Europa, immigrazione e politica della cooperazione internazionale - Le Cronache Attualità
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Europa, immigrazione e politica della cooperazione internazionale

Europa, immigrazione e politica della cooperazione internazionale

Salvatore Memoli

L’Europa somiglia sempre più ad una persona incapace di gestire le proprie cose, rinchiusa nei suoi timori di vedere contestate le sue prerogative e le sue aspettative. Nel campo della migrazione é ferma al medioevo dell’intelligenza, rinchiusa in un ambito angusto di pregiudizi e di timori. Non é stata capace di crescere come continente, con una lunga storia alle spalle. Non ha maturato una capacità di costruire un traguardo nuovo, importante, permeabile ed all’altezza della gestione di nuove risorse esterne, per rinvigorire le proprie, stanche, demotivate, deluse dalle sue stesse incapacità di nuova vigoria Interetnica, per affrontare prospettive vincenti, dove stare bene con tutti. L’Europa assomma i limiti individuali dei singoli Stati, le storie tronfie di un colonialismo invadente e la decadenza di culture di dominio sociale ed economico che hanno lasciato ferite ancora aperte.  Ancora all’alba del terzo millennio l’Europa era smarrita nei suoi obiettivi e mostrava una memoria chiusa e confusa sulla capacità d’interfacciarsi con l’ex mondo delle  colonie, sempre più interessata alle sue ricchezze materiali da sfruttare e per niente attenta alle persone, risorse umane, lasciate al loro destino di sottosviluppo. I problemi sono rimasti gli stessi di sempre, aggravati da letture di convenienza ed interpretati sempre in modo unilaterale. Le crisi dell’Africa, in particolare, si sono acuite a seguito di letture politiche che hanno soffiato sul fuoco dei problemi. La rivoluzione di primavera ruppe le paratie di Stati incapaci di gestire la richiesta crescente di espatrio dei cittadini. Abbiamo visto trasformare il Mediterraneo in cimitero e il volontariato in un’impresa di accoglienza totalmente inadeguata a tenere testa al drago degli scappati di casa.Ai più attenti osservatori, la crisi dell’emigrazione selvaggia ha avuto come suo obiettivo l’indebolimento dell’Europa politica ed economica. A soffrirne in particolare é stata l’Italia, la Spagna e la Grecia. Ora un nuovo fronte politico, spinto da nuove visioni politiche e strategiche, preme sulla Spagna, con la disponibilità del Marocco che trova alleati in Israele e negli Stati Uniti. Non é la crisi di tanti disperati il problema grave politico dell’Europa. La vera emergenza sono le forze disgreganti che fanno pressione sull’Europa, per ferirla, distrarla e sottometterla a quell’asse desueto dell’accordo atlantico che vede l’America di Washington sentirsi  ancora  creditrice di libertà verso l’Europa! È un ricatto che non finisce mai, che piega l’Europa a giocattolo dei sionisti e degli americani per molti anni ancora. L’ucraina e la guerra contro la Russia appaiono pretesti per mettere a ferro e fuoco qualsiasi capacità di costruire percorsi di autonomia culturale e politica del vecchio Continente.
Che volete che siano, in una logica numerica, 60mila emigranti marocchini che approfittano dell’enclave di Ceuta?
L’Europa conta 750 milioni di abitanti, l’Italia, la Germania e la Francia, insieme, superano 160 milioni di abitanti. A chi fa paura  una sparuta minoranza d’invasori? Il vero problema é politico, di un’Europa che non vuole crescere e che ama la dipendenza oltreoceano e il problema é rappresentato dai sistemi politici di una classe politica che ragiona senza capacità di porsi liberamente di fronte al dramma di relazioni internazionali che risultano tutte ipotecate da interessi putridi.
In questa vicenda, l’Europa doveva stare con il partner spagnolo ed evitare il richiamo del pifferaio americano che si é servito di questa procurata tragedia  per recuperare gli indisciplinati, soprattutto italiani. Gli immigrati ed i loro problemi possono essere trattati da leggi positive che, rispettando la dignità degli esseri umani, permettono la libera circolazione, se documentata da motivi turistici o lavorativi concreti, senza respingimenti che non sono più in linea con i tempi dell’inclusione sociale.
È tempo di maturare una posizione nuova verso i temi dell’immigrazione, senza sfruttamenti ideologici e senza chiusure che rispondono a sovranismi senza sovrani illuminati ed intelligenti
Per fare questo occorre avere statisti preparati ed autonomi, sorretti dalla volontà popolare. Occorre usare il coraggio avuto per creare le colonie, per rafforzare una politica di cooperazione reale che deve essere fatta nei territori feriti e mortificati. Cooperazione non piena di muffa e maionese, ma realmente utile ad integrare le politiche indigene per la crescita dei livelli sociali ed economici che potranno sovvertire l’ordine e la gerarchia delle nazioni, mettendo in testa Paesi africani ricchi di risorse e di opportunità che potranno cedere benessere al Vecchio Continente.