Bruno Venturini: la zampata del leone - Le Cronache Spettacolo e Cultura
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Bruno Venturini: la zampata del leone

Olga Chieffi

Avrebbe dovuto piovere la sera dell’11 settembre, ma un passaggio in duomo di Bruno Venturini, una richiesta, una preghiera, una promessa, per trascorrere qualche ora nella bellezza, salvifica delle arti e del sublime della natura ed eccolo accontentato da San Matteo, al quale sono stati donati i fiori di fine concerto. Alle spalle del palco la stazione marittima di Zaha Hadid, di fronte il castello di Arechi, illuminato da fasci di luce, unitamente ad un balcone speciale, quello di piazza Luciani, dove intrecciare, senza sosta, visibile e invisibile, per costruirci un magico contatto, con la Signora Filomena, che può essere la musica, un’immagine, una barca, l’assoluto del mare. Poco più avanti il teatro Municipale Giuseppe Verdi, ove il 10 settembre del 1896 debuttò Enrico Caruso, nel ruolo di Enzo Grimoaldo ne’ La Gioconda e, sull’onda del successo, anche ne’ I Puritani di Bellini e La Traviata di Verdi, consolidando la sua reputazione negli ambienti operistici campani, prima del grande balzo verso i teatri internazionali. Da questo anniversario è nato lo spettacolo, Welcome to Salerno, un attracco speciale nel Golfo lunato, con protagonista l’ Arechi Symphony Orchestra, diretta, orchestrata e “arrangiata” dal Maestro Valeriano Chiaravalle, con Danilo Gloriante KonzertMeister, che ha nei fiati, a cominciare dall’ oboe di Antonio Rufo, il flauto che sin da giovanissimo ha seguito il tenore in tournée, Antonio Senatore, il quale ha lasciato le prove al suo pupillo Mario Montani e a simbolo di una scuola ultracentenaria che si tramanda, tra il pubblico è intervenuto anche Pat Pagano, flautista oggi in Canada, e non per ultimo, lo splendido suono di clarinetto di Valeria Benedetto, a cui non possiamo non aggiungere gli ottoni guidati dal trombonista Nicola Ferro, il punto di forza. Uno spettacolo che salutato la parola narrante di Pino Strabioli L’esecuzione si è avvalsa dei raffinati ed eclettici arrangiamenti curati dal Maestro Valeriano Chiaravalle, il quale ha scelto di tracciare un suggestivo ponte stilistico fondendo questa ricca antologia di melodie tradizionali con le ritmiche avvolgenti e i colori del tango. L’opera rappresentata ha ripercorso le tappe più fidenti e luminose dell’epoca d’oro della canzone napoletana, in un quadro intriso di pathos, ove l’interpretazione di Bruno Venturini si è rivelata, distinguendosi per un’eleganza espressiva e una nobiltà d’impianto pienamente consone alla statura del repertorio. Il cantante ha saputo coniugare un’intonazione vibrante e ricca di sfumature a una mimica scenica vivida e pittorica. La sua profonda assimilazione del patrimonio culturale partenopeo, colto sia nella sua dimensione orale, che in quella scritta, si è fusa armoniosamente con una sensibilità artistica matura, dando vita a una performance d’esegesi stilistica davvero esemplare. Un’esegesi che guarda ad una scuola che qualcuno definisce ormai antica, ma che a noi intendiamo giusta, con legati e fiati, pari a quella dei nostri legni che discendono da quel canto che fece Napoli centro del mondo musicale del ‘700, giunta fino ad oggi. Assistere a un concerto di Bruno Venturini significa varcare la soglia di un patrimonio che trascende il semplice intrattenimento per farsi memoria viva. Voce storica e ambasciatore riconosciuto della canzone classica napoletana nel mondo, Venturini continua a dimostrare sul palcoscenico quanto il rigore della tecnica e la passione viscerale per la propria terra possano fondersi in un’esperienza d’ascolto fuori dal comune. Con una speciale maratona RAI “Welcome To Salerno” a cura di Elena Scisci dedicato al lancio di “Bruno Venturini canta la Napoli di Caruso” album fortemente voluto da Universal Music Italia, in collaborazione con Boris Guertler di SAAR con dirette e streaming Rai Radio Tutta Italiana e Rai Radio Napoli live, si è trascorso il pomeriggio, nei salotti tematici, con tanti esponenti della società civile che hanno raccontato le loro esperienze umane e professionali legate a Salerno e anche alla famiglia Venturini, in una cornice resa ancora più familiare dal Limoncello del Marinaio dell’imprenditore Luigi Romano proprietario dello Chalet Santa Teresa, dai babà e dalle carezze di bufala di APA dolci della famiglia Lembo cotti a puntino con il supporto di SaCar forni di Giacomo Sessa. Quindi, il maestro Valeriano Chiaravalle, ha attaccato Arioso, una pagina firmata da Piero Piccioni da “In viaggio con papà”, riproposto a sigillo del concerto anche in versione rock. Fin dalle prime battute della serata, inaugurata da Passione, la presenza scenica del tenore ha catturato l’attenzione della platea. L’impostazione vocale, nitida e dal timbro dai riflessi bronzei nel registro grave, ha evidenziato una tenuta e un controllo dinamico di rara esperienza, nel dosare il colore e l’intenzione espressiva su ogni singola sillaba, restituendo a ogni brano la sua originaria dignità poetica di testo e musica. L’interpretazione di Bruno Venturini ha trasformato il repertorio in una viva testimonianza della straordinaria ricchezza poetica e musicale, offrendo un ascolto di grande impatto emotivo, in particolare con Carmela, gioiello legato al repertorio cult di Enrico Caruso, quindi la splendida Lusingame, eseguita in duo con Lorenzo Marino, che hanno messo subito in luce la rifinitezza interpretativa e la morbidezza timbrica dell’artista, capace di rinnovare la grande tradizione classica. Il registro si è fatto, poi, struggente con Munasterio ‘e Santa Chiara, pagina intima che ha dato voce alla nostalgia autentica dell’emigrante, bilanciando una sofferenza viva con una timida luce di speranza. L’itinerario musicale ha compiuto poi un salto di stile abbracciando i ritmi ammiccanti di Anema e Core. In questo affascinante mosaico sonoro si è innestato con eleganza il celeberrimo solo d’oboe da The Mission di Ennio Morricone, elevato dalla sensibile ed espressiva esecuzione di Antonio Rufo, il quale ha regalato un momento di pura sospensione lirica. E’ il nostro un canto sulla parola, quello ereditato anche il figlio Salvatore, il quale si è ritrovato a cantare sul palco dopo una “Folle Journée”, per dirla con le Nozze mozartiane. Il percorso musicale guidato da Salvatore è risultato un viaggio emozionante che ha intrecciato intimismo, memoria e pura eleganza interpretativa. I toni delicati e nostalgici di “Non arrossire” e “In bicicletta”, affrontate con un garbo espressivo che restituisce tutta la poesia dei grandi classici, ponte perfetto verso “Champagne”: un omaggio caldo, partecipe e mai retorico all’amico Peppino di Capri, cantato con una profondità e un rispetto che hanno emozionato al primo ascolto. Il momento finale con “Reginella” ha rappresentato il vero capolavoro di equilibrio del concerto; la melodia che è scivolata su un ritmo di valzerino brillante e apparentemente spensierato, una scelta musicale che serve a mascherare con un sorriso e una danza leggera la malinconia e l’amarezza del protagonista, regalandoci un’interpretazione intima. L’intervento di Valentina Stella è avvenuto sulle note di ‘O surdato ‘nnammurato , con il suo timbro di voce riconoscibile, unico, intriso di melanconia, saudade tutta napoletana, ma anche di energia ed allegria, l’ha resa da decenni una delle maggiori interpreti del panorama musicale partenopeo, insieme a Bruno, unitamente a qualche brano del suo repertorio. Chiusura di Bruno e Salvatore con Resta cu ‘mme, ancora uniti nella musica e nel nostro canto, prima di lasciare ancora una volta solo Bruno per Funiculì, Funiculà e ‘O sole mio, con i potenti suoni, la famosa Zampata do’ leone che il pubblico attende per esplodere nell’applauso. Standing ovation e momento conviviale, ove si è continuato a parlare di progetti legati ad Enrico Caruso per chiudere l’anno carusiano nel segno del bel canto napoletano.