La democrazia comincia dalla scheda elettorale - Le Cronache Ultimora
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La democrazia comincia dalla scheda elettorale

La democrazia comincia dalla scheda elettorale

Cecchino Cacciatore

Esistono riforme che cambiano il volto di uno Stato senza modificare una sola parola della Costituzione. La legge elettorale è una di queste. La Costituzione stabilisce che la sovranità appartiene al popolo. Ma è la legge elettorale a decidere come quella sovranità si traduce in rappresentanza. È la legge elettorale che stabilisce se il cittadino sarà davvero protagonista della scelta oppure soltanto spettatore di decisioni già prese altrove. Per questo motivo discutere del sistema elettorale significa discutere dell’idea stessa di democrazia. Negli ultimi decenni il dibattito pubblico si è concentrato quasi esclusivamente su una parola: stabilità. La stabilità è stata presentata come il criterio attraverso il quale misurare la bontà di ogni riforma. In suo nome si sono giustificati premi di maggioranza sempre più consistenti, liste bloccate, candidature decise dall’alto e meccanismi destinati a comprimere il pluralismo politico. Eppure una domanda continua a rimanere senza risposta: può esistere una vera stabilità se viene costruita sacrificando la rappresentanza? La risposta dovrebbe essere negativa. Una democrazia costituzionale non nasce per produrre automaticamente governi forti. Nasce, prima ancora, per garantire che ogni cittadino possa riconoscersi nelle istituzioni rappresentative. Il Parlamento non è un organo chiamato semplicemente a sostenere un esecutivo. È il luogo nel quale la società entra nelle istituzioni con tutta la propria complessità, con le sue differenze, le sue sensibilità e le sue culture politiche. Quando una legge elettorale attribuisce un premio di maggioranza sproporzionato, questo equilibrio rischia di rompersi. Una forza politica che raccoglie una minoranza dei voti può ottenere una maggioranza assoluta dei seggi. Il risultato è che il Parlamento non fotografa più il Paese reale, ma il Paese costruito artificialmente dalla legge. Non è un problema di convenienza politica. È un problema di fedeltà democratica. Ogni voto dovrebbe contribuire, per quanto possibile, nello stesso modo alla formazione degli organi rappresentativi. Questo è il principio che ispira il sistema proporzionale: non premiare qualcuno oltre il consenso ricevuto, ma restituire al Parlamento un’immagine quanto più fedele possibile della volontà popolare. Naturalmente il pluralismo richiede dialogo, compromesso e capacità di mediazione. Ma proprio questa è la fisiologia della democrazia parlamentare. La ricerca dell’accordo non rappresenta una debolezza delle istituzioni: ne costituisce una delle espressioni più mature. Accanto al tema della rappresentanza vi è quello, altrettanto decisivo, della scelta delle persone. Le liste bloccate hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini ed eletti. In molti casi l’elettore non sceglie più il proprio rappresentante. Sceglie soltanto un simbolo, mentre i nomi sono già stati decisi dalle direzioni dei partiti. Così il consenso personale perde valore e il Parlamento rischia di popolarsi di rappresentanti che devono la propria elezione soprattutto alla collocazione ricevuta nella lista, più che al giudizio degli elettori. Il voto di preferenza restituisce invece centralità al cittadino.Significa poter scegliere non soltanto un programma, ma anche una persona. Significa premiare competenza, credibilità, radicamento nel territorio, impegno civile. Significa rendere l’eletto responsabile davanti ai cittadini e non esclusivamente davanti alla segreteria che ne ha autorizzato la candidatura. È una differenza che incide profondamente sulla qualità della rappresentanza. Un parlamentare scelto dagli elettori sa che dovrà tornare periodicamente a confrontarsi con loro. Dovrà spiegare il proprio operato, rendere conto delle proprie decisioni, mantenere vivo un rapporto costruito sulla fiducia. Quando invece l’elezione dipende prevalentemente dalla posizione in lista, il baricentro della responsabilità tende inevitabilmente a spostarsi verso l’interno del partito. La democrazia, però, vive di responsabilità reciproca. I cittadini devono poter giudicare chi li rappresenta. E chi rappresenta i cittadini deve sapere che il proprio mandato nasce dal loro consenso e può concludersi con il loro dissenso. Per questa ragione il sistema proporzionale accompagnato dal voto di preferenza non rappresenta un ritorno nostalgico al passato, ma una proposta coerente con l’idea costituzionale della rappresentanza. Non promette governi perfetti. Non elimina la conflittualità politica. Non cancella le difficoltà della mediazione parlamentare. Promette qualcosa di diverso, ma forse di ancora più importante: che il Parlamento torni a essere il luogo nel quale la società italiana si riconosce davvero. La qualità di una democrazia non si misura soltanto dalla rapidità con cui approva una legge o dalla durata di un governo. Si misura, prima di tutto, dalla libertà che riconosce ai cittadini nel momento più alto della loro partecipazione politica: il voto. Perché una scheda elettorale non è un foglio di carta. È il punto nel quale libertà, uguaglianza e rappresentanza si incontrano. Se quella scelta viene compressa, anche la democrazia perde una parte della propria forza. Se invece viene restituita integralmente ai cittadini, la Repubblica ritrova la sua radice più autentica: un Parlamento che non è il prodotto di una nomina, ma il risultato di una scelta libera, personale e consapevole del popolo sovrano.