di Erika Noschese
C’è un vecchio adagio giornalistico che recita: “Un silenzio vale più di mille smentite”. E quello che ieri è piombato sulla sede della Fondazione Menna, dopo le nostre denunce sulla gestione allegra della ex Casa del Combattente, non è un silenzio qualunque. È un silenzio denso, appiccicoso, quasi solenne. È il silenzio di chi, messo davanti allo specchio delle proprie inefficienze, preferisce fingere di non essere in casa, sperando che il cronista smetta di bussare. Ma, per sfortuna della Fondazione e dei suoi “graditi ospiti”, noi abbiamo l’abitudine di non andarcene finché la porta non si apre o finché, dalle fessure di quella stessa porta, non iniziano a filtrare verità ancora più imbarazzanti. Le ultime indiscrezioni che giungono da fonti a dir poco attendibili aggiungono un carico da novanta a quella che avevamo definito una “svendita” istituzionale. Parrebbe, infatti, che il famigerato protocollo d’intesa – quell’esile foglio di carta che avrebbe dovuto disciplinare la convivenza tra la Fondazione e l’associazione Limen – sia scaduto da tempo immemore. Non una settimana fa, non un mese fa. Scaduto. Finito. Cenere burocratica. Eppure, nonostante la scadenza, nessuno sembra aver avuto fretta di rinnovarlo, né tantomeno di ristabilire le gerarchie. Il quadro che emergerebbe è, se possibile, ancora più grave di quello ipotizzato: siamo passati dal vassallaggio alla pura e semplice occupazione “di fatto”. Se il protocollo è scaduto, a quale titolo l’associazione Limen continua a disporre degli spazi sul Lungomare come se ne fosse la legittima proprietaria? Se non esiste un pezzo di carta che ne autorizzi la permanenza e ne regoli i confini, come può il Direttore del coro di voci bianche del Teatro Verdi – come accaduto nei giorni scorsi – ritrovarsi a ringraziare un privato cittadino per l’apertura di una sede pubblica? La risposta è tanto semplice quanto amara, a quanto pare: i fruitori sono diventati padroni. Formalmente ospiti, sostanzialmente dominus. E la Fondazione Menna, in tutto questo, che ruolo gioca? Quello del proprietario distratto che ha lasciato le chiavi sotto lo zerbino e si è dimenticato di tornare a controllare la casa? O, peggio, quello di chi ha accettato una posizione di sudditanza psicologica e politica nei confronti di una “piccola, semplice associazione”? Il sospetto che la Fondazione si trovi in una posizione di estrema debolezza non è più solo una nostra congettura: sembrerebbe quasi un dato di fatto corroborato dall’atteggiamento sfuggente dei suoi vertici. Già alcune settimane prima dell’ennesimo “caso” emerso domenica, questo giornale aveva inviato alla Fondazione Menna una serie di domande precise per un’intervista scritta. Avevamo scelto la forma scritta per un motivo nobile: evitare fraintendimenti, garantire la massima fedeltà alle risposte e permettere all’ente di spiegare la propria versione dei fatti senza l’ansia del taccuino pronto a carpire la battuta al volo. Ebbene, la risposta è stata il nulla cosmico. Zero. Un vuoto pneumatico che oggi, alla luce delle nuove scoperte, assume un significato chiarissimo. La Fondazione non risponde perché, stando a quanto riferitoci da fonti attendibili, rispondere è diventato “scomodo”. Rispondere significherebbe ammettere che la gestione degli spazi è fuori controllo. Significherebbe spiegare perché si negano masterclass internazionali a chi segue la via ufficiale mentre si spalancano i portoni a chi passa per il “contatto giusto”. Significherebbe, in ultima analisi, ammettere che una Fondazione che porta un nome così pesante per la storia culturale di Salerno è oggi poco più che un paravento istituzionale per le attività di un’associazione privata. L’esasperazione che pare stia serpeggiando nei corridoi della Casa del Combattente, stando a quanto riferito dalle nostre fonti, non è rivolta a chi occupa abusivamente (o quasi) gli spazi, ma a chi “fa rumore”. La preoccupazione della Fondazione, oggi, sembra non essere quella di ristabilire la legalità e la trasparenza procedurale (anche perché di trasparenza, in questa città, nell’ultimo quinquennio ne abbiamo vista a malapena, nonostante un assessore al ramo), ma quella di spegnere il “fuoco” mediatico. Una strategia miope che, come spesso accade, finisce per alimentare l’incendio anziché domarlo. Perché il silenzio, in un ente che vive di fondi e prestigio pubblico, non è un’opzione: è un’ammissione di colpevolezza. Siamo davanti a un paradosso istituzionale che dovrebbe far tremare i polsi a chi, a Palazzo di Città, vorrà puntare ad ottenere la delega alla Cultura. Com’è possibile che una “piccola associazione” sia diventata così ingombrante da rendere muta una Fondazione? Quali sono i fili invisibili che legano la gestione di quegli spazi a dinamiche che nulla hanno a che fare con l’arte e molto con il consenso? Fa sorridere, per non piangere, pensare che mentre il mondo della cultura salernitana (e dell’associazionismo tutto) boccheggia in cerca di spazi e regole certe, sul Lungomare viga il “regime della stretta di mano”. Se il protocollo è scaduto, ogni evento realizzato all’interno della struttura sotto l’egida di Limen è, tecnicamente, un’anomalia procedurale di proporzioni colossali. È grave che la Fondazione ammetta implicitamente, con il suo mutismo, di essere in una posizione spiacevole. Ma è ancora più grave che la città debba accettare questa opacità come fosse una condizione ineluttabile. Noi continueremo a porre le nostre domande, anche se la Fondazione ha deciso di fare voto di clausura. Continueremo a chiedere perché un bene comune è stato trasformato in una dependance privata. Continueremo a chiedere conto di quei protocolli mai rinnovati e di quelle interviste mai concesse. Perché la Casa del Combattente non è il garage di nessuno, nemmeno di chi, con una mossa teatrale, ha deciso di passare il testimone per correre verso “altri lidi”. La cultura è trasparenza, o non è. E finché la Fondazione Menna preferirà il silenzio alla verità, noi saremo qui a ricordare che Salerno merita istituzioni che non abbiano paura delle domande. Se la posizione è “scomoda”, cara Fondazione, la soluzione non è smettere di parlare: è cambiare sedia. O, meglio ancora, tornare a fare i padroni in casa propria, se ancora ne siete capaci.





