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Cencelli, quando la politica sapeva ancora trattare

Cencelli, quando la politica sapeva ancora trattare

Pino Bicchielli*

Per decenni il suo nome è stato utilizzato quasi come un’accusa. “Manuale Cencelli” è diventato sinonimo di spartizione, di posti da distribuire, di equilibri da costruire con il bilancino. Eppure, forse proprio nel giorno della scomparsa di Massimiliano Cencelli, dovremmo avere l’onestà intellettuale di andare oltre la caricatura. Perché dietro quel metodo c’era qualcosa che oggi rischiamo di avere smarrito: la politica come arte della mediazione. Ho avuto la fortuna di conoscere Massimiliano, di frequentarlo e di confrontarmi tante volte con lui. Ne ho sempre apprezzato la saggezza, l’intelligenza, l’acume politico e soprattutto quella sua profonda democristianità. Non semplicemente un’appartenenza partitica, ma un tratto culturale: la capacità di ascoltare, di comprendere le ragioni degli altri, di sapere che in politica quasi mai qualcuno può avere tutto e quasi mai è utile lasciare qualcuno senza nulla.Cencelli mi ha insegnato che trattare non significa arrendersi. Significa riconoscere l’altro. Significa partire da posizioni differenti e cercare un punto di equilibrio che consenta a una comunità di andare avanti. Abbiamo finito per considerare il compromesso una parola sporca. Ma esiste un compromesso al ribasso, certamente, ed esiste un compromesso alto, quello sul quale sono state costruite le grandi democrazie e, in fondo, anche la nostra Repubblica. Oggi rischiamo invece di confondere la politica con la forza dei numeri, la leadership con l’autosufficienza, il consenso con il diritto di non ascoltare. Si contano voti, tessere, correnti, fedeltà. Ma spesso non si costruiscono più sintesi. La lezione di Cencelli era esattamente l’opposto: i numeri servono alla politica, ma non possono sostituirla. Perché dopo aver contato bisogna parlare. Dopo essersi confrontati bisogna trovare una soluzione. E dopo essersi divisi bisogna essere capaci di tornare insieme. Forse è questo il significato più profondo di quella democristianità che ho sempre riconosciuto e apprezzato in Massimiliano: la consapevolezza che la politica comincia davvero quando nessuno può decidere da solo. Con lui scompare un uomo di un’altra stagione. Ma sarebbe superficiale pensare che scompaia anche la sua lezione. In un tempo nel quale tutti vogliono vincere e pochi sembrano ancora disposti a mediare, forse abbiamo bisogno di riscoprire proprio ciò che Cencelli aveva capito molti anni fa: la buona politica non è l’arte di prendersi tutto. È l’arte, molto più difficile, di tenere tutti dentro.

*Deputato di Forza Italia