La bancarotta intellettuale dell’Università - Le Cronache
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La bancarotta intellettuale dell’Università

La bancarotta intellettuale dell’Università

di Peppe Rinaldi
Ora che la Biennale di Venezia ci ha ricordato di essere ciò che sapevamo già fosse da tempo, cioè una Vanity fair del conformismo sedicente progressista, dirigiamoci verso Salerno. Precisamente a Fisciano, sede dell’università. Non c’è solo la lista del cosiddetto «amichettismo» accademico, ottimamente suggerita su queste colonne da Antonio Manzo. C’è qualcos’altro che affiora tra il frastuono delle aule e il silenzio monotono dei dipartimenti.
Ventisei docenti ci hanno informati, anche attraverso questo prezioso quotidiano corsaro, di aver aderito alla giornata di protesta e allo sciopero sindacale del 23 e 24 febbraio indetti da una delle reti pacifiste «contro la guerra e l’industria bellica, l’invio delle armi in Israele, la fine dell’occupazione coloniale di Gerusalemme Est e Cisgiordania, lo stop al genocidio a Gaza» e qualcos’altro estratto dal catechismo dei diaconi umanitariamente corretti. Ci sarebbe pure la questione ucraina ma non è su questo che ci si concentrerà, almeno non ora, essendo radicalmente diversa e di oggettiva portata minore. Il rimando esplicito, poi, ad altre sigle e associazioni, tra cui la solita Arci, proietta il tutto nell’alveo del noto Bds, vale a dire del movimento per il boicottaggio di Israele, inventato con un certo successo dal palestinese Barghouti, un nome, una garanzia.
La trave di sostegno della loro argomentazione (inco)scientemente ostile allo stato di Israele e, quindi, agli ebrei e agli israeliani, è rappresentata dalla costituzione repubblicana che, come si sa, non finisce con l’art.11 (“L’Italia ripudia la guerra…eccetera) ma ne contempla diverse decine di altri. Peschiamo, dunque, l’art. 21 sulla libertà di pensiero ed espressione, di chiunque, per opporci a certa narrazione – si dice così? – nella moderata certezza che i nostri ventisei combattenti accademici non avranno di che adontarsene visto il comune e autorevole richiamo.
Le buone intenzioni e l’inferno
La nota degli universitari era densa di belle parole e buone intenzioni quanto lastricate ne sono le infernali vie calpestate in anni di defatigante impegno accademico. In realtà, il comunicato appare come un distillato di piccoli e grandi dogmi, dall’inadeguato «spirito geometrico» e di scarsa conoscenza del problema, caratteristiche che, tra altre, mal s’addicono a un ceto che si vorrebbe ai vertici della conoscenza: e per ventisei “firmatarie” cavallerescamente anteposte a “firmatari” (un certo stilnovismo «di genere» è feticcio venerato, ci è già andata bene che non ci fossero “schwa” nel testo) ve ne sarà, forse, una quantità ulteriore che sul tema di Israele ha sostituito Umberto Terracini con Zerocalcare. Diversamente, avremmo sentito voci di contrappunto forti e tonanti cominciando, magari, proprio dal rettore. Ma il clima non è dei migliori e la rivoluzione, si sa, a mezzogiorno si sospende sempre.
Non è la prima volta, non sarà l’ultima, in fondo sono in buona compagnia se si considera quanto accaduto in altri atenei italiani e stranieri a pochi giorni dal pogrom del 7 ottobre compiuto dai palestinesi con l’invasione di Israele e il massacro festante di migliaia di ebrei, uccisi «in quanto ebrei» e non in quanto «colonizzatori» o «imperialisti» come certo provincialismo “woke” fa ripetere à la pappagallo da tempo. Su tutti svettò l’imbarazzante caso del dipartimento di Scienze sociali della Federico II dove, a cinque giorni dalla carneficina, non si riuscì a sottoscrivere una banale nota di condanna, ovviamente perché “il problema è più complesso”, come ebbero a dire opachi docenti napoletani. Complesso certamente è, come altrettanto complesse saranno le ragioni che li vedono seduti su quelle cattedre, al netto dell’amichettismo citato.
La disfatta e la caduta dell’Università
Il götterdämmerung della nostra accademia, poi, rovinò oltre con un’intervista a Fanpage, rotocalco digitale molto cliccato, rilasciata dal rettore dell’Istituto Orientale di Napoli, il quale sostenne, senza arrossire, che «bisogna parlare con Hamas». Il ragionamento del Magnifico ha un precedente di riguardo: Alessandro Di Battista, noto premio Nobel già targato 5 Stelle e firma di punta del Fatto di Travaglio – a occhio e croce testata di riferimento, col Manifesto, della nostra cellula universitaria – disse che con l’Isis «bisogna dialogare». Insomma, il rettore napoletano e il Che Guevara della Nomentana (copyright Dagospia) auspicherebbero una franca e schietta conversazione con chi scrive nel proprio statuto che «neanche un centimetro quadrato di sacra terra islamica agli ebrei», oppure dichiara apertamente, poi facendolo, di voler uccidere quanti più israeliti sia possibile e cancellare dalla carta geografica una nazione e un popolo, per la gioia degli Heydrich, dei Goebbels e degli Stalin di oggi e di ieri, pur con accento arabo, persiano o con galloni accademico-studenteschi.In questa scia si inseriscono, sebbene con uno standing più forbito, i nostri ricercatori docenti dottori, ora forse in assetto da combattimento per via delle manganellate dello scorso fine settimana inferte dai celerini a un branco di poveri studenti pisani, ignoranti e piagnucolosi, per i quali sono subito scattate le coccole di Stato. Per inciso: essendo i ventisei tutti dotti e informati, non saranno sfuggite le analisi del grado di preparazione della popolazione studentesca italiana secondo la quale, nella migliore delle ipotesi, «l’islam è nato in Palestina» (sic). Il minimo che ne possa discendere è che si blateri di apartheid, colonialismo e imperialismo, addirittura di genocidio, termine che, oggettivamente, suscita ribrezzo se associato allo stato ebraico. Eppure lo fanno, instillando il sospetto che un diploma, una laurea, un assegno di ricerca, una cattedra possono a volte diventare tragiche barzellette. Un tempo ci furono Lucien Rebatet o Drieu La Rochelle, collaborazionisti di rango: oggi vien da pensare che ci si abbeveri alla profondità di pensiero di un Formigli o al primo Fratoianni di passaggio. E questo per il venir meno, plateale, del principio di realtà, malattia diffusa molto e perniciosa, letale per chi si dice docente universitario.
Cessate il fuoco significa «fatevi scannare e state zitti»
Se tra i nostri cinque lettori ve ne fosse qualcuno con sufficiente pazienza per cercare in rete la nota, ne capirà qualcosa in più. Ad esempio, questo: salmodiare “stop al genocidio”, “cessate il fuoco”, “liberate i territori occupati”, “niente armi”, “boicotta Israele”, come già accaduto ad Eboli, a Salerno e in altri centri a pochi giorni dalla strage di ottobre – fatta proprio per provocare la guerra e contando sulla mollezza infarcita di falsi storici di larga parte dell’opinione pubblica occidentale – significa in sostanza aver smarrito le coordinate di base della realtà, aver obliterato la machiavellica «realtà effettuale della cosa» che, pur nella opposizione tra diverse visioni politico-culturali, dovrebbe essere il minimo sindacale. Cari ebrei – questo il sottotesto di chi sottoscrive appelli e sfila in corteo «per la pace» – voi fermatevi, sorvolate su quanto accaduto, in fondo ve la siete cercata, vedrete che tutte quelle brave persone oppresse dal vostro imperialismo non scanneranno più neonati, bambini, vecchi e malati, non sventreranno donne incinta e non decapiteranno i loro figli estratti dal grembo, non stupreranno e tortureranno femmine giovani o anziane lasciando coltelli e bastoni nei loro genitali, non evireranno nessun maschio ebreo dinanzi a moglie e figli per poi ucciderli tutti ridendo, non squaglieranno più nessuno con Rpg con proiettili da 2000 gradi, non romperanno più le ossa pelviche o del bacino alle ragazze prelevate e stuprate a centinaia durante una festa, non si faranno più saltare in aria cercando il martirio, smetteranno di lanciare migliaia di missili comprati con i soldi della solidarietà al popolo palestinese, non si nasconderanno più tra i “civili”, vi restituiranno le centinaia di persone strappate alla loro vita perché, di colpo, diverranno uomini e soldati coraggiosi. E’ gente d’onore quella lì, come lo furono a Treblinka e Bergen-Belsen, dove, però, non si esultava e non c’era abbondanza di firmatori seriali di appelli. Il circoletto accademico, evidentemente, si fida di Hamas, ne condivide l’impianto in un certo senso, aderisce alle statistiche dei numeri delle vittime di Gaza da essa fornite senza farsi una sola domanda, così come si fida di Onu e Unrwa o degli stati arabi, che aiutano i palestinesi da sempre, accogliendoli come fece la Giordania con Settembre Nero nel ‘70 e come oggi stanno facendo gli altri fratelli musulmani (in minuscolo) in gara per assistere centinaia di migliaia di povericristi che non sanno più dove scappare, cosa mangiare e bere, tuttora usati come scudi umani, mentre piovono cortei, striscioni e appelli sbilenchi ma nessuno muove un dito.
Però è Israele che deve “cessare il fuoco” e “liberare la Palestina” secondo i nostri accademici. Risultato? Oltre allo stato ebraico, che non lo è da sempre, anche l’Europa non è più un posto sicuro per gli ebrei, per l’ennesima volta «sceglie il disonore ed avrà la guerra» parafrasando qualcuno che di queste cose se ne intendeva e grazie al quale oggi si può essere docenti universitari e sottoscrivere certi appelli. Cos’è tutto questo se non perdita di senso della realtà, effluvio di parole a vanvera, tic ideologico? Nietzsche avrebbe parlato, leggendo, di «mischmasch» mentale, un guazzabuglio.
Vorrebbero un mondo senza guerre (chi non lo vorrebbe?) e chiedono che l’università, anche la loro, interrompa i rapporti con l’industria bellica – vedi Leonardo spa – e le università israeliane, o che il mondo del lavoro entri in questa dialettica “intersezionale” (sic), per poi aggiungere che “le politiche di disarmo sono necessarie per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale”. Non solo Di Battista, quindi, anche una spruzzatina di Greta Thunderg, non a caso oggi in prima linea, kefiah al collo e milioni in banca, contro «il genocidio dei palestinesi». La piattaforma programmatica, se abbiamo capito bene, sarebbe alla fine questa: tra una docenza e un comunicato, una lezione e un corteo, una pubblicazione e uno sciopero, bisogna stabilire quale sarà la temperatura della Terra nel 2035 o 2050, mentre non sappiamo domani che tempo farà, e pretendere un mondo senza armi, cioè un mondo senza cattivi.
Docenti di che, ricercatori di cosa?