Di Meo: È vendemmia record nel 2025 - Le Cronache Ultimora
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Di Meo: È vendemmia record nel 2025

Di Meo: È vendemmia record nel 2025

di Erika Noschese

 

 

L’Italia si conferma ancora una volta leader mondiale nella produzione di vino. Le stime nazionali di Assoenologi, Unione Italiana Vini (Uiv) e Ismea prevedono per la vendemmia 2025 una produzione di 47 milioni di ettolitri, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Un’annata che si preannuncia di ottima qualità, in linea con le aspettative del Sud Italia, dove la crescita produttiva è particolarmente significativa, con regioni come la Basilicata che registrano addirittura un +40% e la Sicilia un +20%.

In questo scenario positivo, la Campania si distingue con un incremento del 10% nella produzione, secondo i dati forniti dal presidente regionale di Assoenologi, Roberto Di Meo.

Tuttavia, le sfide per il settore non mancano. Se da un lato si celebra una produzione abbondante e di alta qualità, dall’altro il mercato globale presenta segnali di saturazione, dazi penalizzanti e un calo dei consumi che preoccupano l’intera filiera.

Per approfondire la situazione a livello regionale, abbiamo intervistato il presidente Di Meo, il quale ha fornito un quadro dettagliato non solo delle previsioni quantitative e qualitative, ma ha anche analizzato le dinamiche di mercato e le problematiche legate ai ricarichi nella distribuzione. L’intervista offre uno sguardo completo sulle prospettive del vino campano, tra le sfide globali e il mantenimento di un’alta qualità che, per una regione come questa, rappresenta un elemento distintivo e cruciale per il futuro.

Come si presenta quest’annata per il vino campano in termini di quantità? Ci può fornire qualche dato?

«I dati che ho fornito a livello nazionale indicano una produzione media in Campania in crescita, con un +10%. Siamo un po’ in ritardo rispetto ad altre regioni per la raccolta, il che rende le nostre stime più “realistiche” piuttosto che “certe” come quelle di chi è già a fine vendemmia. Tuttavia, dalle valutazioni dei colleghi nei vari territori, al netto dei danni causati dalla grandine, la produzione è decisamente in aumento. In particolare, nel Salernitano si registra un incremento che si avvicina al +15%».

Quali sono state le condizioni climatiche di quest’anno e come hanno influenzato la qualità delle uve?

«L’annata è stata complessivamente fresca, a parte un paio di settimane di caldo intenso a giugno. Abbiamo registrato un’importante escursione termica tra giorno e notte, che ha contribuito a uno sviluppo aromatico eccezionale. L’inverno è stato mite con poche precipitazioni, e anche la primavera è stata dolce. C’è stato un anticipo di una settimana o dieci giorni rispetto alla media degli ultimi 4-5 anni. Le abbondanti piogge di maggio hanno favorito un ottimo sviluppo vegetativo. Purtroppo, alcuni temporali estivi hanno portato grandinate a macchia di leopardo, causando danni circoscritti nelle province di Benevento, Avellino e in un’area limitata del Salernitano. Nonostante ciò, la pressione delle malattie fungine è stata ridotta, e lo stato di salute delle uve è ottimale. Ci aspettiamo una qualità molto alta, se non altissima».

Questo aumento della produzione segue un periodo difficile. Come si colloca quest’annata rispetto al passato recente?

«Esatto. Ricordiamo che veniamo da un biennio traumatico dal punto di vista quantitativo, soprattutto a causa di attacchi molto diffusi di malattie fungine, due anni fa. Questo è il primo anno con una produzione più consistente».

Il settore vinicolo sta affrontando diverse sfide, dai consumi in calo alle politiche europee. Qual è la sua visione in merito?

«Il vino è in un momento particolare, sotto attacco da vari punti di vista. È il settore più debole della filiera alcolica, e viene spesso messo nel mirino, a differenza dei superalcolici. Il vino non è semplicemente una bevanda, è cultura e storia. A livello europeo è stato anche assimilato agli alimenti e si è resa obbligatoria l’etichetta nutrizionale. Il vino contiene una bassa gradazione alcolica e, se consumato con moderazione, non fa male. Tuttavia, è in atto una contrazione dei consumi, anche a causa di politiche come quelle sulla patente a punti, che hanno creato un certo allarmismo. Anche i dazi hanno un impatto. Tante piccole cose che, sommate, creano danni al settore».

Questa contrazione dei consumi influenzerà i prezzi? E come si differenzia il mercato dei vini campani di nicchia da quello dei vini da tavola?

«I consumi stanno scendendo anno dopo anno, ma questo riguarda principalmente i vini da tavola, quelli per il consumo quotidiano. Per i vini di nicchia, di alta qualità e con numeri limitati, come la maggior parte di quelli prodotti in Campania, l’impatto è minore. Credo che, in questo momento di contrazione, i prezzi rimarranno invariati.

I costi per i produttori sono aumentati in tutti i settori, dall’energia elettrica alle materie prime, ma non è il momento di aumentare i prezzi al consumatore. Il problema principale sono i ricarichi che avvengono lungo la filiera».

Qual è la sua opinione sui ricarichi applicati lungo la filiera, specialmente nei ristoranti?

«Bisognerebbe applicare ricarichi più equi per stimolare i consumi. I ricarichi troppo elevati, specialmente per i vini di fascia media, causano inevitabilmente una contrazione dei consumi. Se un vino venduto a cinque euro viene rivenduto al pubblico a quindici, è una cifra accettabile. Ma quando il prezzo di acquisto sale, i ricarichi dovrebbero essere regolati diversamente. Conosciamo il reddito medio degli italiani e bisogna allinearsi alle esigenze di mercato».