Il Fuoco freddo del Trovatore - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Il Fuoco freddo del Trovatore

Il Fuoco freddo del Trovatore

Di Olga Chieffi

Vi siete mai chiesti come fanno certi maghi a maneggiare autentiche “palle di fuoco”? La spiegazione è nella loro costruzione e nell’uso di un particolare liquido infiammabile detto “ronsonol”. Così è apparso il Trovatore che ha inaugurato la nuova stagione del teatro Verdi di Salerno, giovedì scorso e che stasera alle ore 18 verrà replicato in pomeridiana. Pierfrancesco Maestrini con le scene e i costumi di Alfredo Troisi ha visto questo capolavoro verdiano uscito dalle labbra infiammate di un Mangiafuoco di strada, di quelli che coi muscoli incatenati atterrivano i ragazzini, uno Zampanò felliniano, trasformante l’aria in una lingua incandescente che gli attorcigliava la testa. Il fuoco invade il palcoscenico al racconto della zingara Azucena, una convincente Ksenia Dudnikova, così come ritorna nel finale, quasi come il Loge di wagneriana memoria, attraverso luci e proiezioni su tele oleografiche tridimensionali, con cui tutto è stato creato, dalla rocca al campo degli zingari. In buca, invece, il Maestro Sini, ha inteso guardare alla lezione di Riccardo Muti, che ricordiamo in Scala ricercava tal splendore di suono dalla partitura, visioni meravigliose, quasi preraffaellite che si alternavano a fiammate, densità d’orchestra , in quel “D’amor sull’ali rosee” en ralenti, ma con il flame sempre vivo, quasi mahleriano, con Leonora che getta il dolore nel cristallo. Ma… e, anticipiamo la Rosina rossiniana che giunge con il Maestro Oren a fine maggio, niente è avvenuto di tutto ciò. Orchestra piatta, che non è mai esplosa, ma che in più punti, a cominciare dal famoso coro delle incudini, ha dovuto letteralmente salvare il Maestro Sini, silhouette in frac ibrido, damascato, goth steampunk, sino a giungere al IV atto, nel duetto “Udiste… Mira d’acerbe lagrime… “, tra il Conte di Luna e Leonora, ove nella coda “Vivrà”, l’orchestra ha seguito unicamente il I flauto Antonio Senatore, un ritorno, il suo, in brillante spolvero sonoro e tecnico, unitamente al pari ottavino di Vincenzo Scannapieco, non immemori dei loro e nostri maestri, di non disdegnare mai di contare, per evitare incidenti, sempre dietro l’angolo. Il ruolo del Trovatore è stato affidato al debuttante Francesco Pio Galasso, dizione sguaiata, registro acuto da rivedere, cabaletta “Di quella pira” messa comoda mezzo tono sotto la tonalità originale, acuto sporco e anche iper-tenuto. Al suo fianco l’uruguagia Maria Josè Siri, dopo “Tacea la notte placida” accennata, quasi evanescente, è cresciuta, nel “D’amor sull’ali rosee”, d’intensità e con qualche gradevole epifania vocale. Sugli scudi la Zingara Azucena, voce ricca di armonici quella della Ksenia Dudnikova, sua l’evocazione del fuoco, “Stride la vampa”, quasi venuta fuori da una ipotetica ballata del Berchet, con il volto e il cuore bistrato dalla fuliggine. Anche qui il maestro Sini ha inteso metterci del suo, lasciando che il solfeggio mangiasse se stesso e il tempo divorasse il tempo, con una improvvisa accelerazione, mentre la perfezione, ma solo in palcoscenico, si è toccata in “Condotta ell’era in ceppi”, eseguita con una miriade di sfumature sul lamento del suono dell’oboe e del violino, sul brivido degli archi. La voce di colore medio-sopranile ha trovato anche nella scena della prigione, una apprezzabile comunicativa, calamitando con quell’incisività l’attenzione dello spettatore sul personaggio. Il baritono cantante verdiano, il Conte di luna, Roman Burdenko, ha schizzato un personaggio vendicativo e protervo, ingessato nella sua uniforme viola come nel suo ruolo. L’interpretazione vocale e scenica ha avuto la dignità propria di un nobile cavaliere offerta dalla bella voce dal timbro baritonale autentico, che ha avuto il suo culmine nel momento lirico de’ “Il balen del suo sorriso”, con belle variazioni cromatiche e di sfumature interpretative. Fissa nota dolente, il ruolo di Ferrando affidato a Carlo Striuli, parlato, più che cantato, consapevolmente, dobbiamo intendere, notata la sua assenza ai saluti, mentre a completare il cast Francesca Micarelli, Ines, Ruiz, Enzo Peroni, il giovane Antonio De Rosa un vecchio zingaro e Paolo Gloriante un messo. Soddisfacente la prova del coro, ottimamente preparato da Francesco Aliberti, ma lasciato più volte nel vuoto, da parte del direttore. Applausi per tutti e cascata di rose.