di Peppe Rinaldi
Il neonato avvolto in una kefiah ed esposto dal sacerdote nella notte di Natale all’adorazione dei fedeli di Eboli nella chiesa di S. Francesco (foto), fra 33 anni precisi, di venerdì, intorno all’ora sesta (il nostro mezzogiorno), inchiodato a una croce di legno, mentre soldati dell’esercito «occupante» della «Grande Roma» se ne stanno disputando ai dadi le spoglie, pronuncerà una delle Sette Parole della Croce: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. E’ scritto in un libro di una certa importanza, diciamo, si chiama Nuovo Testamento o Vangelo, che, unito a un altro, l’Antico Testamento, ebraico, forma il Libro per antonomasia, la Bibbia, le gambe su cui tutti camminiamo. Non è un bel periodo per questo libro ma, in fondo, quando mai lo è stato?
Quel bambino si chiama Gesù, è ebreo, oggi diremmo pure israeliano, nato da ebrei, cresciuto tra ebrei, culturalmente e religiosamente ebreo, ucciso in quanto ebreo scandaloso, circondato da ebrei, tra cui aveva portato lo scompiglio. Fino a rovesciare il mondo, segnando il prima e il dopo del tempo. Era talmente ebreo, Gesù, che gli esecutori materiali dell’omicidio/deicidio, i «coloni» romani, lo scrissero in cima alla croce sul Golgota come monito per tutti:“Gesù nazareno re dei giudei”, l’acronimo latino I.N.R.I. Tutto avvenne circa duemila anni fa in una striscia di terra affacciata a ovest sul Mediterraneo, Israele, divisa in regioni e tribù e dominata da Roma, come sa chiunque abbia preso un sussidiario in mano. Non è una professione di fede, è un fatto storico. Scientifico, volendo.
Va da sé che accostare quel bambino, in qualunque modo, alla parola «palestinese» non abbia senso se non quello di massimizzare una provocazione. Questa: se nascesse oggi, Gesù sarebbe un bambino palestinese, figlio di perseguitati, circondato da macerie causate da un esercito imperialista che occupa una terra non sua. Chiarissimo il riferimento all’attualità. La bella chiesa medievale era stata già strumentalizzata diversi mesi fa quando, in piena guerra a Gaza e con ancora decine di ebrei sequestrati e torturati – in quanto ebrei e non in quanto “occupanti” -, nelle fogne di Gaza da palestinesi cui si vorrebbe assimilare Gesù, fu esposto sul sagrato lo striscione col quale si continua ad ingannare mezzo Occidente, “Stop genocidio”, una specie di mantra. Quindi, il sacerdote cui è stata affidata la complicata guida delle anime di una comunità, scegliendo di adagiare il bambino nel panno dal merchandising fortunato come la maglietta con Che Guevara, vuole lanciare un messaggio, provocare, appunto. Tocca accontentarlo.
Il messaggio sono io, non il Bambino
Per quanto si tratti di un presepe più o meno bilanciato da una condivisibile avversione a tutte le guerre, grazie a bandierine di altri stati del mondo dove ci si ammazza a volontà, il bambino in kefiah esplicita il cuore del «messaggio» proposto dal buon padre Salvatore, francescano: al centro non c’è più l’evento per eccellenza, Dio che si incarna, ma la propria opinione personale del conflitto arabo-israeliano, una faccenda che ci riguarda da vicino, fin negli interstizi della nostra esistenza. E’ il sacerdote che prende la scena e non il bambino, che non ha necessità di alludere a niente. E’ la sua interpretazione di cose e uomini del mondo d’oggi a prevalere, non la nascita di quel bambino al quale si pretende di cambiare natura e senso, forse per umano cedimento narcisistico. La fa giusta nel merito il sacerdote, persona – a ragione – benvoluta e apprezzata dai propri parrocchiani? Non sembra. Gesù, che non è “venuto tra gli uomini a portare la pace ma la spada” (cit.), non a fare sfilate e girotondi pacifisti ma a separare in suo nome i padri dai figli, i mariti dalle mogli, i fratelli dalle sorelle, non potrebbe simboleggiare un bambino palestinese, certo non in quel senso, pur nella mostruosa, gigantesca tragedia di ognuno a quella latitudine, tipica della guerra. Non può, né deve, ammiccare ad alcunché, men che meno a un popolo che, attraverso i propri leader, la morte e lo sterminio li ha cercati e ottenuti sempre; le macerie non sono opera dei «romani di oggi», gli israeliani, ma la conseguenza ovvia della ultra decennale ossessione di un popolo verso un altro, moltiplicata per mille dal virus maomettano; perché i «romani» odierni non sono le Idf o il “criminale Netanyahu” bensì le decine di milioni di musulmani che circondano un piccolo ma eroico stato, civile ed evoluto, – con le sue contraddizioni, come tutti – che si pretende sparisca dalla Terra confidando molto sui tanti utili idioti nostrani. Certo, accade di peggio che reinterpretare presepi con un panno di origine mesopotamica dal curriculum rosso sangue. Oltre alle diffuse «laicità» o «inclusioni» affermate nella scuola da presidi, docenti ed eredi vari del disastro antropologico avviato nel ‘68, ci sono parroci come l’irpino don Vitaliano Della Sala, che il presepe l’ha realizzato addirittura in versione Lgbt, per giunta con kefiah nella mangiatoia (sic!), un mix da reparto psichiatrico insomma.
Ora, che quel mondo in cui si getta il Gesù in kefiah avanzi sulle gambe di gente che scaracchia concetti e parole ad capocchiam (“genocidio”, “Israele terrorista”, “colonialismo”, “carestia”, etc.) è normale, diciamo; che si manifesti nelle urla sgraziate di ragazzine tatuate con i capelli viola, pure è normale: che lo faccia un soldato dell’ebreo Gesù Cristo appare ingiusto, oltre che gravemente sbagliato. Eboli ha già giocato un ruolo in questa storia consegnandosi, attraverso le proprie autorità civili, al fanatismo che si faceva dolore umanitario, quando, nella sua massima rappresentanza, sfilò in piazza chiedendo un autoconsolante “Cessate il fuoco”, mentre palestinesi (in kefiah) ancora non avevano finito di straziare uomini, stuprare donne o decapitare neonati ebrei: se soltanto avessero potuto, quel 7 ottobre 2023, i rappresentanti di quel popolo «vittima dell’occupazione» (e giammai di se stesso!) avrebbero continuato con i restanti 10 milioni di israeliani, il genocidio che ritorna, quello vero, non quello di Al Jazeera. La differenza rispetto ai secoli passati è che, stavolta, gli ebrei hanno come difendersi, tutto qua, il resto è razzismo anti-giudaico tradizionale in versione contemporanea, cioè sostenuto da un petulante afflato umanitario capovolto. Ci mancavano solo le autorità religiose, dunque, ad unirsi all’irresponsabilità di questo universo regredito, accecato e imputabile, tra altro, di aver inaugurato la (ri)apertura della stagione di caccia all’ebreo nelle nostre università, scuole, stazioni, fabbriche, strade, ristoranti, bar, treni, concerti e stadi, una caccia culminata con il regalo di fine anno a Bondi Beach, in Australia, e chissà cos’altro in divenire. Di preciso, dunque, cos’avrebbe quel bambino in comune con ciò che si svela una volta sollevata la kefiah? Papa Francesco tollerò e vellicò la stessa cosa? I Papi sono infallibili solo ex cathedra, sul resto sbagliano come tutti, fanno guai come tutti, anche molto gravi.
Forse non basta rivitalizzare una parrocchia con bonghetti e chitarre, bambini e cori festanti, per quanto benemeriti nel deserto di questi anni sterili di chiese sempre più vuote. Ma senza verità, insegna da due millenni qualcuno, non può esserci giustizia: appiccicare un simbolo come quello addirittura a Gesù serve tutto tranne che la verità, e stride anche con la logica: il principio di non contraddizione aiuta a spiegarci perché non si può celebrare l’universalità di un Dio che si fa uomo per l’intera umanità e, contemporaneamente, etichettarlo con un simbolo che divide l’umanità stessa in fazioni politiche contrapposte. A meno che non si creda che Gesù sia stato “un grande uomo”, o “un leader carismatico e rivoluzionario”, magari un “antesignano del socialismo”, come pure si vaneggia da tempo: non dovrebbe essere il nostro caso, ma se fascio il mio Dio di un’altra pelle, lui diventa un’altra cosa – il che non è possibile -, ed io compio un salto irrazionale, pur con buona intenzione. Il male con le sembianze del bene, infatti, è il più insidioso, non è necessario aver letto Solovev per capirlo.
Con i piedi di argilla le statue non reggono, anche questo fu scritto nel Libro citato, un sacerdote lo sa. E quando la statua si schianta, potrebbero tornare utili le parole della croce sul perdono, di cui – come tutti – avrà bisogno anche il caro don quando un giorno incontrerà proprio quel bambino diventato adulto. E senza kefiah.





