copertura formale della sempreverde «causa palestinese», la scena è stata occupata dai collettivi antagonistici con il solito campionario di aggressioni alle forze dell’ordine, devastazioni gratuite e slogan che trasudavano odio ideologico nella sua forma più cupa: dall’esaltazione esplicita del pogrom del 7 ottobre all’auspicio della cancellazione fisica dello Stato d’Israele e oscenità varie. È questo il “fermento attivo” di cui si avverte la mancanza? E’ questa la “Bella stagione”, come titolava l’immancabile Manifesto l’altro giorno? È la violenza militante di chi spacca la testa al preside o al poliziotto, l’ingrediente necessario per rianimare il paese dal presunto torpore? Certo, siamo pur sempre la nazione in cui il professor Toni Negri, apologeta del passamontagna, è stato, e tuttora lo è per molti, “comunque uno buono”. Assistiamo, purtroppo, all’ennesimo cortocircuito di una casta di intellettuali che continua a soffiare sulle braci del rancore sociale per pura proiezione narcisistica. Un gioco cinico condotto sulla pelle di giovani sempre meno strutturati, a spese della tenuta di una comunità civile intera.