Il calvario giudiziario di Paolo Del Mese, assolto - Le Cronache Ultimora
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Il calvario giudiziario di Paolo Del Mese, assolto

Il calvario giudiziario di Paolo Del Mese, assolto

Antonio Manzo

Era il 2012. L’anno dell’inchiesta sul fallimento dello storico pastificio salernitano ed i protagonisti, inquirenti ed investigatori, si celebrarono con cinque ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari. In manette cinque nomi eccellenti di cui tre significativi, proprio come volevano: Paolo Del Mese, già parlamentare, l’ex presidente del Monte Paschi Siena Giuseppe Mussari, l’ex parlamentare e sindaco di Siena Cosimo Ceccuti. Oggi siamo nel 2025. Il processo per il fallimento Amato con Paolo Del Mese, imputato assolto. Lui, insieme agli altri, perché il fatto non sussiste. Formula più che piena. Il caso Amato-Del Mese è chiuso, morto, seppellito, incenerito dalle sentenze del tribunale. Diciassette anni dopo finalmente libero, e un’unica interminabile via crucis, con massacro della reputazione, drammi familiari. Ricordate? È passata un’era geologica. Ma bisogna ricordare. Ricordare le paginate di giornali che descrivevano le inchieste su Paolo Del Mese imputato parafulmine come il disvelamento di un mondo di corruttele di fronte al quale la Tangentopoli dei tempi che furono sarebbe impallidita. Ricordate? Emergenza moralistica. e il fuoco dell’ «io non guardo in faccia a nessuno». E così, per non guardare in faccia a nessuno, invece della normale paginetta solitaria, per giustificare anche solo un atto di perquisizione, questa inchiesta si produceva in chiaro montagne di carte e di intercettazioni. Sono diciassette anni che gli imputati eccellenti li hanno tenuti appesi a un palo come malacarne di periferia. I magistrati di Salerno accusavano Del Mese e gli altri di aver procurato il fallimento della storica azienda della pasta salernitana. Secondo la ricostruzione fatta dal pubblico ministero, esibita in una conferenza stampa della Procura e avallata poi dal giudice per le indagini preliminari, c’era una “vera e propria casta – è testuale – definendo ed attuando le politiche gestionali” (le parole furono dell’allora procuratore della Repubblica Franco Roberti) “prepotentemente emersa dagli atti di indagine della Guardia di Finanza”. Lunghi diciassette anni, una alluvione di fango per gli imputati eccellenti che richiamavano più l’attenzione mediatica come senso vero della inchiesta della procura salernitana. Segno – ed era questo il sottinteso verminoso – che l’inchiesta avrebbe dovuto restituire visibilità a magistrati ed inquirenti ora clamorosamente beffata da un’assoluzione. Ora il tribunale ha comunque fatto piazza pulita delle fantasticherie giudiziarie ma sottilmente politiche. Il termine casta fu indicativo. tutte queste fantasticherie trascinate, senza onore e senza gloria, da oltre diciassette anni e minando non solo la presentabilità degli imputati ma rincorrendoli con le forme più spietate di inseguimento giudiziario (il trattamento riservato a Paolo Del Mese prima ai domiciliari e poi in carcere). È stato un processo che non ha avuto i responsabili del crack, perché la città ha perso una azienda che ora viene demolita e perse anche chi avrebbe voluto salvarla. Come quell’industriale del settore alimentare siciliano che dovette rientrare a casa perché gli inquirenti gli fecero capire che se avesse messo di nuovo piede a Salerno avrebbe fatto la stessa fine degli imputati arrestati con l’aggravante spendibile dell’essere siciliano per sostituirlo, magari, con una più pulita antropologia napoletana. Per quasi vent’anni una parte della magistratura salernitana ha pestato l’acqua nel mortaio nella disperata speranza di trovare quelle complicità e quelle compromissioni che i processi non hanno mai confermato (ci sono accertamenti bancari tra migliaia e migliaia di pagine del processo con le richieste di accertamenti bancari in Italia e all’estero per De Luca padre e De Luca figli). Molti anni fa alle nozze per una delle figlie dell’imputato politico Paolo Del Mese partecipò Giulio Andreotti tra un giorno a Roma e uno a Palermo accusato di mafia. Venne a Salerno e si sedette al primo banco della Cattedrale per assistere alla funzione del matrimonio celebrato per la figlia di un amico del cuore. Se non fosse stato accolto, con tutti i dovuti onori, dall’allora sindaco di Salerno Vincenzo de Luca, la Guardia di Finanza di Salerno non avrebbe esitato ad arrestare il senatore a vita per concorso in bancarotta fraudolenta con Paolo Del Mese. Era l’Italia dei mozzaorecchi che è finita, per ora, con l’assoluzione di Paolo Del Mese. Ma è sempre pronta a ripresentarsi.

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