L’ addio del mondo della danza ad Anna Razzi - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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L’ addio del mondo della danza ad Anna Razzi

L’ addio del mondo della danza ad Anna Razzi

Olga Chieffi

Severità, rigore, lo sguardo rivolto ad un luminoso passato e al futuro, il tutto raccolto nelle sue punte d’acciaio, Anna Razzi, ieri a Milano, ha lasciato, solo fisicamente, il palcoscenico della vita. E’ stato il Teatro di San Carlo di Napoli ad annunciarne la scomparsa con immenso dolore, direttrice della Scuola di Ballo dal 1990 al 2015 poi presidente onoraria nonché direttrice del Corpo di Ballo dal 2006 al 2009. Figura di grande rigore, sensibilità artistica e straordinaria dedizione, Anna Razzi – si evidenzia – ha segnato con la sua passione e la sua competenza una stagione importante della danza italiana, contribuendo con impegno e visione alla crescita di generazioni di danzatori e alla valorizzazione del repertorio coreutico. Già Étoile del Teatro alla Scala, ha incarnato l’eccellenza e il prestigio della grande tradizione tersicorea italiana. Alla guida del Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo ha saputo coniugare tradizione e innovazione, lasciando un’impronta indelebile nella vita culturale della città e nel cuore di quanti hanno avuto il privilegio di lavorare al suo fianco. La sua eleganza, la sua determinazione e il suo amore per l’arte resteranno esempio e ispirazione. Il Maestro è giusto questo. “A mio padre devo la vita, al mio Maestro una vita che vale la pena essere vissuta”, soleva ripetere Alessandro Magno del suo Maestro Aristotele. Maestro è un termine di cui si abusa, senza rispettarne l’intenso significato: “Maestro” era l’appellativo di Gesù Cristo nei Vangeli, l’omaggio dei contemporanei ai grandi del Rinascimento. Oggi è banalizzato, nelle arti, nella scuola, in teatro. Il Maestro è generoso, offre aiuto, suggerimenti, ispirazione dentro e fuori l’aula, segnala svolte e insegna prospettive, indica una via e la illumina, col proprio esempio, col proprio “fare”, col proprio porsi sempre in gioco, instilla il dubbio, che è la via per uscire dalla “selva”, un passaggio sicuro fatto di pochi principi chiari, su cui procedere, lavora indefessamente con severità, nella costruzione del sapere, senza mai aggobbire sotto sistemi pre-confezionati, verso sempre nuovi traguardi, conquistati in prima persona. La ricompensa è l’onore di trasmettere qualcosa, di accendere una scintilla in chi viene dopo, un piacere puro, “gratuito”, quindi, impopolare. Personalmente la ricordo all’opera tra le quinte del teatro Verdi di Salerno, con i suoi allievi interpreti di una splendida perla il balletto Il Guarracino, ovvero la Battaglia dei pesci, pensato da lei per la Scuola di Ballo del Teatro San Carlo. Un bel regalo per le scuole salernitane, la celeberrima fiaba marina per tarantella O’ Guarracino, di un anonimo del ‘700, ispirò felicemente Anna Razzi, unitamente ai disegni di Luzzati, facendole creare un capolavoro con cui trasformò, insieme alla costumista Giusi Giustino, il palcoscenico nel Golfo di Napoli, teatro di una antica storia d’amore. Il sipario si apriva su di un prologo in cui veniva cantata e danzata l’originale tarantella, nella versione italiana di Riccardo Pazzaglia, con gli arrangiamenti originali di Brunello Canessa, il quale introdusse con un indovinato pedale, insistente e in crescendo ciò che noi chiamiamo il rumore del mare, quel bailamme tranquillo o veemente che sembra stabilito là per l’eternità. Lo spazio poi fu invaso interamente dal clamore degli scugnizzetti che danzavano in riva al mare sulle note della tarantella, attorniando il cantastorie che snocciolava la storia d’arme e d’amore, sino alla ciclopica zuffa coinvolgente tutte le creature del mare. Poi, ballerini e pubblico si trasferirono sul fondo del mare, in casa del Guarracino, interpretato da Luca Giaccio, che si vestiva, aiutato dai suoi amici, impersonati da Pasquale Incoronato e Marco Protano, per uscire alla conquista di una innamorata, su musica che citava l’incipit della canzone settecentesca. Folgorato dalla vista della Sardella, una intensa Chiara Mirante, accompagnata dalle amiche Adriana Pappalardo e Silvia Chella, già promessa all’Alletterato, un tonnetto con vocazione culturale, interpretato da Raffaele De Martino, che stava al balcone suonando “lo colascione”, momento notturno che Gaetano Panariello rese mirabilmente affidando il tema al violoncello lasciato cantare sul registro acuto, unitamente alla voce di una bambina che evocava una nenia sommersa dalla memoria. Poi la battaglia finale. Qualcosa non andò perfettamente e dopo lo spettacolo, a sipario chiuso, i ragazzi rimasero a provare oltre un’ora i passaggi che non erano riusciti. Il filo rosso è veramente lungo e già i nomi degli allora allievi parlano da soli. Il suo temperamento drammatico e forte derivava dagli studi di recitazione presso l’Accademia dei Filodrammatici, dove aveva esordito nel ruolo di Miranda nella “Tempesta” di Shakespeare, affiancando Gianni Santuccio. Durante gli anni Settanta e Ottanta, considerati il suo periodo d’oro, si impose tra le grandi protagoniste del balletto italiano, accanto a Carla Fracci, Luciana Savignano e Liliana Cosi. Alla Scala, entrata nel 1963 come solista, interpretò ruoli di primo piano come Giulietta in “Romeo e Giulietta”, Odette e Odile nel “Lago dei cigni”, Tersicore in “Apollon musagète” di Balanchine, e fu spesso protagonista nella “Cenerentola” di Paolo Bortoluzzi, di cui fu partner abituale, così come in “Giselle”, “Coppélia”, “Petruška” e Aurora nella “Bella addormentata” di Alonso. Il celebre coreografo Roland Petit creò per lei “The Marriage of Heaven and Hell”. Con la Scala, nel 1981, partecipò a una tournée al Metropolitan di New York, interpretando “Giselle” insieme a Nureyev. Dopo una carriera da étoile, la volontà ferma di trasmettere l’esperienza alle giovani leve che tanti hanno ricevuto, a cominciare da un giovanissimo Vincenzo Capezzuto, eccellenza della nostra città, che dalla sua scuola ha messo le ali per danzare e cantare intorno al mondo e oggi si trova al Gran Prix de Lausanne quale Contemporary Coach. Questi allora gli elementi irriducibili, tanto labili, della medesima materia dei sogni e pur tanto robusti che di essi è fatta la realtà, ovvero le esplosioni del pathire, l’irrompere degli eventi, delle emozioni, siano esse il sorriso salvifico di Anna Razzi o la sua scomparsa, nel loro darsi intavoleranno sempre nuovi discorsi d’amore, nel segno della danza e dell’arte tutta.