Ha scelto di non rendere pubblico il proprio nome per ragioni di tutela. La sua identità è tuttavia nota a Le Cronache, che ha verificato direttamente chi sia la persona intervistata e il percorso da lui intrapreso. È un uomo che, negli anni scorsi, aveva avviato un cammino di discernimento vocazionale all’interno della Diocesi di Salerno, arrivando a frequentare per un anno il percorso propedeutico presso il Seminario di Napoli, a Capodimonte. Un’esperienza che avrebbe dovuto precedere l’ingresso nel Seminario maggiore e l’avvio del percorso seminaristico vero e proprio, ma che si è conclusa senza la prosecuzione del cammino. A distanza di tempo, oggi racconta la propria esperienza e la collega alle dinamiche che, secondo la sua percezione e il suo vissuto personale, avrebbe incontrato nell’ambiente che riconduce al cosiddetto «Gregge». Una testimonianza che si inserisce nel dibattito riaperto dalle numerose persone che, negli ultimi mesi, hanno raccontato esperienze analoghe e che l’intervistato dice di aver seguito con particolare attenzione. «Avevo intrapreso un cammino di discernimento vocazionale all’interno della Diocesi di Salerno – racconta –. Dopo un periodo di discernimento, ho iniziato il percorso propedeutico presso un Seminario di Napoli. Per noi della Diocesi di Salerno il propedeutico si svolgeva lì, perché a Salerno non c’era una struttura idonea. Il propedeutico dura un anno e quindi ho vissuto un anno a Capodimonte». La sua precisazione riguarda soprattutto le ragioni per le quali quel percorso si è concluso. «Il cammino non si è interrotto per una mia scelta e nemmeno per una decisione dei formatori di Capodimonte. La decisione sul mio eventuale prosieguo spettava alla Diocesi di Salerno e furono il Rettore del Seminario di Salerno e il parroco che mi accompagnava a stabilire che non avrei proseguito il cammino». Secondo il suo racconto, le difficoltà erano però iniziate già durante il percorso. «Già durante il cammino avevo vissuto delle difficoltà e degli scontri con il sacerdote che mi seguiva. Il suo modo di accompagnarmi era fortemente condizionato da quella che io riconoscevo come la modalità propria dell’ambiente del Gregge. Mi sentivo spesso spinto a conformarmi a un determinato modello, anche nel modo di vivere la mia personalità e il mio percorso spirituale». Una percezione che, racconta, sarebbe diventata progressivamente più forte ogni volta che manifestava una sensibilità diversa. «Quando manifestavo un modo di essere diverso o non condividevo alcune sue impostazioni, nascevano dei contrasti. Per questo, quando arrivò la decisione di non farmi proseguire, non la vivevo come qualcosa di completamente estraneo a ciò che avevo già sperimentato». Il collegamento con il Gregge, spiega, non sarebbe dunque maturato dopo aver ascoltato le testimonianze emerse negli ultimi tempi. «Io conoscevo già, almeno in parte, la mentalità e il modo di vivere la fede che caratterizzava quell’ambiente. Nonostante questo, mi sono affidato alla volontà del Rettore e ho continuato il mio percorso». Nel suo racconto, tra gli elementi che maggiormente lo avrebbero colpito c’è il modo in cui veniva vissuta la confessione. «Uno degli aspetti che mi colpiva maggiormente era l’obbligo della confessione settimanale. Non era tanto la confessione in sé a turbarmi, quanto il modo in cui veniva vissuta. Mi veniva trasmessa un’immagine di Dio molto legata al peccato, al debito e alla punizione». L’intervistato racconta di aver vissuto questa impostazione come una forma di «forte appesantimento spirituale», sostenendo che si trattasse di una concezione della fede distante dalla propria sensibilità. Tra gli episodi che indica come particolarmente significativi cita anche l’adorazione eucaristica perpetua e il modo in cui, a suo dire, veniva celebrata la liturgia. «Per quanto visto, c’era un’eccessività di interventi e di elementi che finivano per rendere la Santa Messa quasi una rappresentazione teatrale, perdendo, almeno per come la vivevo io, quella sobrietà e centralità che dovrebbe avere la celebrazione». Nel suo racconto, questi elementi non sarebbero rimasti circoscritti a semplici differenze di sensibilità religiosa. «Erano segnali di una concezione della fede con la quale progressivamente mi trovavo in contrasto. Io percepivo quella realtà come molto ancorata a una visione della fede e della vita che ritenevo anacronistica». L’uomo riferisce inoltre di aver percepito una particolare centralità degli scritti e delle esperienze di una veggente e una convinzione, da lui attribuita a quell’ambiente, di appartenere a una realtà considerata particolarmente scelta da Dio. «È proprio questa pretesa di possedere una verità particolare e di rappresentare una sorta di prosecuzione del messaggio evangelico che mi creava delle forti perplessità». Il punto, chiarisce, non sarebbe stato il rifiuto della fede o del percorso vocazionale. «Io non riuscivo a conformarmi a quel modello. Non perché rifiutassi la fede o il mio percorso vocazionale, ma perché sentivo di avere una sensibilità diversa e soprattutto di voler vivere il rapporto con Dio nella libertà del discernimento». La sospensione dal Seminario Nel corso dell’intervista racconta poi un episodio che considera uno dei momenti di svolta del proprio percorso. «Era una sera, dopo la Messa. Eravamo rimasti in parrocchia io, il parroco e quattro collaboratori». Al centro della conversazione ci sarebbe stata la realizzazione di una cappellina destinata all’adorazione eucaristica perpetua. L’intervistato ricorda una precedente conversazione con il sacerdote, relativa proprio alle modalità dell’adorazione. «Quando avevo iniziato a frequentare la parrocchia, il giovedì proponeva un’adorazione con modalità tipiche del Rinnovamento dello Spirito. Io gli avevo chiesto come mai non proponesse all’assemblea un’adorazione eucaristica più silenziosa, che favorisse maggiormente il dialogo personale e intimo con il Signore». Secondo il suo racconto, il sacerdote gli avrebbe spiegato che la comunità non era ancora pronta a quel tipo di esperienza e che sarebbe servito tempo per accompagnarla verso quella modalità. Per questo, quando venne annunciato il progetto della cappellina, l’uomo racconta di essere rimasto sorpreso e di aver espresso alcune considerazioni critiche. «A un certo punto, non so se scherzando o provocandomi per vedere quale sarebbe stata la mia reazione, disse che avrei dovuto diventare una sorta di “jolly”, cioè uno di coloro che coprono i turni in assenza di altre persone, e occuparmi anche di tutti i turni della cappellina». L’intervistato riconosce di aver reagito in maniera impulsiva e di aver pronunciato «alcune uscite» che oggi definisce «non felici». Da quel momento, riferisce, sarebbe stato sospeso dal Seminario per una settimana. «Trascorsa quella settimana, ripresi regolarmente le attività. Nella settimana di “punizione” il Rettore convocò il sacerdote e, alla sua presenza, ci fu un incontro con lui e i quattro collaboratori. Fu un incontro che ancora oggi considero molto discutibile per le modalità con cui venne gestito». Ma è soprattutto una frase pronunciata al termine di quell’incontro che, ancora oggi, considera significativa. Secondo il suo racconto, il parroco avrebbe spiegato la presenza di alcune persone affermando che conoscevano «tante persone e sacerdoti del Gregge» e che, proprio per questo, avrebbero potuto aiutarlo a relazionarsi con quell’ambiente. «Per me quella frase fu particolarmente significativa, perché confermava un legame e una dinamica che io avevo già iniziato a percepire durante il mio percorso. Non voglio dire che quella sera, con un singolo episodio, sia stata determinata tutta la mia vicenda. Ma certamente quello fu un momento di rottura». Oggi, davanti alle nuove testimonianze sul Gregge, l’uomo dice di riconoscere alcuni elementi della propria esperienza. «Credo che oggi se ne debba parlare e se ne debba continuare a parlare, almeno fino a quando la Santa Sede non prenderà una decisione chiara». Una posizione che, precisa, nasce esclusivamente dalla propria esperienza. «Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire senza esitazione che quello che ho vissuto è stato reale. Non è frutto della fantasia, né della cattiveria di qualcuno che vuole semplicemente andare contro un gruppo religioso. Sono dinamiche che io ho conosciuto personalmente e delle quali ho vissuto direttamente gli effetti». L’intervistato sostiene di aver riascoltato le testimonianze più recenti con «amarezza, dispiacere e profonda tristezza», perché in alcune di esse avrebbe riconosciuto atteggiamenti e dinamiche già sperimentati personalmente. «Io non parlo per sentito dire. Parlo di ciò che ho vissuto. E proprio per questo ritengo che queste testimonianze debbano essere ascoltate con serietà, senza pregiudizi e senza cercare di delegittimare chi trova il coraggio di raccontare la propria esperienza».







