La richiesta di archiviazione del Procuratore Cantone sulla vicenda della vendita dei terreni di Foce Irno ha fatto esultare l’Assessore Dario Loffredo, che ha ringraziato pubblicamente la Procura per aver messo fine a una faccenda che tormentava, verosimilmente, i sonni suoi e di chi per lui. Ma a rileggere con attenzione lo stesso provvedimento di archiviazione, ci si accorge che per i 180 denunzianti alla fine non è cambiato nulla. Anzi. La richiesta di Cantone, con gli accertamenti investigativi certificati, è un vero e proprio regalo insperato agli autori dell’esposto, che comunque Cantone gratifica come animati da benemerite intenzioni. Dunque, vediamo: l’iter della destinazione urbanistica, amministrativamente parlando, è stato ormai documentato nella pur succinta, e per certi versi, criptica decisione del Procuratore. Questa è ormai una pietra miliare, valida come documento giudiziario da poter produrre in altre sedi di contenzioso. Ma veniamo al cappio che il provvedimento ha messo intorno al collo di chi vorrà costruire il palazzone (albergo?). Cantone ha dichiarato che il vincolo di destinazione urbanistica a verde pubblico e parcheggio, nato sul suolo a seguito della imposizione di un onere reale sul bene, in forza delle leggi speciali sul terremoto del 1980 (e in primis, aggiungiamo noi, in forza dell’art. 8 della legge 730 del 1986), vincolo applicato sul bene nell’atto di compravendita tra Comune e Italcementi nel 1995, è stato oggetto di diversi provvedimenti di modifica della destinazione originaria svoltisi nel tempo, ad opera degli organi comunali. Ma, attenzione! Queste diverse destinazioni urbanistiche non hanno rispettato il dettato dell’art. 7 del Regolamento del Comune, che, per le alienazioni dei beni comunali soggette a vincoli sorti da leggi speciali, impone una specifica procedura di eliminazione del vincolo secondo legge. Quindi, annota il Procuratore Cantone, per togliere quel vincolo a verde pubblico e parcheggio, prima di procedere alla diversa destinazione urbanistica (e alla successiva vendita del suolo) andava secondo legge interpellato il Ministero dell’Industria – gestione separata Terremoto, e poi le strutture regionali o commissariali subentrate nella gestione post-sismica. Insomma un iter difficile, macchinoso e quanto mai incerto nei tempi e nell’esito. Ma tutto ciò non è avvenuto, dice Cantone. Aggiungeremo noi: verosimilmente al Comune hanno fatto i furbi, perché è chiaro che difficilmente il vincolo sarebbe stato tolto con la procedura legittima stabilita dall’art. 7 del Regolamento Comunale. Ma torniamo alla richiesta di Cantone. Che specifica che il vincolo statale è stato superato da “meri atti di pianificazione urbanistica”, al posto della procedura legale. “Meri”, parola elegante usata da Cantone, significa comunque illegittimi, cioè non idonei per cancellare il vincolo. Ma che, non essendo stati impugnati, hanno fatto venire meno il vincolo sul piano urbanistico. Sta qui l’equivoco in cui è caduto il giubilante Assessore Loffredo. Non c’è più il vincolo sotto l’aspetto delle pianificazioni urbanistiche. Che, essendo atti interni dell’amministrazione, a carattere generale, non ledono diritti di singoli cittadini. Perciò, dice Cantone, non hanno nessun titolo i 180 cittadini denunzianti a ricevere l’avviso di richiesta di archiviazione, perché non sono “parti offese”, essendo sinora la faccenda rimasta tutta interna all’Amministrazione comunale. E qui vien il bello! Il provvedimento di Cantone pare voler dire ai denunzianti: aspettate che vengano lesi i vostri diritti personali di cittadini, e allora, se volete, potete protestare. Eh già! E’ proprio così! Loffredo (e chi per lui) non hanno ancora capito che i diritti dei cittadini arriveranno con la più incredibile tagliola che si prospetta: il rilascio del permesso a costruire dell’albergone di 12 piani. Che è quello che vuole il Comune, e che è il laccio con cui si impiccherà. Perché quello che lede i singoli cittadini è proprio l’atto finale, non la pianificazione urbanistica. Appena il permesso a costruire sarà rilasciato (e chi sarà il progettista che ne attesterà la conformità a legge, visto che il vincolo statale è ancora vivo?), e appena il cartello di inizio lavori, bello grande, eh!, sarà affisso su via Torrione, scatterà il diritto non solo dei 180 denunzianti, ma anche di altri, di ricorrere al Tar denunziando il vizio di legittimità della procedura usata dal Comune per aggirare il vincolo statale, rimasta comunque illegittima! Solo dopo il permesso a costruire, potranno impugnare tale atto perché con questo sono stati privati dei loro interessi legittimi a fruire dei parcheggi e del verde pubblico attigui alle loro abitazioni. E il TAR pronunzierà la nullità del permesso a costruire! E qui finirà la storia. Da ultimo, una nota divertente. Pare che il palazzone progettato rientri in parte nella fascia di rispetto dei 150 metri dal fiume Irno. Cosa che comporta il parere della Soprintendenza. Che non può tralasciare la giurisprudenza del Consiglio di Stato usata per capitozzare il progetto iniziale del Crescent di sette piani, portati a 5 per allinearsi in altezza con i piani vicini. E a che starebbero pensando, pare, i costruttori di Foce Irno? Restringere il progetto per non toccare i 150 metri. Ve lo immaginate allora un palazzo strettissimo di venti piani al centro di Salerno? Stiamo per vederne di belle!
Irene Sarno








