Celso: Olivicoltura cilentana al riparo dal caporalato - Le Cronache Attualità
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Celso: Olivicoltura cilentana al riparo dal caporalato

Celso: Olivicoltura cilentana al riparo dal caporalato

di Erika Noschese

 

 

Il quadro dell’inchiesta sul lavoro e la legalità nei campi salernitani prosegue, analizzando il comparto dell’olio d’oliva, una filiera legata a doppio filo all’orografia delle aree interne e a una tradizione produttiva antichissima. Se la viticoltura e l’agrumicoltura della provincia si confrontano con le fiammate stagionali e la pressione turistica, l’olivicoltura salernitana risponde a logiche ancora diverse, dettate da una frammentazione fondiaria estrema e da un progressivo spopolamento generazionale. Nel Cilento, terra dell’oro verde e di cultivar secolari, il rischio di derive criminali e caporalato si scontra con una realtà fatta di micro-produttori e reti di collaborazione familiare. Vincenzo Celso, titolare dell’omonima azienda agricola e oleificio, nonché consigliere direttivo di Confagricoltura Salerno, analizza lo stato dell’arte del settore, mettendo in guardia dalle semplificazioni burocratiche e indicando nell’identità territoriale l’unica vera difesa contro il dumping della grande distribuzione.

La campagna olivicola si concentra in un arco temporale ridottissimo. Questo picco rappresenta, per la provincia di Salerno, l’anello debole in cui rischia di inserirsi il caporalato pur di non perdere il raccolto?

«Credo che la risposta sia racchiusa in una cifra: 1,60. La provincia di Salerno ha un’estensione media di un ettaro e sessanta per singolo produttore olivicolo. Di fatto, nella maggior parte dei casi, parliamo di un’olivicoltura non da reddito, atta alla soddisfazione del fabbisogno personale o poco più. Certo, il rischio di un reclutamento informale esiste, ma per fortuna sul nostro territorio parliamo di numeri molto piccoli, gestiti attraverso una rete familiare e amicale che potrebbe definirsi di “collaborazione”. Altro è il rapporto di lavoro nelle medie e grandi aziende che, pur non essendo molte, hanno raggiunto buoni livelli di meccanizzazione sia nella coltivazione sia nella raccolta, affidandosi a collaboratori assunti per periodi medio-lunghi. Comunque, è sempre opportuno vigilare su eventuali comportamenti scorretti».

Nel Cilento prevale l’olivicoltura tradizionale, legata a piante secolari su terreni impervi. Questa vocazione alla tradizione non rischia di marginalizzare le vostre aziende rispetto ai modelli superintensivi e meccanizzati?

«È una domanda pertinentissima. In provincia, e soprattutto nel mio Cilento, le produzioni faticano per motivi legati alla morfologia del territorio e alla frammentazione aziendale. Negli ultimi anni ci sono stati vistosi cali di produzione, in parte dovuti al cambiamento climatico e in parte a un mancato ricambio generazionale. È un peccato, considerato che l’extravergine del Cilento è un prodotto di ottima qualità. A mio modo di vedere, però, non dobbiamo inseguire modelli di produzione intensivi o superintensivi che sono quasi impossibili da attuare sulle nostre colline. Dobbiamo invece utilizzare quello che oggi è uno svantaggio morfologico per creare sinergie con forme di turismo verde, come l’oleoturismo. I nostri costi di produzione possono essere limati e ottimizzati, ma non scenderanno mai al livello degli impianti industriali. Il punto è un altro ed è identitario: è meglio sgranocchiare una bruschetta con olio Evo del Cilento in un agriturismo con vista sul mare o comprare un olio al supermercato? Non dobbiamo pensare all’olio in sé, ma al prodotto come espressione della storia del territorio».

I frantoi e gli oliveti salernitani sono spesso dislocati nelle aree interne e collinari, dove i trasporti e i controlli ispettivi sono più complessi. Questo isolamento logistico favorisce la creazione di sacche di lavoro nero?

«È possibile, anche se bisogna sempre distinguere. Certamente la difficoltà di controllare aziende sparse su un territorio scarsamente popolato, con strade statali e provinciali non degne di una potenza industriale, può favorire questi fenomeni. Tuttavia, vado a memoria e non ricordo casi eclatanti nella nostra zona. Credo sia una problematica che riguarda soprattutto le aree in cui sono fortemente sviluppate le varie forme di agricoltura intensiva, non i nostri borghi collinari».

Se le certificazioni di qualità del prodotto integrassero al loro interno l’obbligo di una “certificazione sociale” del lavoro, gli olivicoltori salernitani sarebbero pronti o diventerebbe solo un’ulteriore barriera burocratica?

«Su questo punto vado un po’ controcorrente. Comprendo la gravità del momento attuale, pensando a quei poveri lavoratori bruciati vivi, ma non bisogna farsi trascinare dall’emotività. Penso invece che sia prioritario semplificare le norme che regolano la vita di un’impresa. L’humus nel quale sguazzano le aziende non serie è proprio il bailamme di norme e leggi che regolano il quotidiano. Paradossalmente, se fossi un ispettore, sarei preoccupato se un’azienda risultasse burocraticamente perfetta; la cosa non mi quadrerebbe. Quella sorta di certificazione sociale a cui fa riferimento è già ampiamente prevista e regolata dalle norme e dalle leggi vigenti».

Il frantoio è il collo di bottiglia della filiera: ogni oliva deve transitare da voi. Ritiene che i frantoi possano esercitare un ruolo di sentinelle della legalità, incrociando i dati di produzione con i braccianti dichiarati dalle aziende?

«Capisco l’osservazione ma, in uno Stato democratico, credo sia fondamentale mantenere la distinzione dei ruoli. Affidare a dei soggetti privati il controllo ispettivo su altri soggetti privati è una scelta che non mi trova d’accordo. Il rischio di generare una pericolosa convergenza di interessi tra le parti è decisamente troppo alto».

In che misura l’olivicoltura salernitana oggi dipende dalla manodopera straniera per sopperire al disinteresse dei giovani locali?

«Con questa domanda sfonda una porta aperta. In generale auspico una razionalizzazione dei flussi migratori. Interi settori agricoli della nostra provincia, a partire dalla zootecnia, hanno una necessità sempre maggiore di lavoratori extra-UE. Nel settore olivicolo il problema per ora è minore solo perché i nostri volumi non sono comparabili con l’ortofrutta, ma sappiamo benissimo che il problema si presenterà presto anche da noi. Il calo demografico e il disinteresse dei giovani sono fattori che incideranno pesantemente sul futuro. Mi lasci dire che forse oggi si abusa del termine “integrazione” e si trascura la parola “assimilazione”. La storia ci insegna che le società vincenti sono quelle che riescono ad assimilare i nuovi venuti, facendoli diventare a tutti gli effetti cittadini della loro nuova Patria».

Sui banconi dei supermercati l’olio viene spesso svenduto a prezzi inferiori ai costi di produzione. Come può un consumatore capire che dietro un prezzo troppo basso si nasconde il compromesso sui diritti dei lavoratori?

«Forse mi chiede troppo, ma se permette le faccio io una domanda: perché in tanti si chiedono come mai un olio extravergine di qualità costi 12 o 13 euro, ma nessuno si scandalizza se un cellulare di marca costa 1500 euro? Quel telefono durerà tre o quattro anni prima del funerale, mentre l’olio che consumiamo nutre la nostra salute. Purtroppo viviamo dell’immagine di noi stessi in relazione agli altri: la marca del cellulare si mostra continuamente in pubblico, l’ottimo olio Evo si consuma nel tempo di una cena. Di fronte a questa distorsione culturale, non saprei cosa dirle».